La nuova strategia di sicurezza nazionale giapponese

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Fonte Immagine: https://www.nytimes.com/2022/12/16/world/asia/japan-national-security-strategy.html

A seguito dell’annuncio risalente a mesi fa, sono stati presentati i nuovi documenti programmatici del governo di Tokyo in materia di difesa.

Il 16 dicembre il governo Kishida ha presentato ufficialmente tre nuovi documenti programmatici: National Security Strategy (NSS), National Defense Strategy (NDS) e Defense Buildup Program (DBP).

Il primo documento, NSS, è il principale dei tre e delinea le direttrici strategiche fondamentali del Paese. Il documento National Defense Strategy si concentra invece sulle modalità con cui il Giappone intende utilizzare le proprie capacità difensive, mentre l’ultimo, il Defense Buildup Program, definisce le capacità militari da acquisire e le risorse necessarie a tal fine.

Il principale documento strategico mette semplicemente nero su bianco il nuovo corso della strategia giapponese sul piano regionale e internazionale, inaugurata da Abe e portata avanti da Kishida. Coerentemente con le azioni e le dichiarazioni degli ultimi anni, la NSS mette al centro il concetto di “Indo-Pacifico libero e aperto” (FOIP), una visione secondo la quale la regione indo-pacifica va gestita in uno spirito di collaborazione e rispetto dello stato di diritto internazionale, in cui ogni modifica unilaterale dello status quo va rigettata e denunciata. La grande differenza con il Giappone del secondo dopoguerra sta però nella postura del Paese, che dichiara di non volersi limitare all’utilizzo della diplomazia e di voler sviluppare uno strumento militare in grado di rappresentare un deterrente credibile.

Il documento di pianificazione strategica tocca anche numerosi altri ambiti dello spettro della sicurezza, spiegando come il Giappone intenda difendere i propri interessi nazionali nei contesti della diplomazia, della sicurezza economica e nei domini cyber intelligence, ai quali è assegnata una grande rilevanza.

Il documento National Defense Strategy scende più nei dettagli dal punto di vista militare. Questo va a confermare quelle che sono le tendenze lette nella cronaca degli ultimi anni, con il Giappone intenzionato a “normalizzare” il proprio ruolo sul piano militare, utilizzando con più discrezionalità le proprie forze militari. Il NDS ovviamente non rappresenta un cambio a livello costituzionale, quindi permangono i limiti previsti dall’art. 9 della Costituzione.

Ciò che cambia è l’affermazione dell’uso delle capacità di contrattacco missilistico: considerato l’ambiente strategico circostante, dove l’arma missilistica è diventata man mano sempre più centrale nelle strategie dei Paesi rivali, è essenziale che il Giappone disponga di una capacità controffensiva, sempre in ottica deterrente. Sono tuttavia stabilite tre condizioni per l’utilizzo di queste: non devono esserci alternative di natura diversa, l’uso della forza deve essere limitato al minimo necessario e l’attacco subito deve riguardare un interesse vitale per il Giappone. Quest’ultimo punto sottolinea come non è necessario che l’attacco sia rivolto verso il territorio giapponese, ma basta che vada a toccare gli interessi identificati dal Giappone stesso come vitali, leggasi Taiwan.

Dall’ultimo documento, Defense Buildup Program, si afferma la volontà del Giappone di voler raggiungere lo standard NATO del 2% del PIL in spesa militare entro l’anno fiscale 2027. All’interno del documento è segnalata anche l’intenzione di acquisire i mezzi necessari per le capacità di contrattacco missilistico, che saranno con tutta probabilità i Tomahawk statunitensi.

Il piano prevede anche grandi investimenti nel settore della ricerca e della produzione, in modo da aumentare l’autosufficienza del Paese per quanto riguarda il materiale militare. Anche il recente annuncio della partnership GCAP con Regno Unito e Italia, volta a sviluppare un caccia di sesta generazione, rientra nell’ottica di riduzione della dipendenza da armi e know how statunitensi.

Interessante l’approccio dei documenti verso la Cina, definita solamente come una “sfida strategica”, a testimonianza della cautela di Kishida nel gestire i rapporti con Pechino, all’interno dei quali rivestono un ruolo importante le variabili economiche. Il governo di Tokyo vuole quindi dotarsi di uno strumento di deterrenza credibile, senza però rinunciare a un dialogo volto non solo a facilitare la risoluzione delle crisi regionali più gravi, ma anche a portare avanti i dossier sul versante economico, sul quale Kishida ha grande necessità di buoni risultati da presentare al Paese.

I tre nuovi documenti sono stati accolti con grande favore da parte di Washington, che recepisce positivamente l’idea giapponese di impiegare maggiori risorse nella difesa degli equilibri regionali, poiché un Giappone militarmente più capace permette agli Stati Uniti di impiegare minori risorse nella regione senza compromettere l’output strategico.

In sintesi, è possibile affermare che i tre documenti rappresentano una grande dichiarazione di intenti per il Giappone, che intende rivestire un ruolo chiave nella politica regionale e internazionale, un ruolo che sia coerente con il peso economico del Paese. Ci sono però due rischi da tenere in considerazione: il primo è la politica interna, in particolare in materia di riforma costituzionale e superamento dell’art. 9. Quest’ultimo è infatti la conditio sine qua non per una totale normalizzazione dei poteri dello Stato giapponese e l’opinione pubblica, che andrebbe necessariamente interpellata tramite referendum, rimane comunque scettica sulla questione.

Scetticismo che potrebbe anche aumentare davanti a performance del governo non soddisfacenti in materia economica. Considerando poi il fatto che l’aumento delle spese militari dovrà essere necessariamente finanziato in qualche modo, è probabile che l’impatto sul consenso del governo sarà in una certa misura negativo.

Il secondo rischio è di natura sistemica all’interno dell’architettura di alleanze a cui gli Stati Uniti fanno da leader. Maggiori spese militari e maggiori responsabilità in capo al Giappone porteranno necessariamente a un maggior peso decisionale di Tokyo all’interno dell’alleanza, e questo è un effetto collaterale che potrebbe portare dei problemi a Washington qualora il Giappone dovesse sviluppare visioni politiche e strategiche non totalmente aderenti a quelle statunitensi.

Nato nel 1992 in Sardegna, consegue la laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università di Cagliari, per poi proseguire gli studi in Relazioni Internazionali Comparate presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, laureandosi con una tesi sulla dottrina militare maoista. In mezzo, un’esperienza di quattro mesi presso la Capital Normal University di Pechino e un crescente interesse per tematiche riguardanti l’Asia-Pacifico, la strategia militare e la marittimità. Nel 2019 consegue il master in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale presso l’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia, dove frequenta il 78° Corso Normale di Stato Maggiore per ufficiali della Marina Militare. Continua a collaborare con l’Istituto, principalmente per convegni e incontri all’Arsenale di Venezia e partecipando in veste di tutor alle esercitazioni di Pianificazione Operativa. Attualmente vive a Venezia ed è membro dello IARI, redazione Asia-Oceania, dove si occupa principalmente del Giappone. È inoltre membro del CeSMar (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima), think-tank affiliato alla Marina, e ha pubblicato analisi e approfondimenti per altre testate online.

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