Il triangolo strategico scaleno Usa-Cina-Russia

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Fonte Immagine: warsawgrid.com

La guerra in Ucraina è guerra mondiale per l’impatto planetario dei suoi effetti geopolitici, economici, energetici, alimentari e potenzialmente migratori. Si inserisce nel più ampio quadro del triangolo strategico Usa-Russia-Cina. Da qui il tentativo americano di sfruttare l’azzardo russo per dividere nel lungo termine la coppia sino-russa, spingendo Pechino a riconoscere i limiti dell’“amicizia senza limiti”.

L’ambiguità cinese nel conflitto russo-ucraino

L’atteggiamento ambiguo della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) nel conflitto russo-ucraino è stato guidato da due esigenze strategiche. Primo, evitare di cadere nelle maglie delle sanzioni secondarie statunitensi. Secondo, non abbandonare Mosca al proprio destino per non indebolirsi nei confronti del rivale a stelle e strisce. Di più, sfruttare in modo opportunistico lo stato di debolezza russo per succhiare a prezzi scontati risorse energetiche e materie prime e aumentare la propria influenza e potenza in Eurasia, rinforzando la propria posizione geopolitica nella partita del secolo contro il numero uno a stelle e strisce.

Numerose le mosse tattiche riconducibili al primo imperativo. Alcune aziende cinesi, tra le quali TikTok e il produttore di droni Dji Technology, hanno chiuso o sospeso temporaneamente le loro attività commerciali in Russia. La Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), di cui la Cina è azionista di maggioranza, ha bloccato nuovi prestiti per progetti infrastrutturali a Russia e Bielorussia. Due delle più grandi banche cinesi, la Bank of China e la Industrial and Commercial Bank of China, hanno limitato i finanziamenti per l’acquisto di materie prime russe e, secondo la Reuters, le maggiori società statali petrolifere cinesi (SinopecCNOOCPetroChina e Sinochem) potrebbero non concludere nuovi contratti con i fornitori russi, nonostante i prezzi ridotti di cui usufruirebbero, per il timore di cadere nel regime di sanzioni secondarie, in particolare nella fase relativa ai pagamenti del greggio e dei contratti assicurativi. 

Sul secondo versante, la Rpc non ha applicato sanzioni alla Russia e le ha offerto sostegno diplomatico (anche in sede onusiana, astenendosi dalle risoluzioni di condanna per l’attacco all’Ucraina) e mediatico, attribuendo le colpe della crisi esclusivamente agli Usa e alla Nato. Pechino ha inoltre fornito alle forze armate russe tecnologie dual use come microchip e altri componenti elettronici. Soprattutto, la Cina ha continuato indirettamente a finanziare la guerra della Russia acquistandone idrocarburi.

Sebbene abbia criticato l’Occidente per aver armato l’intero sistema economico e finanziario internazionale, non per una solidarietà di gilda inesistente tra imperi ma perché consapevole che potrebbe incappare in analoga situazione qualora attaccasse Taiwan[1], Pechino ha dovuto però cedere alle minacce esplicite della Casa Bianca e dell’AlleanzaAtlantica di ricevere “sanzioni devastanti” in caso di sostegno militare a Mosca o di aiuto per eludere le sanzioni occidentali. 

Comma 22 con caratteristiche cinesi

La pressione americana nei primi mesi di guerra intendeva stanare la Cina, porla con le spalle al muro, davanti al dilemma di scegliere se schierarsi con uno Stato che ha violato il principio di sovranità ed intangibilità territoriale[2], cuore della narrazione diplomatica cinese, oppure “dalla parte dell’ordine basato sulle regole” che ha sinora consentito alla Rpc di prosperare. 

Se i cinesi avessero ammesso di esser stati a conoscenza dei piani bellici putiniani sarebbero stati tacciati come complici e facilitatori di una brutale aggressione, magari nella speranza che Mosca avesse chiuso la “partita” rapidamente e con successo in modo da sfruttare l’esempio ucraino e la distrazione americana in Europa per minacciare Taiwan: arrendetevi senza combattere. Opposto il risultato ottenuto dal Dragone. La pessima prestazione dell’esercito russo, dovuto all’abbaglio strategico sulle capacità e sulla volontà di resistenza ucraina e alla connessa scelta di lanciare una “operazione militare speciale” con una quantità di manodopera inadatta a sostenere una lunga e sanguinosa guerra di logoramento, ha scemato l’aura di grande potenza della Russia e nel medio termine potrebbe allentare la speranza cinese di impegnare simultaneamente l’America in una guerra sui due fronti dell’Isola Mondo.

La Cina ha quindi preferito affermare ufficialmente di essere rimasta all’oscuro, di fatto ammettendo il raggiro subito da Xi Jinping dall’amico Putin, che avrebbe sfruttato il vertice dello scorso febbraio a Pechino per le Olimpiadi invernali come “via libera” alla guerra in Ucraina. La tesi di una Cina all’insaputa dei piani bellici russi è stata ribadita dall’ambasciatore cinese a Washington che, dalle pagine del Washington Post, ha sostenuto che le affermazioni secondo le quali “la Cina ha conosciuto, acconsentito o sostenuto tacitamente questa guerra sono pura disinformazione” dal momento che “il conflitto tra Russia e Ucraina non fa bene alla Cina. Se la Cina avesse saputo dell’imminente crisi, avremmo fatto del nostro meglio per prevenirla”. Questa linea peraltro trova qualche aggancio fattuale. Ad esempio, a differenza degli Usa e della maggior parte dei paesi occidentali la Cina ha emanato ordini di evacuazione per i propri cittadini in Ucraina solo giorni dopo il 24 febbraio. 

Crisi di coppia ma nessun divorzio

I malumori cinesi per la decisione russa di rovesciare il tavolo da gioco con gli americani, aumentando instabilità e caos sulla scena internazionale, con conseguente danno agli investimenti cinesi sotto l’etichetta della Belt&Road Initiative, erano già stati segnalati dallo stesso leader moscovita che nell’incontrare l’“amico” Xi lo scorso settembre in Uzbekistan per il vertice della Shanghai Cooperation Organization fu costretto ad ammettere che la Cina aveva manifestato “domande e preoccupazioni” sull’invasione ed espresso sostegno alla soluzione diplomatica del conflitto – la Cina desidera una rapida fine delle ostilità dal momento che la sua prosperità economica dipende da un contesto di stabilità geopolitica interna e internazionale.

Ciò non vuol dire che Pechino abbondonerà Mosca al proprio destino. Se Xi scaricasse Putin la Cina si troverebbe più esposta e vulnerabile alla pressione americana, perché dovrebbe affrontare da sola la superpotenza e il suo ineguagliabile sistema imperiale di alleanze e partnership strategiche a livello globale. Inoltre, una Russia amichevole consente ai cinesi di centrare diversi imperativi strategici: acquistare materie prime ed energia a prezzi ridotti (la Russia è diventata il primo fornitore al mondo di petrolio per la Cina sorpassando l’Arabia Saudita); distrarre risorse militari dal lungo confine settentrionale con la Russia in modo da rafforzare le postazioni contro India e Taiwan; sfruttare la minaccia russa all’Europa per complicare gli sforzi americani di ribilanciamento geostrategico nell’Indo-Pacifico.

Soprattutto, i cinesi temono che gli Usa stiano perseguendo una tattica di sequenziamento strategico e cioè che dopo aver sconfitto la Russia in Ucraina si prepareranno a stroncare le ambizioni revansciste dell’Impero del Centro nell’Indo-Pacifico. I falchi nazionalisti cinesi, cui Xi attinge nei momenti di difficoltà interna, spingono per mantenere uno stretto rapporto con la Russia, ovviamente non paritario con Mosca in posizione di junior partner. Invero, se la Russia perdesse clamorosamente in Ucraina gli americani avrebbero più spazio di manovra e più risorse politiche, economiche e militari per rafforzare il contenimento geopolitico della Repubblica Popolare – questa è la stessa ragione per cui l’Iran sostiene militarmente la Russia fornendo droni kamikaze.

Sequenziamento strategico

In Ucraina gli Usa stanno cercando non solamente di arrestare la spinta di Putin verso ovest ma stanno anche segnando un precedente nella competizione strategica tra grandi potenze, riemersa dalle ceneri del post-guerra fredda, approntando un playbook di azioni politiche, diplomatiche, economiche, informatiche, militari e di intelligence (deterrenza integrata) che, con il supporto di alleati e partner europei ed asiatici, potrebbe essere spendibile in uno scenario di guerra con la Cina nell’Indo-Pacifico[3]. Washington intende mandare un segnale chiaro a Zhongnanhai(quartiere generale del governo cinese): medesimo dolore potrebbe spettarvi in caso di azzardo bellico su Taiwan, peraltro in un contesto orografico più ostico che impegnerebbe i cinesi nel più complicato sforzo militare in assoluto: lo sbarco anfibio di un grande esercito di terra.

Nonostante la loro inefficacia deterrente nel prevenire il conflitto cinetico, le sanzioni costituiscono la base di questa strategia di deterrenza punitiva. Il profondo intreccio economico-finanziario della Cina nella globalizzazione e la dipendenza del suo benessere dalle esportazioni e dagli investimenti, dal know-how e dai capitali occidentali la rende molto più vulnerabile alla guerra economica rispetto ad una Russia autosufficiente dal punto di vista energetico ed alimentare. Massicce sanzioni come quelle applicate a Mosca, specie nel settore tecnologico e finanziario, avrebbero un effetto ancora più incisivo se applicate ad un paese come la Cina che importa in valore più semiconduttori che idrocarburi. Le sanzioni occidentali provocherebbero un crollo dello yuan, aumenterebbero i prezzi delle importazioni di energia e materie prime e ridurrebbero quelli delle esportazioni di merci siniche. La stabilità interna e quindi la legittimità politica del Partito Comunista Cinese ne potrebbero uscire sconvolte.

D’altro canto, la fitta interdipendenza dell’economia cinese con quella di Usa, Europa e sud del pianeta aprirebbe la porta ad effetti boomerang maggiori per le economie occidentali e per quella mondiale, viste le dimensioni e la sofisticatezza dell’economia cinese (dieci volte più grande di quella russa e pari ad un sesto del pil globale) e considerata la dipendenza occidentale dalla Cina per materiali strategici come i minerali delle terre rare e quindi la superiore capacità del Dragone di infliggere danni economici con controsanzioni di rappresaglia. Sicché l’effetto deterrente della guerra economica potrebbe rivelarsi meno forte del previsto nei confronti della Cina e l’atteggiamento dell’Occidente ancora più moderato rispetto alle potenti sanzioni applicate alla Russia. Ad esempio, per Washington sarebbe improbo convincere governo, imprese e società tedesche a perdere il mercato cinese dopo aver visto ridurre il rubinetto dell’energia russa a basso costo. 

Kiev-Taipei: andata e ritorno

La tattica del sequenziamento strategico richiede che la guerra per procura in Ucraina non si trascini troppo in là nel tempo in questo decennio. Nel breve termine la guerra ha infatti distolto lo sguardo politico degli Usa dall’Indo-Pacifico. Motivo per cui il Congresso ha scatenato la quarta crisi nello Stretto di Taiwan, riconoscendo de facto l’indipendenza di Taipei per testare e studiare l’entità e la tipologia della reazione cinese e ricordare a Pechino quali sono i reali rapporti di forza tra numero uno e numero due. Infine, più dura il conflitto armato più Washington consuma attenzioni politiche, risorse economiche e munizioni militari, minore sarà la resistenza degli europei occidentali alla “fatica ucraina” per i suoi costi economici e sociali e maggiore sarà il pericolo che la Cina possa tentare un attacco nei confronti di Taiwan sfruttando il dilemma americano della simultaneità geostrategica.


[1] Per ripararsi da questo scenario il governo cinese sta lavorando insieme alle autorità di regolamentazione nazionali per assicurare protezione agli asset cinesi offshore, potenzialmente vulnerabili al lawfare americano poiché circa un terzo dei 3,2 trilioni di riserve valutarie estere cinesi sono detenute in Treasury.

[2] Pechino non ha mai riconosciuto l’annessione russa della Crimea né l’indipendenza delle regioni separatiste di Donetsk e Luhansk, anche in ragione dell’importanza strategica dell’Ucraina nel quadro delle nuove vie della seta e degli ingenti investimenti sinici nella “terra di confine”, in particolare nei settori agricolo e avionico.

[3] Questo spiega l’interesse della Nato a sviluppare legami strategici con le potenze indo-pacifiche dell’Occidente strategico (Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) e anche perché un paese lontano da Kiev come il Giappone si è schierato con gli Usa nel condannare l’aggressione russa, nonostante Tokyo continui ad acquistare gas e petrolio siberiano. 

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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