GUERRA DEL TIGRAI E ACCORDO DI CESSAZIONE DELLE OSTILITÀ: SCENARI

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Con l’attenzione globale rivolta verso gli sviluppi della guerra in Ucraina, dal novembre 2020, per due anni, un sanguinoso conflitto armato si è svolto silenziosamente in Etiopia, i cui principali protagonisti sono stati il Governo Federale Etiope e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai. Una guerra lontana dai riflettori internazionali, per la ridefinizione dei rapporti di forza fra i gruppi etnici del paese.

Il conflitto armato, con annesso disastro umanitario nella regione Etiope del Tigrai, ha tratto origine dai seguiti della salita al potere del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF)[1] nel 1991, che ha generato il rovesciamento del Governo militare provvisorio dell’Etiopia socialista (Derg), al potere dal 1974. Parte della coalizione EPRDF, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (TPLF), ha avuto un ruolo decisivo nel deporre la giunta militare Derg ed ha ricoperto una posizione di leadership nella vita politica del paese sino al 2018, pur rappresentando nel contesto della coalizione EPRDF gli interessi di una ristretta minoranza (6%) collocata nel nord del paese al confine con l’Eritrea.

La nomina del Presidente del Partito Democratico Oromo Abiy Ahmed a capo della coalizione EPRDF nel marzo 2018 e la sua successiva elezione a Primo Ministro a pochi giorni di distanza hanno determinato un netto cambiamento di equilibri all’interno dell’establishment etiope, cui è seguito un deterioramento dei rapporti fra gruppi etnici all’interno del paese. 

Eletto Primo Ministro a seguito delle dimissioni del suo predecessore Hailemariam Desalegn a causa delle proteste del gruppo etnico degli Oromo nel 2014-2016, contrario al Master Plan del governo[2], Abiy Ahmed ha incentrato sin da subito la sua leadership nel segno della discontinuità con le politiche e posizioni del TPLF. Ciò a partire dall’impegno di giungere ad un accordo e alla normalizzazione delle relazioni con la confinante Eritrea per porre fine ad un ventennale conflitto armato sulla delimitazione dei confini fra i due paesi, intesa poi raggiunta nel luglio 2018.

L’accordo, che è poi valso ad Ahmed il premio Nobel per la pace nel 2019, ha generato frustrazione nel TPLF, visto come uno sfregio alla memoria di coloro che hanno dato la vita per la patria, specie nel contesto della Guerra di Badme, combattuta dai due paesi nel 1998-2000.

Per di più, a fine 2019 la decisione di Abiy Ahmed di fondare il nuovo Partito della Prosperità come successore del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), includendo anche diversi partiti all’opposizione, ha incontrato la netta opposizione del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (TPLF).

Schermaglie proseguite sino all’inizio delle ostilità del novembre 2020, fra cui la posticipazione del voto per le elezioni generali, inizialmente previste per l’agosto del 2020, a data da destinarsi a causa della pandemia da Covid-19, ha portato il TPLF a svolgere elezioni regionali nel Tigrai nel settembre 2020, in aperto contrasto col Governo Federale.

Durante il conflitto, iniziato il 3 novembre 2020 con l’attacco da parte di milizie fedeli al TPLF a diverse basi della Forza di Difesa Nazionale Etiope (ENDF) nel Tigrai, il TPLF ha mostrato notevole resilienza e determinazione.

Già a fine novembre 2020, l’accerchiamento della capitale della regione del Tigrai, Macallè da parte delle truppe del Governo Etiope sembrava prodromo di una rapida cessazione delle ostilità determinata dalla sconfitta sul campo di battaglia per il TPLF. Nulla di tutto ciò, i Tigrini hanno portato avanti una strenua “resistenza esistenziale”, anche in forma di guerriglia. 

Significative in tal senso le parole pronunciate nel dicembre 2020 dal Presidente della Regione del Tigrai, Debretsion Gebremichael: “siamo nel nostro territorio, gli invasori ci stanno attaccando” e “combatteremo sino a quando gli invasori del governo federale lasceranno il suolo del Tigrai”.

I Tigini sono financo riusciti a operare una inaspettata controffensiva, giungendo vicini alla capitolazione di Abiy Ahmed ad inizio novembre 2021.

Nella guerra ha avuto un ruolo non trascurabile anche l’Eritrea, invadendo la regione del Tigrai e fornendo un aiuto sostanziale al Governo Federale Etiope, un interventismo a favore di Abiy Ahmed favorito dalla storica firma della “Declaration of Friendship” nel luglio 2018 fra i leader di Etiopia e Eritrea. L’ingresso di Asmara nel conflitto per il Tigrai ha anche generato un accerchiamento per il TPLF, attaccato a sud dalle truppe di Addis Abeba e a nord da quelle di Asmara.

Eloquenti in tal senso le immagini rilasciate dalla BBC, che hanno documentato una delle conseguenze dell’accerchiamento e conseguente isolamento: il blackout energetico.

La superiorità di mezzi, soldati e supporto esterno per il Governo Federale Etiope è prevalso alla lunga, con il TPLF, isolato e senza rifornimenti, costretto ad iniziare negoziazioni di pace in Sudafrica all’alba del secondo anno di conflitto, sotto l’egida dell’Unione Africana. Negoziati che hanno portato all’accordo del 2 novembre 2022 per il cessate il fuoco e la cessazione delle ostilità, cui è seguito a dieci giorni di distanza un accordo firmato a Nairobi per il cessate il fuoco e il disarmo nella regione Tigrina.

Si tratta di “quasi accordi di pace”, con cui è stato stabilito “il ripristino dell’ordine pubblico e dei servizi pubblici, l’accesso senza ostacoli alle forniture umanitarie, la protezione dei civili”. Lo sblocco delle forniture umanitarie sembra essere sino adesso il grande successo degli accordi di novembre.

Restano tuttavia diversi punti interrogativi, a partire dal disarmo, la smobilitazione e la reintegrazione dell’esercito tigrino in quello federale: quanto sarà agevole addivenire a questo ambizioso piano? I Tigrini consegneranno effettivamente tutti i loro armamenti o manterranno parte del loro arsenale per eventuale futuro uso?

Altro tema irrisolto è il futuro della presenza del contingente militare di Asmara in Tigrai: l’Eritrea non era rappresentata ai colloqui di pace e le parti in guerra non hanno affrontato direttamente l’argomento del ritiro delle truppe di Asmara nella dichiarazione congiunta rilasciata dalle parti in conflitto il 3 novembre. Senz’altro il nodo Eritrea è di rilievo, al punto da spingere il Segretario di Stato Americano Antony Blinken ad affermare, durante il suo incontro col Primo Ministro Etiope Abiy Ahmed a margine del vertice USA-Africa, che tutte le forze Eritree devono urgentemente lasciare l’Etiopia.

Lo scenario recentemente realizzatosi tuttavia, a latere delle diverse contraddizioni, e al netto delle profonde ferite aperte con stime che si aggirano intorno alle 500.000 vittime, sembra volgere nel senso della distensione fra Tigrini e Governo Federale, intervallata da momenti critici dovuti ad una insanabile e conflittuale frammentazione etnica.

Ad un conflitto in fase di distensione, ne cresce un altro, stavolta in Oromia fra i gruppi etnici degli Oromo e degli Amhara, che si accusano vicendevolmente di violenze ed omicidi.

Le opinioni espresse in questa pubblicazione sono quelle dell’autore e sono espresse esclusivamente a titolo personale.


[1] Una coalizione politica etnopluralista formata da quattro partiti: Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (TPLF), Partito Democratico Amhara (ADP), Partito Democratico Oromo (ODP) e Movimento Democratico del Popolo dell’Etiopia meridionale (SEPDM). Il complesso mosaico di etnie dell’Etiopia consta principalmente degli Oromo (36%), gli Amhara (27%), i Somali (6%) e i Tigrini (6%).

[2] Un piano di sviluppo voluto dal governo, che avrebbe portato all’urbanizzazione della capitale attraverso l’espropriazione dei loro terreni agricoli.

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