Piogge e inondazioni continuano a distruggere l’Africa

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Fonte immagine: https://www.africarivista.it

La grande alluvione che ha spezzato Kinshasa è soltanto l’ennesimo tassello di una serie di disastri naturali che sta mettendo in ginocchio il continente africano, dal Sahel al Sudafrica. Le cause principali sono il disboscamento e l’urbanizzazione selvaggia perpetuate negli anni.

Il 13 dicembre 2022 un’alluvione ha ucciso almeno 50 persone a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. La stima del numero delle vittime rimane ancora provvisoria visto che gli amministratori locali faticano nel produrre un conteggio esatto. Alcune stime giornalistiche, però, lievitano il numero di decessi ad oltre cento.

Ai morti si aggiungono i feriti, gli sfollati e i dispersi e il lavoro delle forze di salvataggio da due settimane a questa parte rimane immane visto che l’area coinvolta conta circa 12 milioni di persone. Le operazioni di salvataggio sono rese ancora più dure dall’interruzione dei servizi elettrici, saltati a causa del cataclisma, e dalle strade infangate e distrutte, che non permettono la circolazione dei mezzi di soccorso.

Kinshasa paga il fatto di essere una megalopoli che ha subito un processo di urbanizzazione troppo accelerato e che durante la fase di ampliamento non ha seguito le norme di sicurezza né ha saputo frenare l’abusivismo edilizio. Errori che hanno reso la città estremamente vulnerabile in fatto di resistenza alle inondazioni e piogge estreme.

Ma il Congo Democratico è soltanto l’ultimo Paese del continente africano (e non solo) in ordine temporale in cui disastri climatici hanno generato danni e spezzato vite.

Il 2022 è stato il peggior anno di sempre in Africa

In primavera nella zona di Durban, sulla costa orientale del Sudafricaalmeno 443 persone sono decedute a causa delle inondazioni più forti mai registrate nella storia del Paese, che hanno raggiunto i 450mm di pioggia in due giorni.

A partire da giugno e fino a novembre, un numero crescente di inondazioni ha complessivamente tolto la vita ad oltre 600 persone in Nigeria. Gli Stati -unità amministrative in cui è suddiviso il Paese africano- più colpiti sono stati quelli lungo la Costa Atlantica, da Cross River (al confine con il Camerun) ad Anambra, Delta, Rivers e Baylesa, ma complessivamente ben trentatré delle trentasei regioni nigeriane hanno riscontrato danni. Il governo nazionale e le amministrazioni locali, durante questo lasso di tempo, si sono mostrate impreparate nel prevedere le inondazioni e nel gestirne le conseguenze. In Nigeria si tratta del secondo disastro ambientale del decennio, dopo che nel 2012 le inondazioni causarono 363 morti e oltre due milioni di sfollati.

Circa lo stesso numero di casi si sono verificati in Ciad, dove si stanno vivendo le peggiori inondazioni degli ultimi trent’anni e nella confinante Repubblica Centrafricana dove, a partire da luglio, le piogge incessanti hanno fatto danni nelle prefetture di Bangui, Bangassou e Paoua.

Se l’area centro-occidentale del Continente è la più colpita, nei Paesi del Corno la situazione non è comunque migliore: da gennaio a ottobre 2022 il numero di eventi climatici avversi è il più alto mai registrato dal 2000; nel vicinoSudan, allo stesso modo, centinaia di migliaia di persone sono sfollate a causa delle alluvioni.

Le conseguenze: fame, malattie e guerre

Terminate le inondazioni, che distruggono tutto quello che trovano sulla propria strada, tre delle tante piaghe con cui resta la gente sono la distruzione del raccolto, il diffondersi delle malattie e l’aumento dei conflitti armati.

Per quanto riguarda il raccolto e le piantagioni, per la maggior parte dei Paesi africani il settore primario rappresenta il motore dell’economia e dello sviluppo, nonché la principale fonte di lavoro. I micronutrienti, inoltre, costituiscono la base del sostentamento primario per moltissime famiglie che vivono di agricoltura e di suoi derivati.

I prezzi del cibo, compreso il mais, sono aumentati praticamente ovunque e pochi giorni fa SaveTheChildren ha dichiarato che quella in corso in Africa è la più grave emergenza alimentare del Ventunesimo secolo.

Alcune misure sono state prese: in Nigeria, per esempio, Buhari ha prontamente attivato un piano di salvataggio da dodicimila tonnellate di cibo per far fronte alle centinaia di migliaia di terreni agricoli andati distrutti ma le persone sopra la soglia critica di denutrizione sono ancora troppe.

Va inoltre ricordato che il settore agricolo soffre delle sempre più frequenti alternanze tra lunghi mesi di siccità e mesi di piogge sempre più estreme, incontrollabili e imprevedibili.

Per quanto riguarda le malattie, soprattutto quelle infettive, esse colpiscono più nel lungo termine ma sono dovute alle condizioni di disagio e sfollamento che seguono i disastri climatici. Molta gente, dopo le alluvioni, si trova a vivere in mezzo al fango, senza accesso all’acqua potabile e in mezzo ai rifiuti.

Tutto ciò rappresenta lo scenario perfetto per far emergere, o perdurare, conflitti armati, soprattutto nelle zone più fragili. Non è un caso che in Nigeria campagna armata jihadista di Boko Haram, nel nord-est del Paese, stia diventando sempre più feroce, approfittando della situazione di emergenza per espandere un conflitto che ha già causato lo sfollamento di quasi quattro milioni di persone.

Quanto è realmente colpa dell’uomo?

Dire che il cambiamento climatico sia la principale causa di tali disastri sarebbe riduttivo e incorretto. 

La deforestazione sfrenata e l’urbanizzazione compulsiva volute dall’uomo giocano un ruolo chiave nel determinare l’attuale situazione. Da trent’anni quasi tutta l’Africa va incontro a un processo di distruzione delle foreste e delle aree verdi, in molti casi ormai irreversibili. Questi attentati alla natura comprendono soprattutto disboscamento e impermeabilizzazione del suolo. 

Secondo uno studio dell’UKCEH, il Centro britannico per l’Ecologia e l’Idrologia, il ridurre le aree verdi e i boschi fa aumentare significativamente l’incorretto deflusso delle acque piovane, il rischio delle frane di fango e il numero di nubifragi, soprattutto lungo le aree costiere. 

Nella città mancano i canali di scolo e spesso non ci sono pratiche di raccolta e gestione dei rifiuti che, di conseguenza, vengono gettati nei fiumi formando delle vere e proprie dighe che non permettono all’acqua di defluire, facendola traboccare più velocemente.

La conseguenza è che si generano veri e propri fiumi di plastica e di rifiuti che, oltre a modificare il regolare flusso dei corsi d’acqua e il loro naturale assorbimento della pioggia, rendono l’acqua stessa impossibile da depurare e da bere. 

La domanda che ci si pone non è tanto di chi sia la colpa ma chi possa realmente fare qualcosa. La risposta è, con le dovute proporzioni, tutti quanti. 

In questi Paesi spesso mancano cultura e prevenzione, così come mancano iniziative serie e concrete per la pulizia dei fiumi dai rifiuti e la gestione di essi su larga scala. Le tante attività di sensibilizzazione e volontariato partite dalla gente comune e dalle amministrazioni locali sono necessarie ma da sole non basteranno per risolvere il problema.

Alcune cose sono ormai arrivate a un punto di irreversibilità, altre richiederanno molto tempo per essere sistemate (come afforestare quei quattro milioni di ettari di foreste persi negli ultimi dieci anni) e un significativo cambio dello stile di vita, anche in Occidente, ma quelle sopracitate possono iniziare già oggi: la politica e le istituzioni hanno il dovere e la responsabilità di lavorare su queste e su tutto ciò che si può cambiare ma che nessuno vuole fare. 

Le inondazioni che hanno colpito così duramente l’Africa si sono verificate proprio nell’anno in cui Cop27 si è tenuta in un Paese africano (Egitto). Rispetto alla Cop25 di tre anni fa a Madrid i leader mondiali si sono mostrati (molto) più propositivi nella volontà di adottare strategie di mitigazione dei disastri climatici, con particolare riguardo verso i Paesi fragili.

Alla conferenza l’attenzione è stata principalmente sui grandi leader occidentali e asiatici ma il ruolo dei governi africani non vale meno: negli ultimi mesi sono arrivati importanti aiuti economici dalla Banca Mondiale, IMF e WFP e le amministrazioni locali dovranno gestire al meglio questi fondi al fine di salvare tutte quelle persone che stanno morendo nel fango ed evitare che succeda nuovamente.

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