L’equilibrismo di Biden tra Zelensky e Kissinger

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Fonte Immagine: Cnn

La guerra in Ucraina pone all’amministrazione americana un trivio di scenari. Il primo è quello caldeggiato dai falchi americani, polacchi, baltici e ucraini: sostegno a lungo termine fino alla vittoria totale dell’Ucraina e alla sconfitta militare della Russia. Il secondo è quello propugnato dai realisti in America e in Europa occidentale, con Henry Kissinger ed Emmanuel Macron tra le voci più autorevoli: un cessate il fuoco per arrivare ad un negoziato di pace che non umili e non espella la Russia dall’ordine di sicurezza paneuropeo. Il terzo, intermedio, è quello privilegiato dall’amministrazione Biden: sostegno politico, economico e militare condizionato all’Ucraina per rafforzarne la posizione sul campo di battaglia e porla nelle condizioni di poter presenziare ad un futuribile tavolo negoziale da posizioni di forza.

“In guerra, il risultato non è mai definitivo (…) e anche l’esito finale di una guerra non deve sempre essere considerato definitivo”.

Carl von Clausewitz

De-imperializzare la Russia

Combattere, non parlare, è la vera opzione migliore”. Non esiste slogan più efficace per sintetizzare la posizione assunta dai falchi neoconservatori e dagli internazionalisti liberali nella proxy war russo-americana in Ucraina. Costoro pensano che accettare la via diplomatica permettendo alla Russia di ottenere guadagni territoriali, anche parziali, invierebbe un terribile segnale alle potenze revisioniste, ne incentiverebbe atti di aggressione a fini di conquista imperialistica, segnalando loro che gli Stati Uniti e le democrazie occidentali potrebbero combattere per un po’ ma alla lunga non resisteranno alle fatiche economiche, sociali e psicologiche della guerra.

Al pari di ucraini, polacchi, baltici e britannici, i falchi americani pensano che un cessate-il-fuoco in questa fase costituirebbe un mero strumento transitorio in mano ai russi perché permetterebbe a Putin di guadagnare tempo per riarmarsi, arrivare alla primavera con nuova manodopera (riservisti) addestrata e passare dalla difesa all’attacco. Secondo il capo delle forze armate ucraine, generale Valerii Zaluzhnyi, Putin potrebbe lanciare una nuova offensiva entro febbraio, nello scenario peggiore entro gennaio. Il Cremlino sta premendo sul “cattivo” Lukashenka affinchè l’esercito bielorusso entri in guerra sul fronte settentrionale verso Kiev o su quello occidentale per minacciare le linee di rifornimento bellico provenienti dalla Polonia. L’obiettivo dei russi sarebbe quello di costringere l’esercito ucraino a distogliere unità dal teatro meridionale e orientale per difendere la capitale o Leopoli. Ma per il regime di Minsk partecipare alla guerra sarebbe un suicidio, dato che le scarsamente addestrate truppe della Russia Bianca dovrebbero affrontare soldati ucraini temprati dal fuoco della battaglia.

A Kiev, a Varsavia, a Tallinn, dove considerano la Federazione Russia come prosecuzione dell’Urss e del suo sentimento imperialista, quindi minaccia esistenziale, pensano che solo la forza potrà fermare la spinta russa verso ovest e che la pacificazione rafforzerà e incoraggerà Putin a raddoppiare l’aggressione. Per questo chiedono all’Europa un embargo energetico totale sugli idrocarburi russi, in modo da prosciugare il finanziamento della prosecuzione della guerra, e invocano la consegna di armamenti offensivi per ottenere una vittoria “completa e totale”.

A livello strategico, nella loro visione rivoluzionaria (neocon) o teleologica (internazionalisti liberali) della storia, i falchi statunitensi intravedono nella guerra in corso l’occasione per risolvere una volta per tutte la “questione russa”, puntando al cambio di regime al Cremlino o alla dissoluzione della Federazione Russa. Unica via immaginata per estirparne il seme imperiale e attenuare parallelamente il dilemma della simultaneità geopolitica tra la “minaccia acuta” russa e la “sfida di ritmo” cinese con una mossa di sequenziamento strategico

La US Helsinki Commission, formata da legislatori e funzionari governativi statunitensi, ha posto la decolonizzazione della Russia come un “imperativo morale e strategico” che gli Usa dovrebbero perseguire, anche sobillandone le repubbliche etnicamente non russe abitate da minoranze di russi etnici. Il Forum dei Popoli Liberi della Russia, di ispirazione polacca, ha organizzato in questi mesi diversi incontri nei paesi dell’ex Patto di Varsavia, ospitando oppositori politici del Cremlino e separatisti appartenenti a minoranze etniche non russe. Nel luglio 2022, al termine di un meeting a Praga, il Forum ha emanato una “Dichiarazione sulla Decolonizzazione della Russia”, arricchita da una mappa che raffigurava una Russia smembrata in tanti piccoli stati-nazione con circa 30 nuove repubbliche indipendenti. Coriandoli di Russia.

I sostenitori della de-imperializzazione della Russia riprendono l’idea di Zbigniew Brzezinski (la Russia senza Ucraina cessa di essere impero) e vedono nell’attuale situazione di difficoltà militare dell’Orso una finestra di opportunità per porre fine al suo imperialismo, infliggendo al Cremlino una sconfitta strategica che, come insegna la storia russa, potrebbe innescare un processo domestico rivoluzionario o disgregativo.  

Invero, sbaglia chi interpreta questa guerra come esistenziale soltanto per gli ucraini. Lo è anche per la Russia. Sebbene condotta interamente sul suolo di una sola delle due parti belligeranti, salvo le occasionali sortite delle forze speciali ucraine oltreconfine nel territorio della Federazione per minare la logistica dell’avversario, la guerra ha assunto tonalità esistenziali anche a Mosca. Combattuta su qualcosa di non negoziabile: la propria identità imperiale e autoritaria, la gloria e l’onore da grande potenza, nella visione russa minacciate dall’avanzamento della Nato ad est e dalla perdita dell’Ucraina dalla propria sfera d’influenza. In formula: l’Ucraina sta lottando per il futuro, per difendere la propria giovane nazione; la Russia per salvare il passato, ciò che resta dell’antico impero russo. 

Non umiliare la Russia

I propugnatori della dissoluzione dell’impero russo e della sua trasformazione in uno stato-nazione convenzionale territorialmente ridotto rischiano tuttavia di sopravvalutare le faglie etniche interne alla Federazione. Le linee di divisione sociale della Russia corrono principalmente sul binario dicotomico urbano-rurale più che sul fattore etnico. Le grandi città e le zone urbane del paese sono (erano) maggiormente legate al mondo rispetto alle campagne e soprattutto hanno conosciuto assaggi di benessere sconosciuto alle arretrate zone rurali, culturalmente conservatrici e bacino di consenso del putinismo.

Di più. Il progetto di far fuori l’impero russo sconta il pericolo di innescare una escalation nucleare o di aprire un vaso di Pandora di anarchia e potenziali conflitti civili nel paese più esteso del globo, con il più vasto arsenale nucleare del mondo.

Ed è qui che si inserisce il pensiero di Henry Kissinger. L’ex segretario di Stato ha più volte sostenuto la necessità di un cessate-il-fuoco per arrivare ad un negoziato di pace che ponga fine alle ostilità in cambio dell’amputazione di un pezzo di Ucraina – la Crimea e il Donbass, che i realisti kissingeriani ritengono strategicamente ininfluente nei massimi equilibri di potere tra Usa e Russia. Mentre gli ucraini stanno combattendo una guerra esistenziale per difendere il loro paese, le loro case e le loro famiglie e quindi non sono disposti ad accettare cessioni territoriali (secondo un recente sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kiev l’86% degli ucraini si oppone ai negoziati con la Russia), gli americani stanno affrontando una guerra “di scelta” nella quale non hanno in gioco interessi strategici vitali. L’obiettivo di fondo perseguito da Washington è tenere la Russia il più lontano possibile dal confine con la Nato per impedirle di distruggere l’ordine egemonico liberale.

Recentemente, lo statista bavarese-americano ha ribadito la propria tesi e ha sostenuto che la pausa invernale costituisce un’opportunità per “costruire sui cambiamenti strategici che sono già stati compiuti e integrarli in una nuova struttura verso il raggiungimento della pace attraverso il negoziato”. Perciò è stato virulentemente contestato dai governanti di Kiev che lo hanno nuovamente accusato di non capire la vera natura della guerra in corso, di voler “placare l’aggressore sacrificando parti dell’Ucraina con garanzie di non aggressione contro gli altri Stati dell’Europa orientale”, di considerare solo gli interessi delle grandi potenze, di ragionare insomma secondo i termini del patto di Monaco del 1938 (l’accordo tra Hitler e le potenze occidentali che permise alla Germania nazista di annettersi i Sudeti cecoslovacchi): “Sembra che il calendario del signor Kissinger non sia il 2022, ma il 1938”, tuonava lo scorso maggio Zelensky, mentre il ministro degli esteri Dmytro Kuleba etichettava pacifisti e realisti come “facilitatori dell’imperialismo russo e dei crimini di guerra”.

Sul piano strategico Kissinger considera la formazione di un mondo multipolare come essenziale per mantenere la stabilità globale e ritiene pericolosa la politica neocon di rendere impotente la Russia ed espellerla dal consesso delle potenze europee. Non solo perché una eventuale dissoluzione della Federazione aprirebbe una voragine di caos geopolitico esteso su 11 fusi orari, aumentando i rischi di escalation contro uno stato che, seppur acciaccato, conserva una “portata nucleare globale”. Kissinger considera un autogol strategico non includere la Russia nel nuovo equilibrio globale che dovrà uscire dalla guerra perché Mosca dovrà rappresentare un potenziale interlocutore geopolitico per Washington. 

Per due ragioni. 

Primo, perché “nonostante tutta la sua propensione alla violenza, la Russia ha dato un contributo decisivo all’equilibrio globale e all’equilibrio di potere per oltre mezzo millennio”, agendo da bilanciatore esterno contro i tentativi egemonici francesi e tedeschi nel Vecchio Continente. Oggi è impensabile il ritorno di un imperialismo egemonico in un paese pacifista come la Germania o in una Francia la cui grandeur supera da oltre 75 anni le risorse a disposizione. E tuttavia, la strategia guarda al lunghissimo termine e la Germania in particolare ha dimostrato storicamente di saper cambiare ed accumulare potenza industriale e militare in brevissimo tempo. 

Secondo, perché una tale tattica rischia di consegnare strategicamente la Russia alla Cina, con il Drago che potrebbe sfruttare la destabilizzazione interna alla Federazione per cercare di espandere con la forza le proprie rivendicazioni geopolitiche, ad esempio in Siberia.

Fonte: Ministry of Defence, Uk Government

Il pragmatismo bideniano

Tra questi due fuochi geopolitici si muove l’amministrazione Biden. Il dilemma fondamentale della strategia americana è che se Putin non deve certamente vincere questa guerra né ottenere guadagni territoriali attraverso l’uso della forza, pena la perdita di ogni credibilità del sistema di deterrenza americano in Europa e nel mondo, d’altra parte Zelensky non deve vincere troppo, pena il pericolo di precipitare in una escalation nucleare o in un conflitto diretto Nato-Russia ovvero di consumare il consenso politico occidentale e spaccare il fronte transatlantico.

Da qui il continuo sostegno economico e militare “inequivocabile e inflessibile per tutto il tempo necessario” promesso da Biden al presidente Zelensky durante la sua storica visita alla Casa Bianca e a Capitol Hill, la prima all’estero compiuta dall’inizio della guerra dal leader ucraino.

Ai 45 mld$ in aiuti di emergenza previsti dalla legge di bilancio che il Congresso dovrà approvare per il 2023 si aggiungeranno 1,85 mld$ previsti dall’ultimo pacchetto di aiuti militari, comprendente anche una batteria di missili terra-aria a lungo raggio Patriot per la difesa aerea e missilistica, per aiutare Kiev a schermare in parte la tattica russa del gelo, finalizzata a drenare il consenso politico dei cittadini ucraini alla prosecuzione dei combattimenti. D’altra parte, tuttavia, Washington continua a non soddisfare le richieste ucraine di consegna di armi “offensive” come carri armati, aerei da combattimento e soprattutto missili ATACMS a lungo raggio. L’invio di tali armamenti rischierebbe di spaccare la Nato e di minare il sostegno all’Ucraina tra gli alleati europei, desiderosi di scongiurare una guerra più ampia con la Russia. 

Alla Casa Bianca i consiglieri bideniani sono inoltre preoccupati per i rischi di escalation nucleare o di allargamento del conflitto in caso di offensiva ucraina in Crimea. Perciò hanno fatto sapere pubblicamente agli ucraini, attraverso l’intermediazione dei media, di non condividere un tale scenario, che provocherebbe una risposta escalatoria della Russia e farebbe deragliare ogni ipotesi negoziale – la maggioranza dei russi continua a sostenere “l’operazione militare speciale” e non accetterebbe di perdere la Crimea (78%) e il Donbass (66%).

Nella guerra di logoramento combattuta nella terra di mezzo tra Europa e Russia vincerà il sistema politico, economico, sociale, industriale e militare in grado di resistere per più tempo. Data l’improbabilità nel breve termine di un crollo dell’esercito, dell’economia e del sistema di potere putiniano gli Usa sosterranno il tentativo di Kiev di recuperare i territori persi dal 24 febbraio ad oggi, alla ricerca di uno stallo che convinca Putin a negoziare da una posizione di debolezza. 

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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