Accordo Libano-Israele: le implicazioni economiche per Beirut

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Fonte Immagine: Foreign Policy

In Libano si spera che l’accordo con Israele sui confini marittimi possa aiutare il Paese a fronteggiare la sua grave crisi economica. La possibilità che ciò accada, tuttavia, è remota.

L’inizio di un nuovo capitolo?

“Questo storico accordo promuove gli interessi di entrambi i Paesi e della regione, e segna un nuovo capitolo di prosperità e speranza”, con queste parole il presidente Joe Biden ha commentato su Twitter la firma, lo scorso 27 ottobre, dell’accordo sui confini marittimi e sulle risorse energetiche tra Libano e Israele. L’intesa, raggiunta proprio attraverso la mediazione degli Stati Uniti, per mano dell’inviato americano per gli affari energetici Amos Hochstein, ha posto fine a una disputa territoriale che andava avanti da un decennio. La controversia riguarda una porzione di mare a largo delle coste israeliane e libanesi ricca di giacimenti di gas e di petrolio e per questo fortemente ambita da entrambi gli attori coinvolti.

L’esito della negoziazione non era scontato, dato che, formalmente, i due paesi sono ancora in guerra e che il Libano non riconosce lo Stato di Israele. Proprio in virtù di ciò, il primo ministro israeliano Yair Lapid ha definito il trattato come “un traguardo politico” per Tel Aviv, dal momento in cui “non capita tutti i giorni che uno Stato nemico riconosca lo Stato di Israele, con un accordo scritto, di fronte all’intera comunità internazionale”. Il presidente libanese ha immediatamente chiarito che la demarcazione dei confini marittimi è un “processo tecnico senza alcuna implicazione politica” e per questa ragione non interferisce con “la politica estera del Libano nei confronti di altri Paesi”. Difatti, sembra poco plausibile che quanto stabilito possa comportare un sostanziale cambiamento nei rapporti politici fra i due Stati. Quello che invece a Beirut si spera, è che l’accordo possa servire a rilanciare l’economia nazionale, che ormai da anni affronta una delle crisi economiche più gravi al mondo.

Come si è arrivati all’accordo e cosa prevede  

L’area oggetto delle negoziazioni si estende per circa 860 km², tra il confine presentato dal Libano all’ONU, la linea 23, e quello rivendicato da Israele sulla base dell’intesa con Cipro del 2010, la linea 1. La questione fu portata sul tavolo delle trattative per la prima volta nel 2011 con la mediazione del diplomatico americano Frederic Hof, che propose di consegnare al Libano il 55% dell’area contesa e di assegnare la restante parte a Israele. La proposta fu però osteggiata dai partiti libanesi Hezbollah e Amal, così nel 2012 la trattativa venne abbandonata. Nel 2013 un nuovo tentativo si concluse nuovamente in un nulla di fatto, dopodiché per anni le negoziazioni sono rimaste del tutto in stallo. 

Le trattative ripartono soltanto nel 2020, per andare subito incontro a una fase di stallo dovuta alle nuove richieste del Libano. Il paese si presenta al tavolo delle trattative rivendicando questa volta un tratto di mare esteso per ben 1430 km², stabilendo come confine la linea 29. La proposta, che va in contrasto con quanto già formalizzato dal Libano alle Nazioni Unite, comprende parte del giacimento di Karish, reclamato invece interamente da Israele. Questa soluzione viene rigettata non solo da Tel Aviv, come prevedibile, ma anche dagli Stati Uniti.

La stessa classe politica libanese risulta divisa sulla proposta. Dopo una nuova fase di stallo, la nomina a mediatore di Hochstein e alcuni momenti di tensione fra i due paesi confinanti, nel luglio di quest’anno il Libano abbandona ufficialmente le rivendicazioni riguardanti la linea 29 e decide di tornare alla linea 23, a condizione di avere l’esclusiva sulle estrazioni nella zona del giacimento Qana. Le negoziazioni ripartono e a ottobre i due paesi arrivano ad un’intesa.

Il confine previsto dall’accordo si fonda in gran parte sulla linea 23. Viene poi stabilita la spartizione del giacimento di Qana tra le zone economiche dei due paesi, assegnando al Libano i diritti di trivellazione, mentre a Israele viene riconosciuto il controllo sull’intero giacimento di Kardish. Per quanto riguarda il Qana, però, in base ad un accordo separato firmato da Israele con TotalEnergies e ENI, Tel Aviv riceverà una quota degli introiti ottenuti con le estrazioni nel cosiddetto “Blocco 9”.

Le speranze di rilancio per l’economia libanese

Con la demarcazione del confine marittimo con Israele e la possibilità di avviare le attività di estrazione di gas e petrolio, il Libano spera di poter far fronte a quella che la Banca Mondiale ha descritto come una delle peggior crisi economiche al mondo negli ultimi 150 anni. 

Dal 2019, infatti, l’economia del paese riversa in una condizione drammatica, che ha avuto ripercussioni devastanti a livello sociale. In quell’anno, con il crollo del valore della sterlina libanese e la crescita esponenziale dell’inflazione, le banche hanno limitato la possibilità dei cittadini di ritirare i propri soldi, non avendo liquidità a sufficienza. Perciò, sebbene oggi il libano registri perdite per 72 miliardi nel settore finanziario, attraverso questa strategia le banche stanno evitando di pagare i propri  correntisti e di dichiarare bancarotta. Si ritiene che il collasso del sistema economico libanese sia dovuto anche al caos politico e alla corruzione diffusa.

Alcuni cittadini stanno assaltando le banche, minacciando anche l’uso della violenza, per poter aver indietro i propri soldi. Molti di coloro che ci hanno provato sono riusciti in questo modo a rimpossessarsi di una parte significativa dei loro averi.

In tre anni la lira libanese si è svalutata di circa il 95% rispetto al dollaro. Se, per esempio, lo stipendio di un soldato prima ammontava intorno ai 900 dollari, ora il suo valore è di circa 50 dollari. Secondo le Nazioni Unite, più o meno l’80% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Nel 2019 la percentuale si attestava al 42%, in pratica la metà. 

La possibilità che questa situazione possa essere invertita grazie all’accordo firmato tra Libano e Israele è inverosimile. Per una serie di ragioni. In primo luogo, a differenza di Israele, che ha già iniziato le attività di estrazione nel giacimento di Karish, il Libano non vedrà benefici economici per lungo tempo. Nel giacimento di Qana non è ancora stata accertata la presenza di riserve di gas significative e, in ogni caso, ci vorranno comunque anni perché lo sfruttamento delle risorse possa prendere avvio. Oltretutto, se venisse comprovata l’esistenza di una quantità commerciabile di combustibili fossili, la TotalEnergies dovrà concludere “un accordo esplicito con Israele” prima di effettuare qualsiasi investimento importante, e questo potrebbe causare ulteriori ritardi. In termini di guadagno, secondo uno studio effettuato due anni fa dalla Lebanese Oil and Gas Initiative e da altri gruppi, i potenziali ricavi dall’estrazione di gas e petrolio nella zona non supererebbero gli 8 miliardi di dollari, appena il 10% del debito pubblico libanese. 

Non finisce qui. Ammesso che il Qana contenga riserve consistenti, ci sono altri aspetti di cui tenere conto, come i possibili mercati per il gas e la disponibilità di infrastrutture per l’esportazione. Il Libano, sia che abbia quantità sufficienti di combustibili fossili per l’esportazione sia che ne faccia uso esclusivamente per il mercato interno, necessiterebbe investimenti nelle infrastrutture, partendo dai gasdotti e dallo sviluppo di nuove centrali a gas.

Infine, per evitare che profitti e investimenti vadano sprecati, il Paese deve intraprendere un profondo percorso di riforme e di “pulizia” delle istituzioni. Il rischio, altrimenti, è che i proventi ottenuti dallo sfruttamento delle risorse naturali finiscano nelle tasche delle élite politiche, ancorate saldamente al potere grazie a un sistema fortemente condizionato dalla corruzione e dal clientelismo. 

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