LA MOSSA DEL CAVALLO: I PENSIERI CHE FANNO RUMORE

16 mins read
Fonte Immagine: Antti Favén, Giocatori di Scacchi

Da un contesto regionale di apparente stallo ad un altro di inquietanti fremiti, gli Stati Uniti sembrano ripensare al proprio atteggiamento nei confronti della Crimea nella speranza che l’eco riassesti il sistema.

Il primo compleanno con nove candeline

 Tra un mese ricorrerà l’anniversario dell’inizio dell’operazione specialerussa in Ucraina ma non fa più scalpore ormai ricordare che i due Paesi iniziarono a combattere nel 2014 sia nel Donbass (poi per otto anni conflitto “congelato”) e in Crimea (annessa da Mosca). Dal 24 febbraio scorso l’Europa e il mondo non hanno più potuto far finta di nulla (si intende, l’opinione pubblica e non i palazzi di governo o i centri di comando militare, dove la reazione ci fu fin da subito). 

Si può affermare che si è rivelato un anno di “tira e molla” – con l’Ucraina a tirare e la NATO e gli USA a mollare gradualmente il guinzaglio. Questo non vuol dire che Kyiv abbia avuto carta bianca totale – anzi – delle linee rosse sono state espresse tanto dal suo nemico quando dai suoi alleati: una fra tutte la Crimea.

Credibilità, livelli ed equilibri di potere

Zelensky non ha potuto far altro (e non può far altro da una prospettiva di equilibrio di potere interno) che giocare la carta della lotta ad oltranza per la liberazione assoluta del territorio ucraino. È molto pragmaticamente una questione di credibilità – se tu diretto interessato inizi per primo a porre un limite, a concedere “troppo” al compromesso, allora la tua controparte (e ancor di più i tuoi stessi alleati-sostenitori) guadagno margine di azione per sì porre fine al conflitto ma secondo termini che “finiscono” anche te e la tua carriera politica. 

Tra miopia e presbiopia

Sia chiaro che compromesso è per definizione (mutua) concessione ma la differenza del suo grado e ancor di più della sua percezione dipendono dal livello di coinvolgimento: più sei vicino e più sei compromesso fisicamente e emotivamente; più sei lontano e più l’indifferenza aumenta. Entrambe le posizioni non possono evitare delle eventuali problematiche: miopia e sovrastima il primo, presbiopia e sottostima il secondo. L’autoctono sarà concentrato solo sul suo pezzo di terra che fisiologicamente non può abbandonare perché è un pezzo di sé. D’altra parte, l’allogeno non ha cinicamente alcun legame concreto e per questo non può percepire (in alcun o allo stesso modo) il dolore “dell’amputazione”.

I ruoli sono abbastanza evidenti. Zelensky può far altro che “tirare” perché se concedesse “troppo” (secondo la percezione degli Ucraini), gli Stati Uniti potrebbero profittarne – sempre che lo vogliano – per mettersi al tavolo con Mosca. 

Il potere del guinzaglioCome si è detto, anche Washington ha saputo comunque tirare a sua volta quando necessario – e bisogna anche ricordarsi che nella metafora del “tira e molla” è il secondo che ha il guinzaglio, ergo il potere. Nel corso di quest’anno, infatti, per quanto si sia sempre affermata l’appartenenza della Crimea alla sovranità di Kyiv, denunciandone quindi l’annessione illegale da parte di Mosca, la Casa Bianca ha sempre cercato di dirottare gli obiettivi di riconquista ucraini limitatamente ai territori “continentali” invasi dai russi.

Innegabile è il senso delle parole del Segretario di Stato americano, Anthony Blinken: «Our focus is on continuing to do what we’ve been doing, which is to make sure that Ukraine has in its hands what it needs to defend itself, what it needs to push  back against the Russian aggression, to take back territory that’s been seized from it since February 24th…». Questo il focus americano in data 5 dicembre 2022.

Anno nuovo, vita nuova. Da quanto è possibile apprendere da un recente articolo del New York Times, la Casa Bianca starebbe vagliando un significativo cambio di passo e di non “tirare” più via Zelensky e l’Ucraina dalla Crimea ma di iniziare proprio a “spingerla”. L’articolo specifica – attraverso le parole della Portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Adrienne Watson – che le posizioni ufficiali non siano ancora cambiate: “We have said throughout the war that Crimea is Ukraine, and Ukraine has the right to defend themselves and their sovereign territory in their internationally recognized borders”. 

Ciononostante, gli autori rivelano che il dibattito nell’establishment a stelle e strisce sia già in corso: da un lato, i dubbi degli ufficiali e consiglieri militari e amministrativi, dall’altro lato, l’amministrazione Biden in sé. 

La domanda è una e non può sorgere che spontaneamente: perché ora? 

Ovvero, dopo un anno tentato all’insegna della cautezza, cosa potrebbe spingere la Casa Bianca ad un atteggiamento più fomentatore nei confronti dell’Ucraina verso la Crimea? 

Innanzitutto, è giusto porsi la questione in quanto sono stati gli stessi Stati Uniti per un anno intero a creare la propaganda contraria ad un’azione ucraina militare contro la penisola contesa. Ad ogni modo, le ragioni che potrebbero inculcare questa inversione nei piani di Washington sono principalmente due:

Un conflitto logorante in stallo

Ad un anno dall’inizio della guerra non si può non dire che l’Ucraina abbia saputo reggere più che bene l’onda d’urto, diventando probabilmente, con tutto il supporto ricevuto, uno degli eserciti – se non il più – più forti presenti sull’Europa continentale e occidentale. Con tutto il supporto ricevuto. È in questa preposizione – non ha caso limitativa – che si ritrova il cuore del successo della resistenza ucraina: senza il sostegno economico e gli armamenti occidentali Kyiv ha un margine d’azione ancora più limitato.

Su questo fronte le cose sembrano comunque procedere, seppur con qualche intoppo. Oltre agli USA che continuano il sostegno con ulteriori 2,5 miliardi di dollari, tra gli altri nuovamente anche i veicoli corazzati Bradley, altri Paesi NATO confermano il prossimo carico di armi. Qualche intoppo si diceva, sul definibile Leopardgate: la renitenza della Germania ad inviare i propri panzer all’Ucraina che, in caso di avvallo finale, permetterebbe anche a Finlandia e Polonia di inviare gli stessi esemplari di produzione tedesca che posseggono.

Le pressioni su Scholz arrivano da tutti i lati e, nonostante Berlino abbia provato a sviare la questione rimandandola ad un intreccio con Washington – dall’incontro di Capi di Stato Maggiore dei membri della NATO a Ramstein sembra che qualcosa inizi a sbloccarsi [NdA al momento della scrittura del presente articolo niente ancora di concreto è stato stabilito].

Un confitto in stallo, come si è detto, ma soprattutto logorante – apparentemente però più logorante per una parte che per l’altra. L’Ucraina è vero che può profittare dei mezzi della NATO ma deve contare sui propri uomini e le perdite (i cui numeri non sono chiari o perché esageratamente gonfiati dal Cremlino o perché incredibilmente sottostimati da Kyiv) iniziano a farsi sempre più sentire. La Russia invece può contare su ancora molti riservisti e, di fatti, aumentano voci e timori di una possibile mobilitazione russa da mezzo milione di uomini entro aprile.

Spaventare il Cremlino

Ponderare la possibilità di fornire all’Ucraina tanto accreditamento all’idea di attaccare la Crimea quanto armamenti militare necessari per farlo (missili di lunga gittata) rappresenterebbe con pochi dubbi una frattura degli equilibri formatisi sinora nel conflitto. La Crimea, è stata ed è una “gallina dalle uova d’oro” per le operazioni belliche russe nel fronte meridionale in quanto consente un’ulteriore ed estesa via di collegamento dei rifornimenti alle truppe e, storicamente, la proiezione (in potenza e in atto) su tutto il Mar Nero – alias lago russo. L’attacco ucraino al ponte di Kerch lo si deve inquadrare proprio in quest’ottica di tentativo di indebolimento di uno dei nervi nevralgici del tessuto operativo della campagna militare russa.

La gallina dalle uova d’oro è diventata essa stessa d’oro nel momento in cui Putin l’ha definita linea rossa da non superare e Biden a sua volta ha accolto la richiesta, cercando di “tirarla” via dal mirino di Kyiv. Per questo motivo, quindi, secondo il NYT, vi sarebbero figure nell’amministrazione statunitense (e oltre) dalla ferma opinione che sia giunto il momento per Kyiv di riaggiustare la mira anche verso la penisola, in modo da guadagnarci una leva considerevole ai negoziati con Putin. 

La mossa del cavallo

La penisola della Crimea è dal 2014 congelata sotto il controllo di Mosca e con un certo tacito consenso da parte degli Stati Uniti. L’importanza di questo pezzo di terra poco più grande della Sicilia consiste nel fatto che essa sia la “perla dell’Impero” – o per meglio dire, cuore storicamente delle mire espansionistiche russe nel Mediterraneo e ippocampo delle memorie e dei sogni per un nuovo Impero.

Per dirla in maniera estremamente semplificata e didascalica:

CRIMEA. possedere la Crimea significa controllare il cruciale porto militare di Sebastopoli che permette di proiettarsi su tutto il resto del Mar Nero. 

MAR NERO. Dopo Mar Nero, ci si può dirigere verso Sud-Ovest alla volta dei colli di bottiglia eurasiatici. Qui si incontra di necessità la Turchia, potenza regionale regolatrice (arbitraria) sugli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli e sul Mar di Marmara, secondo la Convenzione di Montreux del 1936, testo che a nessuno piace e per questo nessuno toglie – piuttosto si cercano “scappatoie” come la Turchia con l’Istanbul Canal

TURCHIA. Va da sé che sia bene quindi intrattenere buoni rapporti con questa potenza di dogana poiché permetta il passaggio delle navi commerciali e militari e il tanto agognato approdo nel “mare caldo” del Mediterraneo. 

MAR MEDITERRANEO. Tuttavia, non c’è mare senza un porto che tenga ed ecco quindi il porto militare di Tartus in Siria. Il paese però è da più di un decennio assediato dalla guerra civile, il che lo rende un pericolosa fonte di instabilità anche per il resto della regione – coincidenza voglia che uno dei vicini (nonché il più interessato probabilmente vista anche la pressione migratoria e la minaccia curda subita) sia proprio la Turchia, quella “potenza di dogana” con cui si sta già cercando di intrattenere buoni rapporti.

SIRIA. Ecco, quindi, che si inizia ad avanzare nei tentativi di una riconciliazione tra Ankara e Damasco, dopo la rottura tra i due Paesi sin dagli albori delle sollevazioni popolari nel 2011 e le operazioni militari turche entro il territorio siriano.

In conclusione, quindi, cogliendo la logorante situazione nel contesto più specifico della guerra in Ucraina e in quello più ampio del concerto anatolico-levantino dietro mediazione moscovita (simultaneo all’avvicinamento russo-iraniano), i supposti ripensamenti rumorosi acquistano forse più senso.

Trame inquietanti sembrano consolidarsi all’orizzonte e forse qualcuno alla Casa Bianca ha capito che è il momento di mandare un proprio messaggio – un messaggio diverso, fuori dall’ordinario. Un messaggio, perché la politica non è solo di azione ma anche di pensiero e intimidazione: l’Ucraina non ha – al momento – nessuna realistica possibilità di riconquistare la Crimea foot on the ground. Diversa storia però per un attacco missilistico: questo non è impossibile – Mosca lo sa e di fatti è spuntato un sistema di difesa aerea anche nei tetti capitale.

Forse qualcuno alla Casa Bianca, in un’epifania gattopardiana (un po’ parafrasata), ha capito che se si vuole che certi equilibri non crollino, qualcosa deve cambiare. Per ora, solo un messaggio, perché gli USA – al momento – non hanno ancora fornito all’Ucraina quegli armamenti di lungo raggio.

Ma sembra che ci stiano pensando – e sono pensieri che fanno rumore. 

Latest from USA E CANADA