Perù in bilico: l’autogolpe e la caduta di Castillo

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Fonte immagine: The Guardian

Il Perù si trova in questi giorni in una situazione delicatissima e potenzialmente esplosiva: l’ex Presidente Castillo ha tentato di prendere il potere in un golpe, ma è stato rovesciato e sostituito. Mentre i suoi sostenitori protestano nelle strade delle maggiori città del paese, un nuovo governo cerca di insediarsi e ristabilire la calma. 

La settimana trascorsa è stata a dir poco caotica per gli abitanti di Lima e del Perù in generale: ad un tentativo di golpe da parte del Presidente in carica Pedro Castillo sono seguiti una serie di clamorosi rovesci di fortune, che lo hanno portato ad essere arrestato e sostituito dalla sua vice, sullo sfondo di tensioni e proteste potenzialmente violente. Gli antefatti necessari per comprendere questa volatile situazione riguardano le varie mozioni di impeachment che sono state mosse nei mesi scorsi a Castillo, l’ormai ex presidente del paese. 

Le accuse portate dai membri dell’opposizione sono state molte e varie, in alcuni casi prettamente politiche. In generale, tuttavia, hanno catalizzato il malcontento di tutti coloro che recriminano all’amministrazione di Castillo di essere stata incompetente, priva di una chiara direzione, e di aver quindi mal gestit0 il suo periodo al governo. In effetti, alcuni dati obiettivi confermano questo sentimento: nei pochi mesi trascorsi dalla sua elezione, Castillo ha rimpiazzato ben 5 Primi Ministri nel suo gabinetto e innumerevoli altri Ministri chiave (Difesa, Giustizia, Economia per citarne alcuni), e la sua recente uscita dal partito Perù Libre, la piattaforma che ha contribuito alla sua elezione, lo ha privato di una base solida e indebolito ulteriormente. 

A fronte di questa situazione, una serie di attori esterni ed interni sono intervenuti: il tribunale costituzionale del paese è stato chiamato a più riprese ad esprimersi sulle varie mozioni contro il Presidente, e una missione speciale dell’Organizzazione degli Stati Americani, comprendente 8 ministri o viceministri degli esteri dei maggiori vicini del Perù ha visitato il paese nel tentativo di aprire una finestra di dialogo tra le varie forze. In entrambi i casi, i risultati sono stati deludenti: la Corte Costituzionale ha eluso la questione, mentre la missione dell’OSA ha offerto solo tiepide raccomandazioni generiche.

La situazione è poi precipitata a fronte di un terzo voto di sfiducia previsto per Mercoledì 7 Dicembre: dato l’esito fortemente incerto, Castillo ha deciso di agire preventivamente ed in modo drastico: ha decretato la chiusura del Congresso e una serie di misure volte a cementare il suo potere e governare per decreto presidenziale, dichiarando lo stato di emergenza. 

Questa mossa, definita da molti un “autogolpe” non è nuova nella scena politica peruviana: vi è infatti un chiaro precedente, nel 1992 – quando Alberto Fujimori, forte della sua popolarità, tentò di attuare una simile politica ma fu poi costretto a indire nuove elezioni. Vi sono anche paralleli con la situazione del 1975, quando il Generale Bermudez sostituì il Generale Velasco alla guida del paese – quest’ultimo, ormai malato, autore di un vero e proprio golpe alcuni anni prima.  

Il supporto dell’esercito rappresenta evidentemente la chiave di volta in queste situazioni: nel primo (cronologicamente) di questi precedenti storici esso era garantito ovviamente dall’appartenenza alle forze armate dello stesso protagonista, mentre nel secondo caso può essere ascritto alla brutale campagna repressiva avallata da Fujimori nei confronti dei guerriglieri di Sendero Luminoso e guidata dall’esercito. 

La scommessa disperata di Castillo probabilmente si fondava su un ipotetico accordo con i generali, accordo che non si è poi materializzato – il Ministro della Difesa ha negato qualsiasi coinvolgimento e smentito le voci di una discussione tra i vertici militari e Castillo. Le forze armate sono infatti rimaste inattive, e in un clamoroso rovescio di fortune il Congresso si è riunito, ha condannato la mossa di Castillo ordinandone l’arresto, ed ha votato per l’elezione della sua vice Dina Boluarte come nuova Presidente. Avendo preso rapidamente le distanze dal suo predecessore e dal tentato colpo di stato, la Presidente Boularte ha poi nominato nella giornata di Sabato un governo di tecnici volto a calmare le acque e preservare una misura di stabilità nel paese. 

Castillo è stato nel frattempo preso in custodia dalla polizia, e potrebbe essere accusato di tradimento e sedizione. Al momento sembrerebbe interessato a trattare con il governo messicano per chiedere asilo politico, una richiesta che il Presidente Messicano Lopez Obrador parrebbe incline ad accettare – la stessa offerta era stata estesa a Julian Assange e a Evo Morales nel 2019, quest’ultimo in fuga dalla Bolivia nell’ambito di una situazione molto simile. 

Una serie di proteste si sono svolte nel fine settimana in molte città peruviane a sostegno di Castillo, e sono stati registrati alcuni scontri con la polizia e la chiusura di un aeroporto a causa dei danni provocati dalle sommosse. 

A prescindere dall’eventuale finale (tutt’ora di difficile previsione) della saga di Castillo, è importante notare che gli eventi recenti non sono il frutto di una isolata congiuntura di sventure, ma di processi ormai endemici che da decenni affliggono le istituzioni peruviane. La fiducia nei membri del Congresso è minima, e la politica viene percepita come l’epicentro della corruzione e del clientelismo. I membri del Congresso sono accusati di non rappresentare la stragrande maggioranza della popolazione ma di essere l’espressione di ricche élite autoreferenziali. L’ostruzionismo di questi gruppi indebolisce Presidenti già impotenti che sembrano incapaci di affrontare i problemi che strangolano il paese e ne rallentano la crescita, smorzando gli effetti di un incremento annuo del PIL altrimenti del tutto ragguardevole – corrispondente ad una media del 5%. 

Il collasso del sistema dei partiti ha portato a fratture profonde e all’emergere di figure fortemente individualiste e polarizzanti (vedasi i vari esponenti della famiglia Fujimori) che non offrono alcuna continuità e conquistano il favore dell’elettorato con promesse difficilmente mantenibili. Ne risultano frequenti e drammatiche uscite di scena, che lasciano improvvisamente in disgrazia figure come Pablo Kuczynski, Martin Vizcarra, Manuel Merino e probabilmente Castillo stesso.  

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