LA COERCIZIONE ECONOMICA CINESE SPAVENTA ED UNISCE LE DEMOCRAZIE

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Fonte Immagine: Institutmontaigne

Il crescente uso di coercizione economica da parte della Cina ha aperto un nuovo dibattito internazionale volto a trovare una soluzione efficace a tale pratica.  Si è persino parlato dell’Articolo 5 NATO in chiave economica. Tuttavia, il dialogo non sembra produrre ancora nessun risultato, almeno a livello globale. Diversamente, l’UE è l’unico gruppo di stati che si accinge a sviluppare un pacchetto di contromisure coordinate e regolate dall’ “Anti-Coercion Instrument” (ACI).

Cina vs Lituania

Il caso che meglio di ogni altro illustra le nuove caratteristiche della coercizione economica esercitata da Beijing è sicuramente quello che ha coinvolto la Lituania nel novembre 2021. Il paese europeo aveva appena inaugurato il “Taiwan Representative Office” (駐立陶宛台灣代表處) a Vilnius quando, nel tempo di una notte, scomparve dal sistema doganale cinese. La scelta di apporre Taiwan (台灣) piuttosto che Taipei (台北) non è stata ben digerita dalla Partito Comunista Cinese (PCC) poiché in duro contrasto al “One China Principle”.

Tuttavia, sebbene l’embargo abbia interrotto qualsiasi legame commerciale tra il piccolo paese baltico ed il colosso asiatico, Vilnius ha deciso di non retrocedere dalla propria posizione. Tale atteggiamento ha comportato un ulteriore inasprimento della controparte che ha implementato pressioni economiche senza precedenti. La Cina ha infatti minacciato le aziende che acquistavano prodotti dalla Lituania di potenziali limitazioni commerciali anche verso di loro. Tali pressioni non hanno tardato a presentarsi. Di fatti, nel giro di poche settimane, la Continental, un’importante azienda tedesca che acquista componenti da aziende lituane, non è stata più in grado di inviare le proprie merci in Cina.

Cina vs Australia 

Un caso di coercizione economica altrettanto curioso ha interessato l’Australia  nei primi mesi della scorsa pandemia. Questa volta, le pressioni economiche sono state formalmente introdotte a causa dell’appello del governo australiano di volere aprire un’inchiesta indipendente per fare luce sull’origine del Covid-19. Tale notizia ha causato una risposta quasi immediata da parte della Cina.

Infatti, nel giro di poche settimane, il PPC ha deciso di implementare una serie di misure punitive che hanno interessato diverse industrie Australiane, tra cui quelle dell’orzo, vino, carbone, aragosta e legname. Tuttavia, sembrerebbe che la frizione generata dall’accaduto si inserisca in un contesto di inimicizia più longevo. Negli anni precedenti al Covid-19 i due paesi si erano già scontrati svariate volte su temi caldi quali Hong Kong, Taiwan ed il 5G. 

Il nuovo approccio di Beijing 

I precedenti casi fanno parte di un nuovo approccio che Pechino sta ancora delineando.  Durante la scorsa decade, i casi di coercizione economica cinese sono incrementati notevolmente. Tra il 2010 ed il 2022 sono stati identificati 123 casi a livello globale. Dal 2018, la frequenza di tali pressioni è aumentata ulteriormente e nuovi temi si sono aggiunti alla lista di linee rosse che Pechino considera invalicabili. Tra i paesi più coinvolti vi sono il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan (25% dei casi totali), ma recentemente il raggio d’azione della politica cinese ha oltrepassato lo spazio regionale.

Gli strumenti più frequentemente utilizzati comprendono boicottaggi popolari, restrizioni commerciali e turistiche ma anche empty threats o bluff. Invece, per quanto riguarda le cause, sebbene la sovranità nazionale resti tra le più citate, dal 2018 nuovi temi come le indagini sulle origini del Covid-19 e gli atteggiamenti negativi verso le compagnie cinesi che operano all’estero, ad esempio le restrizioni verso Huawei, rappresentano le nuove linee rosse che Beijing considera intoccabili.

Fonte: Merics

L’UE pioniere nel panorama globale

Il nuovo approccio con cui la Cina utilizza pressioni economiche per difendere i propri interessi geopolitici ha generato un dibattito volto ad arginare tale problema. A giugno 2022, Anders Fogh Rasmussen, l’ex primo ministro danese e già segretario generale della Nato dal 2009 al 2014, ha annunciato un piano rivolto agli Alleati ma anche alle altre democrazie del mondo per contrastare più efficacemente le pressioni economiche da paesi terzi. Insieme ad Ivo Daalder, ex ambasciatore USA alla NATO, Rasmussen ha proposto di traslare la deterrenza e la solidarietà che la NATO è in grado di produrre sul piano della sicurezza anche su quello economico.

In altre parole, la proposta implica un utilizzo in chiave economica dell’Articolo 5 del Trattato NATO. Tuttavia, la proposta non parla in maniera chiara delle contromisure da adottare verso i paesi responsabili dell’utilizzo di coercizione economica contro i membri NATO. Similmente, ad Aprile 2021, l’allora ministro degli Esteri britannico Liz Truss, durante il suo discorso alla London Mansion House, aveva espresso il proprio parere riguardo al G-7 ed alla possibilità che possa operare come un “Economic NATO”. 

Negli ultimi mesi, sono state prodotte molte altre proposte non-istituzionali che illustrano più precisamente le potenziali contromisure ed il loro funzionamento. Tra le più note vi è un report[1] della Rand Corporation pubblicato a dicembre 2022 in cui viene simulata la creazione di un “Multilateral Response Mechanism” tra le maggiori potenze democratiche.

Tuttavia, tra tutte le proposte, l’ Anti-Coercion Instrument, presentato dalla Commissione Europea nel dicembre 2021, è il progetto il cui processo di approvazione sta viaggiando ad una velocità più sostenuta, quasi anomala per gli standard europei. Il 16 novembre 2022, il Consiglio Europeo ha redatto un documento negoziale che apporta alcune modifiche alla precedente proposta e che adesso è alla base delle negoziazioni triangolari tra la Commissione, il Consiglio ed il Parlamento. Questa velocità esprime una certa urgenza e sottolinea la rilevanza di tale questione per i governi europei. 

L’ ACI 

La proposta di istituzionalizzare uno strumento anti-coercizione mira a colmare un vuoto legislativo che non permette all’UE di difendersi in maniera strutturata ed uniforme dalle minacce esterne. Per tale motivo, l’ACI rappresenterebbe una cornice legislativa atta a regolare una risposta unitaria verso il paese terzo che esercita coercizione economica verso un solo membro UE o verso l’intera Unione. Lo strumento nasce come mero deterrente e non come meccanismo di risposta automatico. L’idea di fondo è quella di dissuadere il paese terzo nell’implementare atti coercitivi o di minacciare l’uso poiché conosce già le potenziali contromisure che ne conseguirebbe.

Tali contromisure  potranno essere applicate solamente dopo una dettagliata analisi della Commissione che deciderà se il comportamento del paese terzo può essere definito coercizione economica e se necessita di contromisure iniziali, per lo più diplomatiche. Nel caso in cui queste misure non siano sufficienti, la Commissione potrà procedere con delle contromisure di last resort. La lista delle potenziali contromisure è vasta ed eterogenea, si passa dalle tradizionali restrizioni commerciali a restrizioni inerenti alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Queste limitazioni possono essere applicate su governi e compagnie private estere ma anche sugli individui. Tuttavia, la scelta delle contromisure da implementare dovrà sempre essere bilanciata per limitare l’impatto negativo interno. Un fenomeno che il recente caso Russo-Ucraino  ha illustrato molto chiaramente. 

Il potenziale impatto geopolitico 

Nella proposta formulata dalla Commissione, l’attivazione delle contromisure non avrà più bisogno dell’unanimità, ma di una maggioranza qualificata. In questo modo Bruxelles potrà agire più autonomamente e si eviterà la situazione in cui un singolo membro utilizza il proprio veto per bloccare l’intera macchina decisionale. Una tale innovazione potrebbe avere un impatto geopolitico non indifferente.  

Da un lato, l’attenzione che l’UE riserva verso il rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche, unita all’istituzionalizzazione dell’ACI potrebbe generare numerose frizioni con paesi autoritari o infuocare quelle già esistenti. Basti pensare allo scompiglio che può essere generato dalla decisione di un singolo paese come nel caso della Lituania e moltiplicare per 27. Dall’altro lato, nonostante un tale vincolo legale possa rendere l’UE più simile ad un attore unitario,  aumentandone il peso geopolitico, è probabile che i singoli membri possano sperimentare risvolti negativi nei rapporti commerciali con i rispettivi partner strategici.


[1] Frederick, Bryan and Howard J. Shatz, Countering Chinese Coercion: Multilateral Responses to PRC Economic Pressure Campaigns. Santa Monica, CA: RAND Corporation, 2022. https://www.rand.org/pubs/perspectives/PEA796-1.html

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