Terre rare in Svezia, cosa può cambiare? 

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Fonte Immagine: The Barents Observer

Lo European Green Deal si fonda sulla transizione ecologica in cui i minerali critici giocano un ruolo indispensabile. E’ di pochi giorni fa la scoperta di un bacino di terre rare a Kiruna, in Svezia. 

Si stima che l’artico possegga enormi bacini di risorse naturali ancora non sfruttati, tra cui petrolio, gas e minerali critici per la transizione ecologica. La possibilità di accedere a tali risorse ha attirato l’attenzione delle grandi potenze artiche, e non solo. Se Paesi come la Russia puntano allo sfruttamento delle risorse artiche per lo sviluppo regionale e per sostenere l’esportazione di gas e petrolio, altri Paesi puntano a tali risorse per alimentare la strategia di transizione energetica orientata alla riduzione delle emissioni e della dipendenza da risorse di natura fossile. In questo contesto lo European Green Deal ha l’ambizioso obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra entro il 2030 dall’attuale 40% rispetto ai livelli del 1990 ad almeno il 55%, per arrivare entro il 2050 ad emissione zero.

Senza andare nei dettagli del piano, fondamentali per poter attuare molte delle azioni previste sono le terre rare, che consistono in diciassette diversi metalli. Nello specifico: lo scandio (Sc), l’ittrio (Y ), lantanio (La), cerio (Ce), praseodimio (Pr), neodimio (Nd), promezio (Pm), samario (Sm), europio (Eu), gadolinio (Gd), terbio (Tb), disprosio (Dy), olmio (Ho), erbio (Er), tulio (Tm), itterbio (Yb), lutezio (Lu). Pur non essendo particolarmente conosciuti singolarmente, sono indispensabili nelle componentistiche tecnologiche di utilizzo quotidiano come smartphone, touchscreen, hard disk e batterie. Sono inoltre fondamentali per la realizzazione di prodotti di alta tecnologia, come pannelli solari e turbine eoliche.

Se lo scopppio della guerra in Ucraina ha evidenziato i limiti della politica europea in termini di approvvigionamento energetico a causa della forte dipendenza dalla Russia, per le terre rare, che come detto giocano un ruolo indispensabile nella transizione ecologica, il leader del mercato è indiscutibilmente la Cina, che possiede circa un terzo delle riserve naturali mondiali, oltre che il primato della produzione che raggiunge circa il 60%. Ciò renderà il Paese guidato da Xi Jinping un partner indispensabile per molti altri Paesi. Se poi in caso di crescente tensione geopolitica la leva dell’approvvigionamento energetico verrà utilizzata anche nella negoziazione politica modello Putin, il potere negoziale della Cina sarà estremamente rilevante.

La scoperta del più grande bacino di terre rare sul suolo europeo avvenuto a Kiruna, nella Lapponia svedese, può essere un importante game changer nella politica energetica europea. La notizia arriva direttamente dal gruppo minerario Lkab, società di proprietà dello Stato svedese che è attiva a Kiruna da circa 130 anni, dove oggi estrae l’80% del minerale di ferro europeo. Riguardo la scoperta del nuovo sito, la stessa società stima che il sito “sarebbe sufficiente per soddisfare gran parte della domanda futura dell’Ue per la produzione dei magneti permanenti necessari per i motori elettrici e  per le turbine eoliche”.

Un’altra stima che però la stessa società diffonde è quella del tempo necessario per approfondire gli studi sul sito minerario. Avviare effettivamente l’estrazione e provvedere alla messa sul mercato, richiederebbe circa quindici anni. 

Tuttavia sussistono degli interrogativi strutturali che evidenziano un paradosso: per avviare e sostenere la transizione ecologica orientata a ridurre le emissioni e alla decarbonizzazione del mercato e dell’economia è necessario continuare ad estrarre risorse altamente inquinanti.

C’è inoltre da chiedersi quanto, oltre alla controversa necessità di estrarre risorse inquinanti per sostenere dei processi atti a decarbonizzare e ridurre emissioni, intervenga anche la necessità, oltre che la volontà, di ridurre la dipendenza da partner extraeuropei, memori della recente esperienza russa. 

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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