COSA SI NASCONDE DIETRO LA VISITA DI KAMALA HARRIS NELLE FILIPPINE

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Fonte Immagine: Figura 1https://www.seattletimes.com/nation-world/nation/us-vp-harris-flying-to-philippine-island-near-disputed-sea/

Il 21 novembre scorso la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha presenziato a uno storico incontro nell’isola di Palawan, nelle Filippine, un evento che va oltre una semplice visita di prassi istituzionale. 

Se l’isola di Palawan, una striscia di terra sperduta nel Mar Cinese Meridionale, potrebbe sembrare una tipica meta prettamente vacanziera, ad oggi risulta una pedina più che strategica nello scacchiere statunitense.

La visita di Kamala Harris, prima in linea di successione presidenziale, e a tutti gli effetti una delle più alte cariche ad aver mai messo piede su quest’isola, dimostra come gli Stati Uniti siano disposti a tutto pur di far sentire la loro presenza in un’area del mondo sempre più in ascesa.

Per comprendere cosa rende questa zona così importante, basti considerare che la Repubblica Popolare cinese, giusto a pochi chilometri di distanza, sta portando avanti una campagna di militarizzazione di vere e proprie isole e atolli costruiti artificialmente, con lo scopo di garantirsi un accesso indisturbato proprio nella porzione di mare contigua alle sue coste.

Il 20 marzo scorso il comandante Usa per l’Indo-Pacifico, l’ammiraglio John C. Aquilino, ha denunciato la <<completa militarizzazione da parte della Cina di almeno tre delle numerose isole che ha costruito nel Mar Cinese Meridionale armandole con sistemi missilistici antinave e antiaerei, laser ed equipaggiamenti jamming e caccia, con un’iniziativa sempre più aggressiva che minaccia tutte le nazioni che operano nelle vicinanze>>.

Al fine di capire per quale motivo la visita della Harris abbia suscitato una certa apprensione da parte della comunità internazionale, è sufficiente pensare che la zona compresa tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, conosciuta come Indo-Pacifico, e nella quale è situata l’isola di Palawan, ad oggi fa da palcoscenico allo scontro tra due potenze del calibro di Stati Uniti e Cina.

Gli Stati Uniti, soprattutto negli ultimi anni, hanno rivolto il loro asse di interesse alla volta del quadrante asiatico, cercando di far leva sulle numerose alleanze difensive strette con alcuni dei Paesi storicamente facenti parte del blocco dei “non-allineati”, ma che nel tempo hanno assunto un orientamento istituzionale filoamericano. 

Le Filippine, in questo caso specifico, sono legate agli USA da un trattato di mutua difesa risalente al 1951, tale per cui in caso di attacchi da Paesi terzi, Washington e Manila sono chiamati ad intervenire l’uno in soccorso dell’altro. Non è difficile comprendere che per gli alleati statunitensi, le Filippine hanno da sempre rappresentato un avamposto strategico dapprima mirato al contrasto dell’avanzata comunista in Asia ed a un ipotetico riarmo militare giapponese, mentre invece oggi funzionale nell’ottica del confronto col rivale cinese.

La Repubblica Popolare, d’altra parte, sa che non può competere con l’enorme rete di alleanze difensive intelaiate nel tempo dagli Stati Uniti, ragion per cui preferisce concentrarsi sugli accordi commerciali, facendo leva sulla sua attrattività economica. Ad oggi, infatti, la Cina occupa il primo posto come Paese privilegiato nell’interscambio commerciale con la maggior parte dei partner asiatici. 

Con questi presupposti, dietro la visita della Harris, può dunque nascondersi la volontà di infastidire Pechino, cercando in tutti i modi di allontanare Manila dall’influenza del rivale? 

Per quanto sia lecito pensarlo, e per quanto forse questo rappresenti un desiderio sottaciuto da parte dell’amministrazione americana, certo è che l’intervento della vicepresidente USA ha indubbiamente lanciato un messaggio di sfida. 

La faccenda non viene però confinata al semplice intento provocatorio, e questo soprattutto dal momento in cui le dinamiche che caratterizzano il quadrante in questione sono intrinsecamente più complesse di quelle che sembrano.

Come accennato precedentemente, l’Indo-Pacifico fa da sfondo allo scontro, per ora in termini di soft-power, tra Stati Uniti e Cina. Il soft-power altro non è che l’abilità di un potere politico di persuadere, convincere, cooptare attraverso mezzi quali la cultura, l’attrattività economica, la capacità difensiva e così via… 

I membri dell’ASEAN, ovvero l’Associazione delle Nazioni del sud-est asiatico, di cui le Filippine fanno parte, sono al centro delle mire dei due colossi, e questo perché una loro piena e devota collaborazione con una sola delle parti contendenti significherebbe la sconfitta della pretesa del rivale sul pieno controllo del quadrante asiatico. 

Il verificarsi di questo scenario, che vedrebbe dunque i Paesi ASEAN assumere un chiaro orientamento filoamericano o filocinese, altro non rappresenterebbe che un’enorme catastrofe per l’equilibrio indo-pacifico, il quale ad oggi già risulta molto instabile. I Paesi del sud-est asiatico in questo fungono da vero e proprio perno stabilizzatore nella regione, perché non rinunciano ai benefici che possono derivare dall’interscambio con la Cina e al tempo stesso continuano a tener fede alle alleanze in chiave difensiva col partner americano. 

Così come la visita di Nancy Pelosi a Taiwan, dello scorso agosto, ha suscitato una dura presa di posizione da parte della Cina, che ha invocato la compromissione della pace e degli interessi fondamentali della nazione, anche con la Harris si è visto come da un episodio simile, Pechino non sia disposta ad indugiare ad esprimersi in merito, lasciando presagire un’alta probabilità di intervenire contro qualsivoglia ingerenza straniera.

Visto e considerato il forte orientamento filoamericano del nuovo Presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr, negli anni a venire possiamo sicuramente aspettarci una sempre più stretta collaborazione tra i due alleati, anche perché l’isola di Palawan rimane un’area imprescindibile per il grand design statunitense. 

Data l’estrema fragilità che caratterizza gli equilibri indo-pacifici, risulta più che mai necessaria una foreign policystudiata affinché sia in linea con gli obiettivi di sviluppo e collaborazione con Paesi da sempre alleati, ed auspicabilmente mai intenzionata a spezzare quel labile filo immaginario che tiene insieme le sorti del quadrante asiatico, e perché no, anche del mondo intero.

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