Convergenza tattica franco-americana in Ucraina?

17 mins read
Fonte Immagine: aljazeera.com

Lo scorso mese il presidente statunitense Joe Biden ha ricevuto a Washington l’omologo francese Emmanuel Macron. Scelta non casuale quella di invitare alla prima visita di Stato dell’amministrazione il presidente che in Europa più si è speso per mantenere un canale di dialogo con Vladimir Putin. Macron ha definito Usa e Francia come “sorelle nella lotta per la libertà”, richiamando la comune genesi rivoluzionaria delle due Repubbliche fondate sull’idea universalistica di Libertà. Matrice delle aspirazioni di indipendenza strategica della Francia, del suo impero oceanico e della sua visione geopolitica globale. Nazioni sorelle legate da un sentimentale rapporto di amore e odio. 

Nelle settimane precedenti il fatidico 24 febbraio 2022 i servizi di intelligence francesi avevano mantenuto un approccio scettico durante l’accumulo militare russo ai confini dell’Ucraina, sminuendo i segnali di allarme provenienti dai colleghi americani e britannici. Una invasione russa era valutata come improbabile. Fallimento di intelligence dovuto al bias di ciò che avevamo rimosso dai nostri orizzonti cognitivi: il ritorno della guerra su larga scala nel Vecchio Continente. 

Da allora, la Francia ha manifestato sostegno diplomatico, economico e in ridotta misura militare all’Ucraina, consegnando soprattutto i potenti obici semoventi Caesar da 155 mm. Appoggio finalizzato ad impedire una vittoria russa piuttosto che ad agevolare una vittoria ucraina.

Parigi ha tuttavia bilanciato il supporto all’Ucraina con una doppia postura politica di segno contrario. 

Da un lato, il presidente Macron ha mantenuto canali di comunicazione diretti con Putin proponendosi, in nome dell’Europa ça va sans dire, come mediatore tra i belligeranti, alternativo all’acerrimo rivale turco, massima minaccia strategica esterna (Mediterraneo, Sahel, Maghreb) e interna (“separatismo islamista”) alla sicurezza nazionale della Rèpublique. In auspicio di un cessate-il-fuoco e di una risoluzione diplomatica del conflitto. Raccogliendo solamente l’indifferenza del Cremlino, che considera Washington come unico interlocutore alla pari in grado di fermare Kiev.

Dall’altro lato, l’Eliseo ha ribadito la propria contrarietà alla proposta polacco-baltica di adesione accelerata dell’Ucraina (così come di Georgia e Moldova) all’Ue e alla Nato, sostenendo che se ne potrà parlare fra 15-20 anni. 

Fonte: Kiel Institute

Le ragioni geopolitiche della posizione francese

Il peculiare atteggiamento geopolitico francese sulla guerra in corso trova motivazioni prettamente geostrategiche più che geoeconomiche, particolarmente avvertite in paesi come Germania e Italia. Parigi, al pari di Berlino e Roma, è colpita economicamente dagli aumenti vertiginosi nei prezzi di gas, grano e fertilizzanti, la più grave crisi inflattiva dagli anni ’70 del secolo scorso. La francese Engie non è stata risparmiata dai tagli sulle forniture di gas operati da Gazprom, che hanno spinto il governo parigino a concludere con il privilegiato partner emiratino un accordosull’acquisto di petrolio e gas e sullo sviluppo di piani di investimento congiunti su idrogeno, nucleare ed energie rinnovabili. 

Eppure, il ricatto energetico russo non mina la sicurezza energetica francese, forte della produzione da fonte nucleare che assicura il 70% del fabbisogno nazionale e ne riduce sensibilmente la dipendenza dalla Russia rispetto ad altre capitali europee, molto più esposte all’arma energetica moscovita. 

Le ragioni profonde della condotta francese sono quindi propriamente strategiche. E riguardano direttamente la relazione geopolitica con gli Usa su due versanti diversi ma strettamente connessi che spingono i francesi a ricercare una rapida fine delle ostilità. Perché la guerra in Ucraina è un disastro geopolitico per la Francia in quanto ne sconvolge i piani di autonomia strategica europea (leggi francese) dall’egemone a stelle e strisce. 

In primo luogo, il conflitto ha dimostrato come la sicurezza e la compattezza europea dipendano dalla leadership politica e militare statunitense. Il baricentro geostrategico veterocontinentale e atlantico si è spostato lungo l’asse anti-russo nord-orientale baltico-eusino guidato dalla Polonia, dove l’influenza francese è nettamente inferiore a quella tedesca con conseguente aggravamento del deficit parigino nei rapporti di forza con Berlino e a scapito della spinta francese (e italiana) a focalizzare la Nato sulla sicurezza mediterranea e sull’antiterrorismo jihadista in Nord Africa e nel Sahel. Soprattutto, si è rinsaldato il controllo americano sull’Europa grazie alla rivitalizzazione della Nato che, come riconosciuto dalla recente revisione strategica nazionale francese, costituisce “il fondamento e il quadro essenziale per la sicurezza collettiva dell’Europa”.

Fonte: Kiel Institute

In secondo luogo, la guerra ha risvegliato la Germania dal suo torpore geopolitico. La Bundesrepublik ha varato un fondo da oltre 100 miliardi di euro con cui finanziare un riarmo con soluzioni nazionali e americane. Piano che, seattuato, rischia di segnare un duro arresto ai sogni francesi di autonomia strategica dalla tutela americana perché rafforzerà vieppiù l’interoperabilità tra forze armate tedesche e Nato e dunque la dipendenza della sicurezza germanica dall’America – significativa in tal senso la decisione del governo Scholz di acquistare 35 caccia F-35 per sostituire nei prossimi 3-8 anni la vecchia flotta di Tornado, scelta che rafforza il ruolo tedesco nel burden sharing nucleare Nato e rischia di mettere in discussione il programma congiunto franco-tedesco-spagnolo Future Combat Air System sul caccia di nuova generazione destinato a sostituire Rafale ed Eurofighters.

Non umiliare la Russia

Premesso quanto detto si può dunque comprendere la posizione kissingeriana assunta dal capo dell’Eliseo sulla guerra in Ucraina. Il presidente francese ritiene pericoloso spingere Putin in un angolo, umiliare la Russia o creare le condizioni di una nuova Versailles – il richiamo storico è al Trattato di “pace cartaginese” che fu imposto dalle potenze alleate alla Germania imperiale al termine della prima guerra mondiale e che contribuì ad alimentare lo sciovinismo e il revanscismo tedesco, tra le concause della seconda guerra mondiale. 

Parigi si propone come possibile mediatore perché persegue un obiettivo strategico diverso da quello dei neoconservatori americani, che puntano a eliminare la Russia dall’equazione di potenza europea, a spingerla in Eurasia per indurla, nel lungo periodo, a scontrarsi con la sfera d’influenza cinese in espansione in Asia centrale. Secondo Macron, questo approccio consegnerà Mosca a Pechino. Inoltre, affinché la leadership politica russa possa optare per una de-escalation, a ostilità cessate, “garanzie di sicurezza” dovranno essere fornite non solo a Kiev ma anche a Mosca. A guerra finita la Russia non deve essere espulsa dall’ordine di sicurezza europeo ma vi dovrà partecipare attivamente in uno schema nuovo. 

Magari all’interno di quella Comunità politica europea aperta anche a britannici e ucraini e immaginata da Macron come consesso paneuropeo che, evitando l’ingresso nell’Ue e nella Nato di Ucraina, Georgia e Moldova, allevierebbe l’atavico senso di insicurezza dei russi. Per Parigi, unica architettura di sicurezza continentale che potrebbe garantire una pace sostenibile e stabile nel lungo termine e, aggiunge maliziosamente chi scrive, permetterebbe all’Esagono di bilanciare il ritorno degli Usa in Europa via Nato, ridurre l’influenza egemonica americana e contenere la rimilitarizzazione nazionale della Germania.

Invero, la storica idea francese di inglobare la Russia in un ordine di sicurezza paneuropeo esteso dall’Atlantico agli Urali non è mai morta. Nasce dall’opposizione al “mondialismo” aemricanocentrico e dalla percezione di declino dell’Occidente europeo ed è rafforzata dal timore di essere risucchiati in una nuova contrapposizione bipolare, quella tra Usa e Cina, nella quale l’Europa vaso di coccio rischia di rimanere stritolata. Macron vede(va?) nel dialogo politico e nella cooperazione securitaria con la Russia un fattore che avrebbe consentito all’Europa di equilibrare le due superpotenze. Per tale ragione l’allineamento russo-cinese è un incubo di cui Macron attribuisce le colpe agli Usa. Perché la Russia junior partner della Cina frantuma l’ambizione francese di rendersi potenza strategicamente autonoma dagli Usa. 

Il progetto di una Grande Europa unita da Lisbona a Vladivostok si scontra peraltro con la Nuova Europa, che non potrebbe farne parte. Gli Stati ex sovietici, dunque russofobi, dell’Europa centro-orientale non sono disposti a rinunciare all’ombrello difensivo americano, sicché la Grande Europa macroniana sarebbe necessariamente ristretta alla Vecchia Europa e alla Russia. Utopia geostrategica.

Riallineamento tattico fra Parigi e Washington

Il viaggio macroniano a Washington ha fatto emergere i numerosi punti di attrito tra le due sponde dell’Atlantico, a partire dalle politiche protezioniste Buy American dell’amministrazione Biden su semiconduttori e veicoli elettrici (Chips Act; Inflation Reduction Act), in perfetta continuità con il “cattivo” Trump.

Sul tema della guerra russo-ucraina si è invece registrato un cambiamento di postura nella public diplomacy francese, un riallineamento (meramente tattico) con le posizioni americane. Macron ha infatti promesso sostegno a Kiev “fino alla vittoria”, mentre sino alla vigilia dell’incontro con Biden l’enarca dell’Eliseo manifestava ancora disponibilità a parlare con Putin.

Probabilmente anche a Parigi hanno compreso che i presupposti per una soluzione negoziata continuano a difettare. Le distanze tra le parti sono troppo ampie: l’Ucraina non è disposta ad accettare amputazioni territoriali in cambio di una incerta pace; la Russia non intende ritirarsi dai quattro oblast’ (Donec’k, Luhans’k, Kherson, Zaporižžja) occupati e illegalmente annessi via referenda lo scorso settembre. Occorre quindi forzare il calcolo costi-benefici di Putin rafforzando la posizione ucraina sul campo di battaglia. 

Da qui l’annunciato invio di mezzi corazzati in Ucraina da parte di Francia, Stati Uniti e Germania. Parigi si è mossa per prima e fornirà a Kiev carri armati leggeri AMX-10 RC. Il contropiede macroniano mira a recuperare fiducia verso i governanti ucraini e agli occhi della superpotenza per rafforzare la voce francese in vista di un futuribile negoziato e ottenere da Washington qualche contropartita su altri tavoli, come quello della condivisione del debito a livello comunitario dietro garanzie tedesche. La moral suasion di Washington su Berlino sarà decisiva per superare il muro germanico (e neerlandese) sulla revisione dei parametri del Fiscal Compact richiesta anche dall’Italia.

Washington e Berlino hanno rapidamente seguito l’Esagono. Gli Usa hanno approvato il più grande singolo pacchetto di aiuti militari (2,85 mld$) all’Ucraina. Esso include 50 veicoli da combattimento Bradley, 100 veicoli corazzati M113, 18 obici semoventi, 4.000 razzi aria-superfice Zuni, centinaia di missili anticarro e migliaia di munizioni (artiglieria da 155 mm, HIMARS). I tedeschi forniranno 40 veicoli da combattimento Marder, nonché una batteria di sistemi di difesa aerea Patriot, che potrebbe essere schierata a protezione di Kiev e si aggiungerà a quella già consegnata dagli Usa per la difesa di Leopoli e del confine ucraino-polacco. 

I nuovi aiuti militari promessi a Kiev da francesitedeschi e americani conferiscono maggiore potenza di fuoco alle forze ucraine, ma non rappresentano un game changer[1], non consentiranno a Kiev di espellere le forze russe dall’intero territorio nazionale. E tuttavia, l’Occidente invia un segnale a Mosca. Le prossime consegne di armi potrebbero riguardare carri armati pesanti (ad es. i Leopard tedeschi) e continueremo a sostenere gli ucraini nei loro sforzi per recuperare più territori possibili a sud e a est e di difendersi di fronte allo scenario di una eventuale seconda ondata di mobilitazione russa per una nuova offensiva.

Vi conviene trattare ora prima di perdere ulteriore terreno. Invero, secondo l’intelligence americana, la riduzione dei ritmi di combattimento nella stagione invernale consentirebbe agli ucraini di riorganizzare le forze, schierare nuove brigate corazzate e meccanizzate e integrare i nuovi equipaggiamenti occidentali per riprendere le offensive sul campo in primavera.

Come sottolineato dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg “le armi sono (…) la via per la pace”. Alle quali si aggiungerà l’addestramento avanzato (manovre congiunte di fanteria coordinate dal supporto dell’artiglieria secondo le dottrine di combattimento della Nato) che verrà fornito nella base della Us Army di Grafenwoehr (Germania) a circa 500 soldati ucraini al mese da parte degli addestratori militari del 7th Army Training Command.

Evoluzione strategica perché approfondirà l’integrazione degli standard tattico-operativi delle forze ucraine con quelli Nato, come pubblicamente rivendicato dal portavoce del Pentagono, generale Pat Ryder, il quale ha dichiarato che il salto di qualità annunciato è un “logico passo successivo nei nostri sforzi di addestramento in corso, iniziati nel 2014, per costruire la capacità delle forze armate ucraine”. Kiev compie un altro passo verso l’Occidente strategico.


[1] Ad esempio, gli AMX-10 RC di fabbricazione francese sono piattaforme corazzate altamente mobili, sebbene piuttosto datate e prossime alla sostituzione, adatte all’impiego in operazioni di ricognizione e di supporto ai carri armati pesanti.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

Latest from USA E CANADA