L’UE E I BALCANI OCCIDENTALI: PROSPETTIVE DI ALLARGAMENTO DOPO IL SUMMIT DI TIRANA

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Fonte Immagine: https://www.eunews.it/2022/07/19/iniziati-negoziati-adesione-ue-albania-macedonia-nord/

La regione balcanica è da sempre al centro degli interessi italiani ed europei, per motivi storico-culturali, ma anche economici e di sicurezza. Il Summit tenutosi a Tirana il 6 dicembre 2022, primo organizzato al di fuori del territorio comunitario, sembra rinnovare l’impegno europeo nei confronti dei possibili futuri membri. Tuttavia, la forte presenza tanto di influenze esterne, quanto di rotture interne all’area balcanica, rende ancora tortuoso il percorso verso una definitiva transizione. 

L’area adriatico-balcanica costituisce un’opportunità e una necessità sia per l’Italia che per il resto d’Europa, non solo per la sua posizione strategica, ma anche per altre ragioni, tra cui la questione migratoria, come ha dichiarato l’attuale Ministro degli Esteri Antonio Tajani durante la  Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia nel mondo, tenutasi a Roma lo scorso 20 dicembre. La sempre più stretta collaborazione instauratasi nel corso degli anni si è infatti dimostrata proficua per entrambe le parti, tanto da rendere palesi i reciproci vantaggi in merito ad un ulteriore allargamento dell’Unione Europea verso Est. Alcuni Paesi dell’area, come Slovenia e Croazia, sono già parte dell’Unione, rispettivamente dal 2004 e dal 2013, con la seconda ufficialmente entrata nell’area Schengen da inizio 2023. Altri, come Serbia, Albania e Montenegro, rientrano tra gli Stati candidati all’adesione. 

Come testimonia la lunga fase dei negoziati, il percorso di adesione è spesso complicato e richiede che gli Stati candidati accettino in primis l’acquis comunitario, conformandosi, dunque, ai contenuti, ai principi e agli obiettivi politici sanciti dai trattati dell’Unione. È indispensabile, per i governi di tali Paesi, avviare programmi di riforme necessari, ad esempio, al rafforzamento dello stato di diritto, allo sviluppo di istituzioni democratiche e del libero mercato. 

Macedonia del Nord e Albania, Stati candidati rispettivamente dal 2005 e 2014, hanno dovuto attendere diversi anni prima di progredire nella fase di adesione, malgrado gli sforzi compiuti a dimostrazione della loro volontà di allinearsi alle politiche europee. La situazione di stallo, cominciata a fine 2019 e sbloccatasi solo lo scorso luglio dopo la rimozione del veto bulgaro sulla Macedonia, è stata provocata, oltre che dalle conseguenze della pandemia e della crisi ucraina emerse successivamente, soprattutto dalla mancanza di coordinazione tra i Paesi membri.

Questi, infatti, si dividevano fra coloro che esigevano ulteriori riforme strutturali prima di avviare i negoziati, ad esempio la Francia, e altri, tra cui Italia e Germania, che invece premevano a favore di un più rapido inizio delle fasi di negoziazione. Tutto ciò, percepito come un calo dell’interesse europeo nei confronti dell’area balcanica, aveva alimentato, tra i candidati, sentimenti di disillusione sulla questione dell’allargamento. 

Tuttavia, la guerra in Ucraina ha risvegliato gli animi europei e fatto riemergere l’impellente necessità di avvicinare i Paesi balcanici il più possibile al blocco occidentale e allontanarli dall’orbita russa. Vi sono, infatti, alcuni Stati che più di altri restano fortemente vincolati al blocco orientale e in particolare a Russia e Cina. Basti pensare, ad esempio, alla Serbia e ai suoi stretti legami storici, culturali ed economici con Mosca, che inoltre rappresenta la sua principale fonte di sostentamento energetico.

La situazione è diventata ancora più critica con il riacutizzarsi delle latenti tensioni con il Kosovo, Stato non ancora riconosciuto non solo dalla Serbia, che continua a rivendicarlo come parte integrante del proprio territorio, ma anche da diversi Stati membri UE, quali Romania, Grecia, Slovacchia, Cipro e Spagna. A ciò si aggiunge quanto affermato di recente dalla Bulgaria, ovvero la sua volontà di allinearsi alle posizioni serbe nella questione kosovara. Queste divergenze interne all’unione vanno ad incidere sulla sua già labile politica estera. 

Dato il persistente supporto di Mosca e Pechino nell’area balcanica, l’UE ha dovuto più volte reiterare il suo ultimatum nei confronti di Belgrado e dei Paesi vicini, invitandoli a prendere una posizione netta: scegliere la democrazia, e quindi l’Europa, o gli autoritarismi russi e cinesi. La seconda opzione potrebbe andare a pesare ulteriormente sui già lenti meccanismi di adesione. Tuttavia, se da un lato le pressioni europee non sembrano spaventare Belgrado, dall’altro, il conflitto in Ucraina ha reso chiaro quanto l’ingresso dei Balcani nell’Unione Europea sia così determinante ai fini della solidità e sicurezza di quest’ultima, da non essere più rinviabile.

Il Summit di Tirana, tenutosi il 6 dicembre 2022, ha ribadito questo concetto e sembra riavvicinare le due sponde dell’Adriatico, facendo percepire una nuova ventata di ottimismo. Alcune delle più importanti tematiche trattate durante l’incontro riguardano le responsabilità russe nella crisi ucraina, la cooperazione per la gestione della migrazione e la lotta al terrorismo e la criminalità organizzata. Si è parlato, inoltre, dei progressi ottenuti dai partner extracomunitari in merito all’integrazione verso il mercato interno UE e alla libera circolazione delle persone, nonché delle nuove proposte a supporto dell’economia e della sicurezza energetica nella regione, tramite pacchetti finanziati dall’UE.

Garantire una efficace collaborazione a sostegno dei settori economico, sanitario e infrastrutturale potrà permettere all’Unione Europea di riacquisire credito nei confronti dei suoi partner. Inoltre, la consapevolezza dei concreti benefici derivanti dalla realizzazione di progetti a lungo termine potrebbe essere un valido deterrente per ulteriori conflitti interni all’area balcanica e contribuire ad uscire dall’impasse relativa ai processi di adesione. 

Il completamento della fase di allargamento fino ai Balcani non solo permetterebbe di chiarire definitivamente la questione dei confini europei, ma rappresenta anche un’importante occasione per l’UE di riformare le sue istituzioni, in quanto è chiaro che l’ingresso di nuovi Paesi porterà a modificare l’assetto europeo, come spiegato dal Prof. Romano Prodi durante l’incontro “Il modello di società europeo”, tenutosi a Gorizia lo scorso 13 gennaio.

Bisogna dunque, continua l’ex Premier, affrancarsi da questa situazione di incertezza. È indispensabile, a tal proposito, fornire da un lato maggior sostegno a quei Paesi che, come Kosovo, Serbia e Bosnia-Erzegovina, presentano ancora forti criticità interne; d’altra parte, l’Unione dovrà lavorare duramente al fine di rafforzare la fiducia reciproca tra gli Stati membri per migliorare la sua politica estera e di sicurezza, le cui lacune la rendono ancora poco credibile agli occhi dei suoi partner. 

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