Guerra in Yemen: le principali vittime sono i bambini

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Fonte Immagine: Modern Diplomacy

Dal 2015 ad oggi in Yemen sono stati uccisi o rimasti mutilati 11 mila bambini. Quella in corso nel Paese viene ritenuta una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. Eppure, nessuno ne parla.

La doppia crisi: umanitaria ed economica

La guerra civile in Yemen va avanti nel silenzio mediatico dal 2014, nonostante i dati raccontino di un conflitto in cui scorre tracimante il sangue dei bambini. Come si legge in un rapporto pubblicato da UNICEF lo scorso dicembre, sono più di 11 mila i bambini uccisi o mutilati dall’intensificarsi degli scontri dal 2015 ad oggi. Una media di quattro al giorno. Questi sono soltanto i dati accertati da UNICEF, il bilancio reale potrebbe essere ben più alto, fanno sapere dall’agenzia delle Nazioni Unite.

La guerra vede contrapporsi gli Houthi, milizia musulmano sciita appoggiata dall’Iran, e il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, affiancato da una coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita. Una lotta di potere che ha avuto ripercussioni pesantissime sulla popolazione, tant’è che ne è scaturita una crisi umanitaria considerata fra le più gravi al mondo. Nel paese, scrive Save the Children, vi è “carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria” e la situazione è aggravata dalla “diffusione di massicce epidemie di colera e difterite”.

Conseguenza inevitabile di anni di guerra è anche la pesante crisi economica che affligge lo Yemen esasperando il quadro umanitario. Come riferisce l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), l’inflazione e il crollo della valuta yemenita ha impedito a un numero crescente di persone di poter soddisfare i propri bisogni primari. Secondo le stime, più del 70% della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Gran parte degli yemeniti versano perciò in condizioni critiche.  Su circa 30 milioni di abitanti nel paese, 21.6 milioni necessitano di assistenza umanitaria. La maggioranza della popolazione, l’80%, fatica ad avere cibo, acqua potabile e servizi sanitari adeguati. Un numero ancora maggiore di persone non ha alcun accesso all’elettricità pubblica. La tregua siglata ad aprile 2022 tra gli attori in campo (i termini dell’accordo sono scaduti a ottobre, ciononostante non vi è stato un inasprimento significativo del conflitto) ha portato a un allentamento delle tensioni e a una riduzione del numero di vittime civili e degli sfollati, senza tuttavia riuscire a impedire che si verificassero scontri localizzati.

“Il 2022 è stato un altro anno tragico per i civili in Yemen” ha dichiarato il presidente di Mwatana for Human rights, organizzazione indipendente yemenita, Radhya Almutawakel, che individua nell’accountability gap una delle ragioni principali “per cui le parti in conflitto hanno continuato a perpetrare il loro comportamento criminale per violare i diritti umani e soffocare le libertà pubbliche e personali”. 

Il dramma dei bambini yemeniti 

A destare particolare attenzione e preoccupazione è la condizione in cui versano i più piccoli. Ad oggi, circa 2.2 milioni di bambini sotto i cinque anni sono deperiti, di questi mezzo milione soffrono di deperimento grave. Lo stato misero del sistema sanitario non è in grado di fornire un’assistenza appropriata a 10 milioni di bambini e la carenza di vaccini, insieme alla mancanza di acqua potabile, fa sì che siano esposti a un rischio elevato di ammalarsi di colera, morbillo, difterite e altre malattie altrimenti prevenibili.

Fra i suoi effetti drammatici, la guerra ha avuto anche quello di innescare una crisi educativa che avrà preoccupanti conseguenze sul lungo termine, fanno sapere da UNICEF. Sono più di due milioni i bambini che non hanno l’opportunità di andare a scuola, in un paese che conta circa un quarto dei plessi scolastici distrutti o danneggiati. Inoltre, il rischio di essere uccisi lungo la via verso il proprio istituto, così come le difficoltà economiche, hanno spinto molte famiglie a non mandare più i figli a scuola. A questo si aggiunge che la mancata erogazione dei salari ha costretto molti insegnanti ad abbandonare l’insegnamento e a cercare altre tipologie di impiego.

Le fazioni in conflitto hanno anche un’altra responsabilità nei confronti dei bambini, ovvero quella di averli usati per rimpinguare le fila degli eserciti. Dal 2015 a settembre 2022, sono stati reclutati per combattere 3,904 bambini soldato. Si stima che solo tra gennaio 2020 e maggio 2021 ne siano morti quasi due mila sul campo di battaglia a fianco dei ribelli Houthi, che sono i principali promotori di questa campagna di reclutamento. “Gli Houthi hanno utilizzato quelli che chiamano ‘campi estivi’ per diffondere la loro ideologia religiosa e reclutare ragazzi per combattere”, scrive Al Jazeera, spiegando come, nonostante l’accordo di porre fine a questa pratica stretto con l’Onu ad aprile, abbiano continuato ad arruolare bambini. Sebbene lo abbiano fatto in misura minore e abbiano adottato maggiori provvedimenti per porre fine a questa prassi, Le forze filogovernative non sono state da meno e hanno a loro volta assoldato bambini tra le proprie fila.

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Fonte: European Council of Foreign Relations

Storia del conflitto

Prima dell’unificazione, nel 1990, lo Yemen era diviso in due: la Repubblica araba dello Yemen, nota come Yemen del Nord, e la Repubblica popolare democratica dello Yemen, o Yemen del Sud. L’unificazione non ha posto fine alle tensioni tra nord e sud, portando le diverse anime del Paese a ripetuti scontri negli anni a seguire, sia di tipo militare che politico. Con lo scoppio della Primavera araba nel 2011, l’allora presidente Ali Abdullah Saleh è costretto alle dimissioni e così, l’anno successivo, il comando passa nelle mani di Abdrabbuh Mansour Hadi. La difficile transizione di potere e la complessa situazione politica ed economica mettono il governo centrale in una posizione di ancor maggiore debolezza. 

Della crescente instabilità nel Paese ne approfittano gli Houthi, che nel settembre del 2014 prendono il controllo del governatorato di Sa’da e poi della capitale, Sana’a, sancendo l’inizio della guerra civile. Il conflitto precipita nel marzo 2015, quando una coalizione di otto Stati guidati dall’Arabia saudita, col sostegno logistico e dell’intelligence degli USA, fanno il loro ingresso in guerra con l’obiettivo di sostenere il governo contro gli Houthi.

“L’Arabia Saudita ha giustificato il proprio intervento in Yemen affermando che l’Iran sostiene gli Houthi con armi e supporto logistico”, scrive Save the Children, ma l’Iran respinge le accuse. Nei primi mesi del 2021, la presidenza Biden decide di interrompere il proprio supporto alle operazioni militari saudite in Yemen, pur tuttavia continuando a inviare e vendere armi ai Paesi della regione come strumento di risposta agli attacchi degli Houthi.

La fine della tregua ad ottobre scorso non è un buono segno. Anche se non si è assistito a una recrudescenza del conflitto, la mancata proroga dei termini dell’accordo dimostrano tutte le difficoltà delle parti in campo nel trovare un punto di incontro. Allo stesso tempo, in questa situazione di stallo, si può leggere un qualcosa di positivo, ovvero una volontà di non esacerbare le tensioni per mantenere aperta la possibilità di un dialogo.

Questa eventualità sembra confermata dalle parole dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen Hans Grundber, secondo cui la prospettiva di una nuova tregua si è fatta più consistente grazie all’intensificazione dell’attività diplomatica regionale e internazionale. Tuttavia, la fine del conflitto non appare affatto vicina e una serie di variabili potrebbero concorrere a interferire con un percorso in tale direzione.

Come illustra Jens Heibach, ricercatore presso il German Institute for Global and Area Studies di Amburgo, gli Houthi hanno consolidato il loro potere nel nord del Paese, perciò è poco probabile che il loro dominio nella regione possa essere messo in discussione nel breve termine. Inoltre, il Paese risulta sempre più diviso e frammentato in una pluralità di fazioni locali che controllano porzioni di territorio. Questo crescente “settarismo” dello Yemen potrebbe rappresentare un impedimento considerevole al raggiungimento di un consenso corale e univoco sulle condizioni per porre fine alla guerra.

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