Lo Stato Islamico tra resilienza e rinascita

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Fonte Immagine: Ahmad al-Rubaye/AFP/Getty Images

Il mondo occidentale nel 2019 era convinto di essersi finalmente liberato del peggiore nemico di tutto il decennio, lo Stato Islamico. Ma la comunità internazionale non aveva fatto i conti (o forse, non ha voluto fare i conti) con la grande capacità di resilienza ed adattamento del gruppo che annovera tra le sue figure principali Abu Musab al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdad e, adesso, lo Stato Islamico rappresenta una minaccia viva più che mai per la stabilità del Medio Oriente. 

Nell’ultimo decennio il fenomeno del terrorismo è stato associato dall’immaginario collettivo e dalle popolazioni occidentali a un soggetto ben preciso: l’IS. Nata con l’aspirazione di realizzare un califfato che fosse in grado di governare sui territori nazionali dell’Iraq e della Siria contemporanei, l’IS ha rappresentato un nemico formidabile per la coalizione internazionale: nel momento della sua massima espansione, lo Stato Islamico controllava infatti più o meno un terzo della Siria (il cui territorio è circa per metà desertico) e il 40% dell’Iraq; il controllo dei territori, inoltre, non si limitava a una semplice occupazione militare degli spazi, ma si trattava piuttosto di una amministrazione vera e propria, che aveva sviluppato un sistema di governance e di servizi abbastanza funzionante.

Dopo qualche anno in cui IS è sembrato reggere alle numerose offensive sia internazionali che di resistenza locale, dal 2015 in poi il gruppo terroristico ha iniziato a perdere battaglie significative e, di conseguenza, i territori su cui esercitava il controllo. Il momento di svolta arriva verso l’inizio del 2019, quando nei mesi di febbraio-marzo la Syrian Democratic Forces (SDF), gruppo armato a guida curda e sostenuto dagli Stati Uniti, ha sconfitto lo Stato Islamico a Baghouz, villaggio nel nord est della Siria che rappresentava l’ultima città controllata dai terroristi: questo episodio ha segnato la fine del dominio territoriale di IS nelle aree comprese tra Siria e Iraq e il collasso definitivo del sogno del califfato.

Nel mondo occidentale la disfatta di IS fu accolta con una grande ondata di entusiasmo e di sollievo, anche a seguito dell’annuncio dell’allora Presidente Trump in cui affermava che gli Stati Uniti e la coalizione internazionale avevano riportato una “vittoria storica” contro lo Stato Islamico. Se ciò è in parte vero, in quanto IS è uscito dalle battaglie del 2019 sensibilmente ridimensionato e con ambizioni ridotte rispetto agli anni precedenti, l’idea della vittoria totale contro il califfato islamico è allo stesso tempo illusoria e pericolosa: lo Stato Islamico, infatti, non è mai stato sconfitto del tutto. 

A seguito degli sviluppi del 2019 lo Stato Islamico ha mostrato una grande capacità di resilienza: è stato in grado di resistere alle disastrose sconfitte sul campo e di adattarsi, in maniera abbastanza rapida ed efficace, al nuovo scenario che gli si profilava dinanzi. IS, infatti, ha modificato significativamente il suo modus operandi dal 2019 in poi, sia da un punto di vista delle tattiche operative che di recupero di fondi necessari per le proprie operazioni. Per quanto concerne le tattiche che IS sta utilizzando, esse presentano diversi punti in comune con gli attacchi effettuati dal gruppo stesso prima del 2010, quando lo Stato Islamico doveva ancora affermarsi come organizzazione transnazionale e operava principalmente in Iraq: combattimento tradizionale, guerriglia e attacchi di logoramento sono gli elementi che si ritrovano anche oggi.

L’altro fattore sulla quale si sta basando la resurgence dello Stato Islamico è sicuramente quello economico: IS infatti non ha perso la sua abilità nell’estorcere denaro, grazie alla quale rafforza la sua stabilità finanziaria e sostiene le proprie attività. Sono diversi gli elementi che hanno permesso al gruppo di sopravvivere da un punto di vista economico, fra tutti la conoscenza del contesto dove IS è attivo e l’incapacità delle forze di sicurezza locali di proteggere la popolazione dall’estorsione, lasciando a quest’ultima nessuna scelta se non quella di pagare. Grazie all’approfondita conoscenza locale lo Stato Islamico è tutt’oggi in grado di individuare i soggetti che hanno più possibilità di pagare rapidamente (in particolare medici, farmacisti e piccoli imprenditori) e anche di stabilire l’ammontare economico che ciascun individuo deve versare nelle casse del gruppo; ciò è reso possibile grazie a un estensivo network di human intelligence molto affidabile che permette al gruppo terroristico di avere un quadro completo della situazione economica di numerose individui nella popolazione civile.

La resilienza dello Stato Islamico non si è basata solamente sui due fattori descritti pocanzi, ovvero quello economico e quello tattico, ma principalmente su un vero e proprio cambiamento delle strategie complessive del gruppo. A più di 3 anni di distanza dalla sconfitta di Baghouz, IS è ancora saldamente presente in Siria, specialmente nella regione nord est del Paese e anche nella zona centrale; non ne controlla più i territori, ma esercita ancora una forte influenza e un discreto potere in tali zone, operando in maniera differente e conducendo operazioni significative come l’assalto alla prigione di Hasakah del gennaio 2022. Questo è avvenuto perché lo Stato Islamico ha compreso come gli mancassero risorse, uomini e strumenti per riconquistare (e, successivamente, amministrare e gestire) porzioni di territorio così ampie e ha realizzato uno shift estremamente importante, andando oltre la dimensione del controllo territoriale vero e proprio.

Oggi, infatti, IS opera attraverso un basso livello di insurrezione, favorito anche dall’estrema instabilità che caratterizza la Siria; i vertici di IS sono perfettamente consapevoli che avere dei territori sotto la propria giurisdizione aumenta sensibilmente l’influenza e rafforza l’immagine di sé anche agli occhi dei nemici, ma è stato deciso che, dato le attuali circostanze, i tempi non sono maturi per avere quel tipo di ambizione. Questo modus operandi si riscontra, in modalità e misure diverse, in tutti i teatri dove l’organizzazione è attiva; è stata questa, senza dubbio, la scelta che ha permesso a IS di rinascere dopo le sconfitte del 2019 e di essere ancora una temibile minaccia, non tanto per l’Occidente, ma soprattutto per la stabilità nella regione. Analizzando nel dettaglio le operazioni del gruppo, emerge come IS al momento agisce parallelamente su due livelli.

Il primo riguarda quello che si potrebbe definire come nocciolo duro dello Stato Islamico, il suo braccio armato formato da numerosi militanti e combattenti che, seguendo le direttive fornite dalla leadership, portano avanti attacchi complessi verso obiettivi specifici; il secondo livello è quello formato invece da un più grande insieme di cellule decentrate e piuttosto autonome che effettuano attacchi circoscritti e frequenti e si occupano principalmente di intimidazione ed estorsione. È dunque possibile affermare che lo Stato Islamico si stia preparando in maniera meticolosa a riconquistare tutti quei territori perduti negli ultimi anni così che, se e quando le circostanze e le risorse lo permetteranno, il gruppo terroristico potrà ravvivare il suo sogno del califfato.

A fronte di questo scenario è necessario domandarsi come si è arrivati a questo punto e cosa possono fare le autorità, gli attori locali e la comunità internazionale per impedire a IS di tornare ai fasti del decennio appena trascorso. Uno dei fattori determinanti che ha permesso allo Stato Islamico di resistere in tutti questi anni è sicuramente la frammentazione degli attori del fronte anti-IS. Dopo la disfatta territoriale del 2019 infatti quelle stesse aree, fino a quel momento amministrate dai terroristi, sono passate sotto il controllo di numerosi attori: le SDF, sostenute da alcuni paesi occidentali e dagli Stati Uniti; la Turchia e i suoi alleati in Siria nella regione di Aleppo; il gruppo islamista Hay’at Tahrir al-Sham nel governatorato di Idlib (anche se in misura minore rispetto alle altre zone menzionate); e infine, ma certamente non meno rilevante, il governo centrale di Assad supportato da Mosca e Teheran.

A causa della conflittualità costante che caratterizza i rapporti tra questi attori a causa della mancanza di coordinazione nelle operazioni, resa impossibile da interessi competitivi e contrastanti, lo Stato Islamico è riuscito a insinuarsi in diverse province della Siria e a collegare le sue attività presenti in varie regione del paese. Inoltre, un report dell’intelligence americana desecretato a settembre 2022 rivela una sorta di segreto di Pulcinella: se l’America ed altri stati occidentali avessero ridotto notevolmente il proprio coinvolgimento nella regione e nella lotta all’IS, senza fornire delle alternative e creare delle capacità locali di resilienza, lo Stato Islamico avrebbe riguadagnato molto della sua forza e influenza, sia a livello regionale che globale.

Il report è datato 2020 e, per quanto riveli qualcosa che ci si poteva aspettare, è importante perché è una prova concreta che l’America e i suoi alleati occidentali erano consapevoli dei rischi derivanti da un disengagement rapido e brusco da una zona così instabile, e hanno scelto comunque questa direzione. Per arrivare a una sconfitta dell’IS a 360 gradi, qualora questa fosse possibile, è necessario che tutti gli attori interessati collaborino sia a livello operativo ma anche e soprattutto a livello di intelligence, attraverso uno scambio di informazioni sensibili.

La War on Terror americana di inizio secolo ha dimostrato come l’azione militare da sola non è sufficiente per sventare minacce così articolate e complesse e se si vuole garantire un certo grado di stabilità al Medio Oriente indebolendo l’IS è fondamentale stabilizzare a livello economico e sociale la Siria; tale operazione è estremamente difficile da realizzare, richiede sforzi coesi e mirati verso obiettivi comuni e sicuramente un orizzonte temporale di realizzazione molto ampio, ma è forse l’unico modo per infliggere allo Stato Islamico una sconfitta che non sia unicamente territoriale ma, piuttosto, totale.

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