La morsa del dragone sul Medio Oriente: come la Cina mira a fare della regione un nodo fondamentale della Nuova Via della Seta

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L’8 dicembre, il Presidente cinese Xi Jinping ha incontrato a Riyadh il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per consolidare i legami tra i due Paesi – soprattutto dal punto di vista energetico –in un evento già considerato “pietra miliare epocale nella storia delle relazioni Cina-Arabia”. Convergenze tra Vision 2030 e la Nuova Via della Seta, in uno scenario che vede il Medio Oriente punto cruciale del progetto cinese.

L’incontro

La visita in territorio saudita, della durata di tre giorni, ha visto la firma tra le due potenze di un accordo di partenariato strategico, oltre a 34 accordi e memorandum d’intesa, tra cui spiccano quello sull’idrogeno, sugli investimenti diretti e sulla coordinazione tra la Vision 2030 saudita e la Belt and Road Initiative cinese. La tappa nel Paese del Golfo, tra quelle previste nell’itinerario di Pechino dopo due anni di assenza internazionale, è emblematica dell’importanza che l’Arabia Saudita riveste: questa rappresenta il primo esportatore di petrolio per il gigante cinese.

Ma l’attenzione verso i Paesi esportatori del Golfo è anche il risultato di un certo capovolgimento di alleanze nella regione, a seguito della drastica decisione presa dall’OPEC e dall’Arabia Saudita – che ne è alla guida – di ridurre la produzione di greggio pari a 2 milioni di barili al giorno, disattendendo così le richieste statunitensi di aumentarne invece la produzione per calmierare i prezzi. La scelta è stata interpretata come chiaramente politica e dice molto del ruolo d’influenza che gli USA giocano nella regione. In questo senso, la Cina sembra dunque aver approfittato della congiuntura per inserirsi in maniera ancor più decisa.

La Belt and Road Initiative

Il progetto definito con il termine ombrello “Nuova Via della Seta”, noto anche come Belt and Road Initiative (BRI), è stato lanciato nel 2013 dal presidente cinese – in quegli anni al primo mandato – con il chiaro obiettivo di espandere l’influenza cinese attraverso la creazione di due corridoi infrastrutturali fra Estremo Oriente ed Europa, rievocando in un certo senso proprio quei corridoi commerciali che nei tempi passati costituivano, appunto, la Via della Seta. I due corridoi prendevano rispettivamente la via terrestre e la via marittima, i cui numerosi nodi sparsi tra Asia, Africa ed Europa rappresentavano punti di penetrazione formidabili.

L’immenso progetto, che puntava nello specifico alla realizzazione di strade, ferrovie, porti, hub intermodali per favorire gli scambi delle persone e delle merci, è stato la punta di diamante della politica estera cinese fino allo scoppio della pandemia di Covid-19; infatti, tra il 2013 e il 2018, Pechino ha destinato 614 miliardi di dollari al progetto, con oltre la metà delle risorse stanziata in Asia, il 23% in Africa e il 13% nel Medio Oriente.

Gli investimenti da allora sono calati e molti progetti abbandonati, in una fase di “riequilibrio” del progetto dettata dalle esigenze cinesi in campo economico e della gestione del Covid. Proprio la pandemia ha visto una nuova fase di cooperazione medica per la Cina, con l’invio di vaccini e materiale medico ai Paesi più colpiti dalla pandemia e rivitalizzando così la Health Silk Road (HSR), progetto lanciato nel 2017 insieme alla Organizzazione mondiale della sanità come ulteriore sviluppo della Via della Seta.

L’importanza della regione mediorientale

Già dalle prime fasi di sviluppo, il Medio Oriente rappresentava un transito obbligato per la via marittima del progetto: i numerosi checkpoint presenti nella regione sono essenziali per il trasporto di beni, compreso petrolio, dalla Cina all’Europa e viceversa. Esigenze logistiche ed energetiche hanno quindi portato la Cina a concludere accordi per la realizzazione di numerosi progetti, finanziati grazie al supporto di strumenti finanziari quali il Silk Road Fund e la Banca Asiatica d’investimento per le infrastrutture (AIIB). Accordi presi in via prioritaria con Arabia Saudita, ma anche con Emirati Arabi Uniti, Iran ed Egitto, data la loro vicinanza allo stretto di Hormuz e al Canale di Suez. La Cina sta inoltre cercando una via alternativa, ma più sicura per il passaggio nel Mediterraneo, e in tal senso Israele potrebbe giocare un ruolo chiave.

La strategia cinese in Medio Oriente non sembra essere dunque limitata a Paesi in via di sviluppo – i mercati emergenti costituiscono infatti attori preferenziali nella scelta di Pechino, secondo un approccio “win-win” – ma anche diretta a quelli tradizionalmente ricchi di risorse. Sono proprio i Paesi del Golfo ad essere i principali beneficiari della cooperazione cinese, in primis la già citata Arabia Saudita e gli UAE. Gli Emirati rappresentano il secondo partner commerciale della Cina nella regione: la posizione strategica e la dotazione infrastrutturale di qualità fanno del piccolo Stato del Golfo un hub importante dell’export cinese.

I Paesi del Medio Oriente considerano inoltre vitale attrarre investimenti per sostenere il settore sanitario, messo a dura prova dall’emergenza Covid-19, e la Health Silk Road si è dimostrata necessaria in questi anni per quanto riguarda l’accesso alle forniture mediche e ai vaccini. Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, ad esempio, sono stati tra i primi al di fuori della Cina ad approvare il vaccino Sinopharm, mentre l’Egitto è stato il primo Paese africano a produrre il vaccino cinese Sinovac. 

Non ultimo, di recente la Cina e l’Algeria hanno firmato un piano esecutivo per “l’ulteriore approfondimento e rafforzamento della cooperazione nel quadro dell’iniziativa Belt and Road, a cui il Paese ha aderito nel 2018″. Tale approfondimento della cooperazione con il Paese nordafricano, ricco di gas e principale economia della regione, oltre che neo-membro dei BRICS, fa gola naturalmente a Pechino.

Un nuovo ruolo per la Cina?

La battaglia geopolitica del ventunesimo secolo tra USA e Cina sembra non arrestarsi e coinvolgere via via nuovi attori in nuovi teatri. L’insuccesso della politica di Biden in Medio Oriente, nonché lo stesso disimpegno americano in Afghanistan, sono sintomo lampante della perdita dell’influenza – almeno per il momento – che gli Stati Uniti avevano in Medio Oriente.

La Cina ha compreso l’opportunità del momento e complice anche il conflitto in Ucraina che immobilizza lo scenario internazionale, ha deciso di stringere legami ancor più forti con i Paesi della regione, specialmente quelli da cui questa può ottenere ingenti forniture energetiche. Ma il soft power della Cina in Medio Oriente non configura un passaggio di testimone tra due superpotenze, poiché diversi sono i presupposti e le strategie d’azione. 

La Cina, infatti, cerca ora di coinvolgere maggiormente il Medio Oriente nella rete globale della Nuova Via della Seta, allargando un progetto egemonico che è più culturale ed economico che politico e militare. Senza dimenticare che Gli Stati Uniti rappresentano ancora il primo fornitore di armamenti per alcuni Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, la fase di riequilibrio della BRI, con sicurezza e sviluppo globale a fare da parole d’ordine, potrebbe essere un’importante punto di svolta.

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