COP27: tra proteste e scarsi risultati emerge la preoccupazione europea

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Crisi economica, guerra in Ucraina, violazioni dei diritti umani, proteste e repressioni del dissenso sono solo alcune delle questioni che hanno condizionato l’andamento della ventisettesima edizione della Conferenza delle Parti (COP) sui cambiamenti climatici, tenutasi in Egitto durante il mese di novembre. Un vertice, quest’ultimo, in cui è emersa la delusione da parte dell’Europa, attore globale centrale e grande promotore di politiche climatiche sostenibili[1], e di molti altri circa gli esigui risultati raggiunti. 

La Conferenza delle Parti: da Kyoto a Parigi, fino a Sharm el-Sheikh

Il mese scorso in Egitto, nella città costiera di Sharm el-Sheikh, si è svolta la 27esima edizione della Conferenza delle Parti (COP), il vertice annuale che raggruppa i Paesi firmatari della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) del 1992, il più importante trattato ambientale internazionale in materia di contrasto ai cambiamenti climatici. 

Tali conferenze, susseguitesi dalla COP1 di Berlino del 1995 in poi, hanno rappresentato un importante forum di discussione e confronto tra gli Stati e la società su fenomeni e problematiche sempre più attuali. Infatti, nonostante non siano mancate le critiche nei confronti dello sviluppo e funzionamento delle COP, quest’ultime hanno permesso di raggiungere alcuni significativi traguardi in materia ambientale. Ne sono un esempio il Protocollo di Kyoto del 1997che fissava obiettivi generali di riduzione delle emissioni di gas effetto serra per le varie categorie di Paesi identificate, ma soprattutto il più recente accordo adottato a Parigi nel 2015, il quale rappresenta l’attuale “stella polare” che i Paesi sono tenuti a seguire in materia. 

Più nello specifico, l’intesa di Parigi ha stabilito un obiettivo che purtroppo, a causa della mancanza di cooperazione e determinazione da parte degli Stati, si sta dimostrando di difficile attuazione e cioè quello di: mantenere l’aumento della temperatura terrestre entro i 2°C, ancor meglio se 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Per raggiungerlo, le parti devono giungere al picco di emissioni il prima possibile, per poi ridurle il più rapidamente possibile, in modo tale da arrivare alla neutralità climatica (cioè livello di Co2 emessa uguale a quello di Co2 assorbita) nella seconda metà del secolo, senza quindi specificare apertamente quando.

A differenza della precedente edizione, tenutasi a Glasgow, in cui il tema della pandemia ha giocato un ruolo di sfondo notevole, la recente riunione delle parti ha visto come protagonisti indiretti la guerra in corso in Ucraina e il ruolo del governo egiziano ospitante del Presidente Al-Sisi; in particolare, su quest’ultimo si sono concentrate le principali proteste legate alle violazioni dei diritti umani perpetrate dal suo regime, oltre alle accuse di greenwashing ad uno degli Stati effettivamente più legato all’utilizzo dei combustibili fossili nella propria economia.   

Gli accordi della COP27

La chiusura ritardata della Conferenza sottolinea la difficoltà delle parti nel trovare un accordo che potesse garantire dei risultati concreti. Ciononostante, sicuramente l’elemento di maggior interesse che può essere richiamato è la decisione di istituire un fondo per le perdite e i danni del cambiamento climatico, il cosiddetto Loss and Damage fund, già discusso in precedenza a Glasgow (tuttavia in quell’occasione ci fu la ferma opposizione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea stessa), il quale rappresenta un passo importante verso la giustizia climatica. 

Inoltre, fondamentali sono le varie intese conclusesi tra i partecipanti a livello bilaterale e l’avvio di alcuni interessanti progetti quali:

  • Il Forest and Climate Leaders’ Partnership, che mira a unire l’azione di governi, imprese e leader delle comunità per arrestare la perdita di foreste e il degrado del territorio entro il 2030.
  • La Just Energy Transition Partnership, annunciata al Vertice del G20 tenutosi in parallelo alla COP27, che mobiliterà 20 miliardi di dollari nei prossimi tre-cinque anni per accelerare una giusta transizione energetica.

I consigli del settore privato

Nel corso dello svolgimento della Conferenza, non sono poi mancati gli interventi e consigli da parte delle numerose task force presenti dedicate a temi specifici concernenti il cambiamento climatico. Tra queste, significativo è stato il contributo fornito dalla task force SMI (Sustainable Markets Initiative) annunciata nel 2020 al forum di Davos dall’attuale sovrano Carlo III (all’epoca Principe del Galles), da sempre promotore della lotta al cambiamento climatico.

In particolare, il report finale adottato dal consorzio ha delineato le migliori pratiche per il raggiungimento di un futuro più sostenibile attraverso l’adozione di tecnologie, politiche intelligenti e partnership innovative, specialmente nell’ambito edilizio che è responsabile per circa il 40% delle emissioni globali; un settore, quest’ultimo, che è al centro delle politiche sostenibili dell’Unione Europea, data anche la recente volontà espressa a livello comunitario di rendere gli edifici più efficienti sotto il profilo energetico[2]

Per contenere le emissioni di carbonio entro il 2050, la task force ha individuato tre aspetti centrali:

  1. L’utilizzo di soluzioni digitali in grado di monitorare, analizzare, profilare e prevedere i consumi energetici.
  2. L’elettrificazione attraverso, per esempio, l’impiego di pompe di calore che possono essere significativamente più efficienti delle alternative alimentate a combustibili fossili, oltre ad essere considerate una tecnologia integrale per la decarbonizzazione del calore degli edifici.
  3. Puntare sulle rinnovabili come l’energia eolica e solare che possono garantire forniture di elettricità sicure, affidabili e pulite e rendere allo stesso tempo gli ambienti più resistenti di fronte a pandemie globali, crisi umanitarie e fenomeni meteorologici naturali[3].

Inoltre, nel report finale si promuove l’implementazione di partnership globali tra attori privati e non, oltre ad aumentare gli incentivi e le campagne rivolte ai consumatori in modo da assicurare efficacia e, allo stesso tempo, trasparenza.   

Risultati limitati e delusione generale

Se da un lato l’istituzione del fondo Loss and Damage è sicuramente un traguardo rilevante, è altresì vero che le modalità di funzionamento e soprattutto l’indicazione di chi debba versare ogni anno e quanto è stata rimandata alla prossima discussione che si terrà a Dubai nel 2023. Di conseguenza, non è da escludere che potrebbero sorgere problemi a tal riguardo, soprattutto se si considera la già attuale difficile situazione legata ai contributi volontari e alle riduzioni delle emissioni (Paesi come la Cina o l’India, oggi tra i principali responsabili di emissione di gas a effetto serra, si considerano ancora in via di sviluppo e quindi potenzialmente destinatari dei finanziamenti del fondo stesso). 

In aggiunta, il fatto che i 100 miliardi di dollari di finanziamenti per investimenti in misure di adattamento climatico promessi dai Paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo non siano stati erogati[4], non rappresenta un buon auspicio per il neo Loss and Damage fund

Non ci sono stati aggiornamenti rilevanti dal punto di vista dei tagli alle emissioni di gas effetto serra da parte dei Paesi partecipanti, così come non sono stati fatti progressi sul tema della graduale riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili. In particolare, quest’ultimo aspetto ha visto l’Europa scontrarsi con grandi emettitori e produttori di petrolio quali Arabia Saudita e Russia, culminando in una generale delusione da parte dell’Ue rappresentata dalle parole del vicepresidente della Commissione Timmermans: “l’accordo finale pone “inutili barriere” sulla strada verso 1,5°C e permette ai Paesi di nascondersi dalle loro responsabilità”.

Prospettive future

Difficoltà, proteste e delusioni hanno quindi caratterizzato l’andamento della COP27 di Sharm el-Sheikh, definita da molti come un vero e proprio fallimento. Ciononostante, è innegabile sottolineare come il contesto politico-internazionale odierno non abbia sicuramente agevolato l’andamento della Conferenza. Per tale ragione risulta importante focalizzarsi sui traguardi, anche se minimi, raggiunti nel corso dei negoziati in modo tale da garantire uno sviluppo migliore per i prossimi incontri.   

A tal proposito, la consapevolezza circa la necessità di dover invertire un andamento pericoloso per gli ecosistemi e l’umanità, deve persuadere l’Ue a implementare i propri piani di transizione verde e aumentare la propria influenza sugli altri attori globali al fine di salvaguardare la Terra. Il ritiro del veto europeo alla costituzione del fondo Loss and Damage ha avuto indubbiamente un peso determinate per il conseguimento di un accordo finale ma, per raggiungere le ambizioni climatiche e garantire un futuro sostenibile, bisognerà invertire la tendenza attuale, cercando di concentrarsi sull’obiettivo finale e limitare le influenze esterne dettate dal contesto politico e sociale che alla COP27 sono emerse fortemente. 


[1] Vedasi l’adozione del Green Deal europeo e del relativo pacchetto Fit for 55, in https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it

[2] Vedasi la posizione comune del Consiglio sulla proposta di revisionare della Direttiva presentata dalla Commissione e parte del pacchetto Fit for 55, in https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/fit-for-55-making-buildings-in-the-eu-greener/   

[3] Sustainable Markets Initiative, Report “Sustainable Building Task Force”, in https://www.sustainable-markets.org/taskforces/sustainable-buildings-task-force/  

[4] Tra le misure adottate nella precedente COP26 di Glasgow vi era anche tale finanziamento; in particolare, vedasi para. 43-44 del Report finale (https://unfccc.int/sites/default/files/resource/cma2021_10_add1_adv.pdf

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