ANALISI GEOECONOMICA DEL 2022: ALCUNE RIFLESSIONI

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Dalla fusione nucleare alla partita dei semiconduttori, dalla COP 15 a tutela della biodiversità fino alla riforma del mercato delle emissioni inquinanti in Europa passando per il summit USA – Africa il 2022 si chiude con numerosi avvenimenti di notevole rilevanza per il mondo delle relazioni internazionali e con specifici riflessi in campo geoeconomico. 


US: L’Industria dei semiconduttori e la fusione nucleare

La partita dei semiconduttori cela uno scontro strategico internazionale che coinvolge diversi player. Nello specifico, le tensioni USA – Cina sulla questione di Formosa e il rinnovato impegno americano a protezione dell’Isola possono essere compresi laddove si pensi al ruolo giocato dall’industria dei semiconduttori. La Taiwan Semiconductor Manifacturing Company – TSMC procederà difatti a uno dei più grandi investimenti diretti esteri mai realizzati negli Stati Uniti. La compagnia ha annunciato, alla presenza di Biden e dei CEO di società particolarmente interessate all’utilizzazione dei chips 3-nanometer  come Apple e Micron – Tim Cook e SanJay Mehrotra – i piani per la costruzione di un secondo impianto in Arizona portando cosi il suo investimento a oltre quaranta miliardi.

La costruzione del polo industriale inizierà nel 2023. Le stime parlano di una produzione sufficiente a far fronte alla richiesta annua americana e di rafforzare la resilienza della supply chain dell’industria dei semiconduttori troppo spesso messa alla prova negli ultimi anni. L’approvazione del Chips and Science Act di agosto ha certamente contribuito a costruire il framework normativo e fiscale in grado di aiutare le società del settore. Il mese di dicembre è stato foriero di un’ulteriore notizia che il mondo ha accolto con grande interesse e speranza. Ha difatti avuto esito positivo, in un laboratorio della California, l’esperimento di fusione nucleare che per la prima volta è riuscito a produrre più energia di quella necessaria a innescarne la reazione.

Si tratta di un risultato che la comunità scientifica ha definito storico, perseguito sin dagli albori dell’era nucleare, e che in un orizzonte di medio lungo periodo – si stima ci vorranno decenni per la commercializzazione – potrà essere capace di ridisegnare gli equilibri mondiali e di avere quella fonte di energia pulita, low cost e potenzialmente inesauribile che il mondo anela.

Vertice USA – Africa

Tra il 13 e il 15 dicembre si è svolto a Washington un summit USA-Africa il cui significato è di precipuo interesse per gli osservatori delle relazioni internazionali. L’intento dell’amministrazione Biden è di rilanciare e rafforzare la cooperazione bilaterale in diversi settori strategici tra cui diritti umani, digitalizzazione, infrastrutture, sicurezza alimentare, clima, all’interno di un continente interessato negli ultimi venti anni da una penetrazione cinese ampia ed efficace che rischia di relegare gli Usa in un ruolo di secondo piano. Si pensi che il volume del commercio bilaterale con Pechino ha raggiunto nel 2021 i 254 miliardi di dollari, in crescita del 35% su base annua, mentre l’Africa ha esportato 105 miliardi di dollari di merci in Cina, in crescita del 43%. 

Nel 2000 per volere di Clinton fu creato l’AGOA – African Growth Opportunities Act con l’obiettivo di accrescere, tramite semplificazioni fiscali, il volume delle esportazioni africane come rampa di lancio per lo sviluppo del continente. Nonostante il programma sia passato indenne all’alternarsi delle presidenze Bush, Obama e Trump, gli avvenimenti geopolitici e geoeconomici degli anni successivi, unitamente alla strabiliante ascesa finanziaria della Cina hanno compromesso questo pattern. Si comprende dunque l’esortazione agli Stati Uniti proveniente dal presidente della Banca Africana di Sviluppo Akinwumi Adesina ad accrescere il volume degli investimenti diretti esteri che nel 2020 sono stati di quarantasette miliardi di dollari, appena il 5% degli investimenti esteri complessivi. 

L’attenzione di Biden si è inoltre concretizzata nella proposta di riconoscere all’Unione Africana lo status di membro permanente del G20 quale inevitabile riflesso del mutato peso politico acquisito nel panorama internazionale. In questo senso l’esito delle votazioni all’ONU sulle risoluzioni di condanna all’invasione dell’Ucraina e di annessione dei suoi territori sono state un campanello di allarme, con diverse nazioni africane astenutesi. Nel campo della cooperazione multilaterale è dunque necessario affrontare in prospettiva la volontà di una maggior rappresentazione africana nel Consiglio di Sicurezza, come esplicitamente richiesto da Macky Sall attuale presidente del Senegal e dell’Unione Africana.

Sono ormai esauriti i tempi nei quali si poteva cercare di imporre all’Africa la condanna del comportamento di questo o quell’attore internazionale in cambio di aiuti. Nei primi mesi del 2023 si terrà un analogo vertice Africa – Russia a riprova di come la fluidità dei rapporti internazionali sia ormai un dato innegabile. Per il mondo occidentale si tratta di individuare e adottare una strategia lungimirante in grado di imporsi quale modello da seguire esclusivamente per le sue intrinseche caratteristiche e peculiarità economico-finanziarie.

L’approccio olistico seguito da Pechino dovrebbe fornire qualche spunto a riguardo: la Cina ha difatti saputo imporsi non solo e non tanto grazie alle sue risorse economiche quanto al suo essere esente dal peccato originale del colonialismo e dal farsi portavoce di una politica estera di non ingerenza negli affari interni altrui. Il rapporto con l’Africa coinvolge anche aspetti legati alla sicurezza internazionale; la penetrazione cinese a Gibuti si è difatti allargata sino alla realizzazione della sua prima base permanente all’estero. Nel caso del piccolo Paese – il cui debito estero è per l’82% in mano cinese – è previsto che in caso di inadempienza sulla restituzione dei prestiti venga ceduto ai cinesi il controllo del porto di Doraleh all’ingresso del Mar Rosso e del Canale di Suez.Alla Cina il soft power non basta più e punta ora ad affermare la sua presenza militare in realtà quali Angola, Kenya, Seychelles, Tanzania e Namibia.

Unione Europea: una storica intesa sul clima 

L’attenzione europea alla lotta al cambiamento climatico e l’obiettivo della neutralità energetica da raggiungere entro il 2050 si è arricchito nella giornata del 19 dicembre dell’accordo negoziato da Parlamento e Consiglio sulla riforma del mercato delle emissioni ETS – Emissions Trading System. All’interno del pacchetto di proposte normative Fit for 55, l’accordo è sicuramente un passo ulteriore nella giusta direzione: la riduzione delle emissioni inquinanti del 55%. 

Il mercato ETS prevede un meccanismo per il quale le emissioni prodotte dalle aziende devono generare una esternalità economica positiva. Nel concreto, le imprese acquistano dei certificati verdi autorizzativi e cosi facendo si crea un prezzo di riferimento delle emissioni inquinanti. La sopportazione di tale costo dovrebbe indurre dei processi di riconversione industriale e di produzione green da parte dei settori produttivi interessati. Specificamente, il citato accordo ha come obiettivo la riduzione delle emissioni ETS del 62% da qui al 2030. La soglia dovrebbe essere raggiunta tramite la riduzione dei certificati verdi disponibili sul mercato e l’adozione da parte dei 27 Paesi membri di un dazio ambientale sulle importazioni più inquinanti. 

Il mercato ETS riguarda attualmente numerosi comparti tra cui le industrie energivore come l’acciaio, il settore aereo ed elettrico. E’ però in cantiere un ampliamento della platea dei settori soggetti all’ETS con la nascita nel 2027 di un ETS-2 comprendente l’edilizia e i trasporti. È stata prevista la contestuale nascita di un fondo sociale di 86 miliardi di euro per il cambiamento climatico. Il fondo – inizialmente rifornito con le entrate provenienti dalla messa all’asta di cinquanta milioni di ETS per un controvalore di circa quattro miliardi – provvederà a a riequilibrare gli oneri derivanti dagli obblighi conseguenti all’ETS e finanzierà misure temporanee di sostegno al reddito per fronteggiare l’aumento dei prezzi dei carburanti e a copertura degli investimenti strutturali di lungo periodo tra cui il risanamento edilizio, i processi di decarbonizzazione, la riconversione energetica.

Quando entrerà in funzione l’ETS-2 le risorse del fondo saranno prodotte dalla messa in vendita dei certificati ETS-2 e da un 25% ulteriore proveniente da risorse nazionali per un totale stimato di circa 90 miliardi di euro. Alcuni settori produttivi temono che le misure indicate possano compromettere negativamente la competitività delle esportazioni. L’imposizione di un dazio ambientale e la graduale soppressione dei certificati potrebbero infatti far lievitare i costi di produzione europei rispetto ai competitor stranieri.

L’accordo finale della COP 15

Sul fronte della lotta al cambiamento climatico dicembre è stato il mese dell’approvazione a Montreal dell’accordo finale a protezione della biodiversità siglato a margine della conferenza COP15, precedentemente rinviata per oltre due anni a causa dell’emergenza pandemica. Si tratta indubbiamente di un passo nella giusta direzione, audace, ma che necessiterà della convinta e puntuale collaborazione dei governi, i quali hanno certi margini di manovra discrezionali per giungere all’implementazione delle politiche necessarie. Il vertice si pone in una soluzione di continuità e di rinnovato slancio rispetto agli obiettivi fissati nel 2010 – all’interno del quadro del Biodiversity Targets – sotto la cornice della Convenzione ONU sulla diversità biologica. I 196 Paesi – tra cui la Cina che ha svolto un ruolo da protagonista – partecipanti alla Convenzione dopo lunghe trattative hanno sottoscritto all’unanimità un impegno considerato da molti osservatori come il più ambizioso mai pensato a protezione della biodiversità. Il principale obiettivo che si pone l’accordo è il raggiungimento del target di protezione entro il 2030 del 30% delle terre e delle acque, a fronte di un dato attuale fermo al 17% per le porzioni emerse e del 10% di quelle marine. È stata affermata la volontà di reperire trasversalmente tra pubblico e privato, entro il 2030, circa 200 miliardi di dollari annui come dote finanziaria per lo sviluppo delle politiche ambientali occorrenti. Sul piano economico inoltre, vi è l’impegno a trasferire 30 miliardi di dollari ogni anno ai Paesi in via di sviluppo per sostenerne le iniziative a tutela della biodiversità. Ma l’accordo si pone ulteriori importanti scopi tra cui arrestare l’estinzione delle specie, ridurre i nutrienti dispersi nell’ambiente di almeno il 50% entro il 2030, ridurre gli impatti negativi dell’inquinamento da tutte le fonti entro il 2030 a livelli non dannosi per la biodiversità e le funzioni dell’ecosistema, ridurre la produzione di rifiuti e dimezzare gli sprechi alimentari. L’effettiva attuazione degli ambiziosi obiettivi presi potrebbe ingenerare una virtuosa riconversione industriale con un ripensamento onnicomprensivo delle catene di approvvigionamento. Certo, la cronologia degli impegni internazionali sul clima non lascia ben sperare e anche in questo caso i detrattori puntano l’attenzione sulle criticità dell’accordo. Specialmente si rimprovera l’assenza di strumenti vincolanti, di sanzioni e della mancata individuazione di obiettivi specifici a livello di singolo Stato. Anche sul piano economico vige una certa discordia: UE, Regno Unito e altre realtà occidentali spingevano per obiettivi piuttosto ambiziosi di conservazione da inserire nel testo finale mentre diversi Paesi del Sud, ampiamente ricchi di biodiversità, insistevano per la creazione di un fondo come parte integrante dell’accordo di Montreal. Tale aspetto è stato comunque oggetto di compromesso con la previsione nell’atto finale della sua istituzione all’interno del fondo globale dell’ambiente Global Environment Facility. Ulteriore, importante aspetto dell’accordo è il riconoscimento dei diritti, delle prerogative e della posizione privilegiata delle comunità indigene quali conoscitori e garanti della biodiversità da inserire e consultare nei processi decisionali.

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