LE PROPOSTE UE SUGLI IMBALLAGGI ECOLOGICI E LE PREOCCUPAZIONI DEGLI INDUSTRIALI EUROPEI

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Bruxelles propone nuove norme in materia di riciclo, riuso e smaltimento dei rifiuti di imballaggio. Gli industriali europei protestano e chiedono delle garanzie.

Il percorso europeo verso la neutralità climatica entro il 2050 sta accelerando sempre di più il passo. Di certo, un obiettivo così ambizioso, per essere raggiunto, necessita di azioni concrete e mirate, il più possibile coerenti tra loro, malgrado la loro attuazione potrebbe scatenare le ire di molti. Ed è ancora una volta questo il caso.

Nei giorni scorsi, Bruxelles ha proposto un nuovo regolamento in materia di imballaggi e smaltimento degli stessi, coerentemente con quanto ha prescritto la linea segnata dal Green Deal e dalla transizione ecologica. Del resto, si legge nella comunicazione ufficiale, la transizione dell’Ue verso un’economia più attenta ai principi della circolarità, della sostenibilità ambientale e della neutralità climatica unita alla necessità di proteggere e migliorare la biodiversità, «hanno innescato un ripensamento generale delle modalità di produzione, utilizzo e smaltimento della plastica».

Secondo una stima, solo il 14% dei rifiuti di plastica europei è stato riciclato a livello nazionale, mentre la restante parte è stato incenerito con recupero di energia, collocato in discarica, smaltito o esportato. L’introduzione nel mercato di vari settori economici dei materiali sostenibili come le plastiche biobased, biodegradabili e compostabili, ha decisamente avviato un cambio di rotta che pochi altri attori internazionali hanno sostenuto nel mondo. L’Ue, come già affermato più volte, ha già affrontato il tema con iniziative più o meno mirate: il Green Deal europeo, il piano di azione per l’economia circolare e la strategia europea per la plastica.

Bruxelles, però, vuole “alzare la posta” e ora propone «un approccio più sistemico» al fine di aiutare sia il settore pubblico che quello privato a gestire un’idea e applicarla nel modo più efficiente ed efficace nel tempo possibile.

Secondo l’Ue, favorendo gli imballaggi multiuso rispetto a quelli monouso come, ad esempio, i contenitori monouso nei ristoranti e nei bar e quelli per lo shampoo negli alberghi, ci potrebbe essere una riduzione significativa dei rifiuti e delle conseguenze negative per l’ambiente. Inoltre, Bruxelles vorrebbe introdurre delle percentuali obbligatorie di plastica riciclata nei nuovi imballaggi di plastica, forzando così le imprese ad aumentare l’uso efficiente delle risorse naturali. Per di più, si ipotizza ad un’etichettatura dedicata che possa aiutare i consumatori in una scelta dell’imballaggio, oltre che del prodotto, sempre più consapevole e responsabile verso l’ambiente.

Tra gli obiettivi principali quello di ridurre i rifiuti di packaging del 15% rispetto all’anno 2018, per ogni Stato membro ed entro il 2040 e, si legge, «ciò porterebbe a una riduzione complessiva dei rifiuti nell’UE del 37% circa rispetto allo scenario che si prospetterebbe senza una modifica della normativa». Le misure, inoltre, si applicherebbero sia ai prodotti europei sia a quelli importati e i produttori europei e non europei dovrebbero rispettare gli stessi obblighi.

Sebbene Bruxelles assicuri alle industrie europee che «le ripercussioni complessive sull’economia e la creazione di posti di lavoro nell’Ue» saranno positive, queste ultime già esprimono i loro timori, soprattutto in materia di riciclo. Infatti, recentemente, diversi gruppi industriali europei si sono fortemente opposti a queste proposte normative che, a detta loro, andrebbero a vanificare gli sforzi di transizione ecologica avvenuti negli anni precedenti per l’adeguamento dei loro materiali di packaging al riciclo e allo smaltimento dei relativi rifiuti nonché per l’utilizzo, da parte di alcune categorie economiche come quelle alberghiere, di prodotti monouso, il cui uso è stato fortemente consigliato anche in tempi di pandemia.

Come riportato da Politico, HOTREC, un’importante lobby del settore dell’ospitalità ha dichiarato che «un divieto richiederebbe un’analisi completa dei costi delle aziende, in particolare dei costi energetici, idrici e operativi» e «il costo di tali valutazioni non dovrebbe ricadere sulle aziende». Anche altre associazioni di categoria sono della stessa idea. Coldiretti, per esempio, afferma che «si tratta di norme che non premiano la filiera del packaging italiano e quelle aziende che in particolare hanno investito nei materiali tecnologicamente avanzati sostenibili e riciclabili» e che si potrebbe incorrere in problemi di sicurezza alimentare sia per quanto riguarda l’aspetto igienico derivante dall’eventuale riuso dei materiali, sia per la difficoltà di rintracciabilità del prodotto in caso di vendita dei prodotti allo stato fuso, invece che confezionati.

Come per ogni cambiamento, le polemiche all’inizio fanno fatica a placarsi, creando agitazioni e preoccupazioni in vari settori. Sicuramente quello degli imprenditori europei è uno di quelli in cui, negli ultimi due anni, si sono riversate diverse preoccupazioni: la pandemia e le chiusure forzate, l’aumento dei prezzi delle materie prime, il riscaldamento globale con effetti disastrosi per l’agricoltura, lo scoppio della guerra in Ucraina, ecc…

L’Ue ha in ogni caso chiarito la propria posizione e tentato di riportare alla calma gli industriali più irrequieti, affermando che «il riutilizzo non è in competizione con il riciclo» e che «nessuno vuole mettere fine alle pratiche di riciclo che funzionano bene o mettere in pericolo gli investimenti sottostanti».

Anche se le preoccupazioni non si sono del tutto placate, gli industriali europei (e non) dovranno prepararsi ad affrontare altri cambiamenti negli anni a venire e attrezzarsi di conseguenza, anticipando gli orientamenti di Bruxelles al fine di ottenere più vantaggi che svantaggi alle loro attività.

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