La geopolitica vaticana

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Fonte Immagine: https://www.editorialedomani.it/fatti/papa-francesco-morte-ratzinger-rd7pezkc

Papa Ratzinger aveva perfetta coscienza dei processi degenerativi cresciuti nella chiesa wojtyliana. Ma era convinto di poterli dominare con i propri strumenti intellettuali. Il suo fu un papato, il quale aveva ripreso un dialogo con la chiesa in Cina e nutrito una cultura conservatrice a corto di idee proprie.

Divenuto papa a 78 anni, Ratzinger iniziò a determinare immediatamente l’epicentro dei problemi della Chiesa cattolica, ereditata dopo quasi un trentennio da Wojtyla: l’Europa. Influenzati dalla situazione in cui si trovava il Vecchio Continente nei primi anni Duemila, segnati soprattutto dagli attacchi terroristi dell’11 settembre negli USA e dal coinvolgimento di certi Paesi europei nella guerra d’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq.

La nuova frontiera della fede, come ha dimostrato di saper interpretare papa Francesco, si stava e continua a spingersi sempre più a est e a sud. Anche se fu Benedetto XVI a preparare la rotta verso Pechino con una lettera ai cattolici cinesi nel 2007, oltre a guardare con tenacia verso Mosca e la Chiesa ortodossa, con lo scopo di riannodare i fili del mondo cristiano. 

Dopo le dimissioni di Joseph Ratzinger, il quale si è dimesso il 28 febbraio 2013, i cardinali si sono riuniti in conclave eleggendo papa Jorge Mario Bergoglio, salito al trono papale il 13 marzo 2013 sotto il nome di Francesco. Il suo pontificato fu percepito come un cambiamento di direzione rispetto al passato, data la sua particolare attenzione, e soprattutto il suo attivismo, verso i temi della politica internazionale e le battaglie come la lotta contro la disuguaglianza nel mondo. La diplomazia della Santa Sede perse influenza con il papato di Giovanni Paolo II. Ora con il papa argentino, Francesco ha rivitalizzato le azioni politiche concrete. Sotto la leadership di Bergoglio, la nuova strategia vaticana si rivela improntata ad un forte realismo politico. 

Il cambio di passo promosso nella leadership di Francesco non può essere indicato come un fattore determinante per le difficili relazioni tra l’amministrazione statunitense e la Santa Sede: basti pensare, al ruolo riconosciuto al pontefice da Barack Obama e Raul Castro per il disgelo delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba. Divenuto anche mediatore invisibile tra Obama e Putin nella crisi siriana, mediatore dell’incontro tra Shimon Peres e Abu Mazen in Vaticano. Inoltre, ha iniziato l’apertura del dialogo con la Cina. Bergoglio ha una visione, che è un antidoto contro i muri e contro l’anti-globalizzazione.

Non si lasciandosi condizionare da nulla, questo gli permette di avere tanti rapporti personali con leader laici e religiosi, con politici, con intellettuali e giornalisti, che gli permettono di capire i problemi da risolvere. Non lasciandosi condizionare, si potrebbe definire uno Zóon politikon (ζῷον animale, πoλίτικoν: sociale o politico).

Possiamo identificare due principi nella “geopolitica dello spirito” di papa Bergoglio, il multilateralismo, come strumento privilegiato di risoluzione delle controversie internazionali, e il perseguimento di una pace sostenibile.

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