La strategia cinese nel Mar Cinese meridionale: le bolle A2/AD

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Il ritorno dei contesti Peer e Near-Peer, la risposta di Pechino all’assertività americana nell’Indo-Pacifico con la strategia delle bolle A2/AD (Anti-Access, Area-Denial) nel Mar Cinese meridionale.

Contesti Peer e Near-Peer

Dalla fine della Guerra Fredda il mondo ha assistito a un “ritorno” alla politica di potenza nel modo di confrontarsi di alcuni Paesi, soprattutto tra le grandi potenze. Per questo motivo si parla di contesti peer o near-peer, una tipologia di competizione tra Paesi che hanno lo stesso livello di forza militare e si scontrano in un conflitto simmetrico/convenzionale. Nello scenario internazionale si può riscontrare un contesto simile nel possibile conflitto tra India-Pakistan, Cina-Stati Uniti per il dominio del Pacifico, Corea del Nord e del Sud, Armenia-Azerbaigian e la guerra in Ucraina. In tali contesti non vanno escluse quelle “zone grigie” in cui operano attori non statuali o veri e propri proxy. Ad esempio i ribelli filorianiani sciiti Houthi in Yemen contro l’Arabia Saudita o la flottiglia di pescherecci cinesi People’s Armed Forces Maritime Militia (PAFMM) che occupano atolli e isole nel Mar Cinese meridionale per espandere la ZEE (Zona Economica Esclusiva) cinese. 

Il quadro strategico delle bolle A2/AD cinesi

 Le bolle A2/AD cinesi hanno lo scopo di interdire lo spazio, in particolare quello marittimo, alle Forze americane e ai suoi maggiori alleati dell’Indo-Pacifico. Bisogna evidenziare che il concetto di bolle A2/AD è di origine americana e non deriva dalla nomenclatura militare cinese, la quale non fa alcun riferimento a tale terminologia. Questa strategia serve per evitare che forze ostili entrino in un determinato spazio, A2, oppure che una volta entrate vi sia la possibilità di colpirle in modo da rallentarne l’avanzata, AD. 

Un esempio di tale strategia si può riscontrare nella Cina imperiale quando costruì la Lunga Muraglia Cinese, che aveva un duplice scopo: militare/difensivo e di confine con le popolazioni barbare che invadevano dal nord l’impero. Una caratteristica importante da evidenziare è il fatto che questa Muraglia non fosse fisicamente un “muro continuo” di 21.000 km, ma in esso erano inglobati, come parti della stessa, montagne, fiumi e ostacoli orografici del territorio.

Tornando alle bolle A2/AD cinesi esse sono una risposta asimmetrica alla minaccia della superiorità delle Forze Armate americane, con il fine di evitare un confronto in campo aperto. Infatti, tale strategia mette in luce una percezione di inferiorità rispetto al nemico, utilizzando un numero inferiore di forze rispetto a quelle avversarie. Dunque una postura del genere implica una rinuncia all’iniziativa strategica, che viene lasciata alle forze ostili. 

Un episodio che influenzò Pechino ad adottare tale strategia fu la crisi di Taiwan del 1996. In quegli anni, infatti, il Presidente taiwanese Lee Teng-hui mise in crisi la formula “One China Policy”, e sembrava che stesse portando l’isola di Formosa verso l’Indipendenza a causa delle prime libere elezioni. Come risposta la Cina decise di lanciare dei missili nello stretto di Taiwan, aumentando la tensione internazionale. Gli Stati Uniti per far ritornare sui propri passi Pechino mandarono due carrier strike group, composti dall’USS Nimitz e l’USS Indipendence. Davanti a tale prova di forza gli strateghi militari cinesi, capendo di non avere i mezzi per controbattere, compresero di dover seguire una strategia di lungo periodo, rimandando un possibile scontro. 

Dunque gli obiettivi strategici fondamentali della Cina sono due: il primo consiste nell’allargare il controllo sui mari rivieraschi, aumentando la propria profondità strategica come nel caso della Nine Dash Line (Area marittima nel Mar Cinese meridionale rivendicata unilateralmente dalla Cina), e oltre la “seconda catena di isole” per sfidare direttamente nel Pacifico gli Stati Uniti. Il secondo è garantire la sicurezza delle vie marittime per l’approvvigionamento delle risorse e prevenire possibili sospensioni di tali vie per via dei numerosi choke points come lo Stretto di Malacca.

Le forze cinesi nelle bolle A2/AD

La bolla A2/AD consiste nel dispiegamento di sistemi di difesa multistrato composti da sensori, radar e vari sistemi d’arma al fine di avere opzioni tattiche e strategiche. Quelle tattiche hanno il principale obiettivo di negare lo spazio con operazioni anti-sbarco, quelle strategiche hanno lo scopo di deterrenza tramite soprattutto l’utilizzo potenziale di missili balistici per colpire in profondità obbiettivi come Guam o il Giappone. Si possono identificare tre fasce in base alle capacità dei singoli sistemi schierati dalla Cina: una prima fascia dalla costa fino a 400-500 km dove operano missili antinave e arei d’attacco. Una seconda fino ai 1000-1500 km dove vengono impiegati sottomarini, navi della People’s Liberation Army Navy (PLAN) e bombardieri. Infine una terza fascia oltre i 1500 km nella quale vengono utilizzati missili balistici o da crociera[1].

Nello specifico la Cina può schierare un vasto armamento missilistico: il missile aria-superficie YJ-12, derivato dal russo KH-31, è altamente supersonico (Mach 3) e ha una gittata stimata tra i 250-300 km, esiste anche una sua versione antinave che può essere imbarcata sui bombardieri strategici H-6. L’YJ-18 ha una gittata di 500 km ed è subsonico (under Mach 1), ha la particolarità di poter entrare nel regime supersonico in prossimità del bersaglio. I missili più importanti sono gli ASBM (Anti-Ship Ballistic Missile), dal valore strategico, della famiglia di missili balistici Dongfeng. Il DF-21 è un MRBM (Medium-Range Ballistic Missile) con una portata di 1500 km circa e un CEP (Circolo di Errore Probabile) di 20 m. Il DF-26 è un IRBM (Intermediate Range Ballistic Missile) con una gittata stimata di 4000 km. Quest’ultimi due missili sono supportati da vari sistemi satellitari e radar ottici per definire la loro traiettoria. 

I limiti più evidenti delle bolle A2/AD sono le capacità ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target, Acquisition and Reiconaissance), fondamentali per definire le traiettorie dei missili e per rilevare le forze ostili, capacità che in caso di conflitto sarebbero le prime ad essere neutralizzate dagli avversari, in particolare i satelliti militari impiegati per le missioni ISTAR.


[1] E. Bonsignore, Il nuovo “Muro dei 10000 Li”, RID, agosto 2021  

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