Stupri e violenze in Africa: non si può più guardare dall’altra parte

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Fonte immagine: https://www.africarivista.it

I recenti report delle Nazioni Uniti dimostrano come nell’Africa Sub-Sahariana metà delle donne sia vittima di abusi sessuali o violenza domestica e che questo numero sia aumentato dopo la pandemia di Covid-19.  Ed è fondamentale che se ne parli il più possibile.

In Qatar i Mondiali di calcio attualmente in corso hanno catturato l’attenzione pubblica per diverse violazioni dei diritti umani perpetuate dal Paese organizzatore, che spaziano dagli oltre seimila operai morti, senza tutele lavorative, nella costruzione degli impianti, ai diritti ancora negati a donne e persone omosessuali nel Paese mediorientale. 

Alla vigilia dell’evento ha attirato molta attenzione mediatica la protesta della Federazione calcistica iraniana che, pur decidendo di non boicottare l’evento, ha cercato di richiamare l’attenzione sulla situazione delle donne nel proprio Paese, dopo i violenti scontri e i morti che si sono verificati durante le manifestazioni per l’assassinio di Mahsa Amini.

Secondo i più recenti report delle Nazioni Uniti, a livello globale si contano almeno 736 milioni di casi di donne che hanno subito violenze fisica e sessuale dal proprio partner e, nel solo 2020, circa 47.000 donne sono state uccise per mano del proprio compagno o della propria famiglia.

Le violenze, mantenendo per il momento l’attenzione esclusivamente su quelle fisiche, si estendono in gran parte anche alle mutilazioni genitali: le Nazioni Uniti stimano che nell’ultimo anno circa 200 milioni di ragazze hanno subito tale pratica, che in trentuno Paesi del mondo è ancora socialmente accettata.

Come numerosi analisti tendono a sottolineare, quello delle violenze di genere è un fenomeno su scala mondiale e tali eventi si verificano anche dove i diritti umani parrebbero essere più tutelati. 

È sbagliato analizzare il tema delle violenze limitandosi alle statistiche quando dietro a questi numeri ci sono nomi, volti e storie. È giusto, però, denunciare che allo stato attuale in Africa la situazione delle violenze sulle donne è più drastica che altrove e soprattutto in molti Paesi si rivela essere all’ordine del giorno. Le stime di donne che subiscono violenza nella zona Sub-Sahariana varia dal 33% (stima minima) ad oltre il 50%, ma l’ONU stessa riconosce la difficoltà nel fornire dati certi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

Le condizioni di povertà estrema a cui molte persone sono costrette non aiutano: intere famiglie spesso vivono dentro a baracche grandi pochi metri quadrati, non lavorano o sono costrette a svolgere lavori faticosi e alle volte in condizioni disumane, come dentro le miniere. 

I campi profughi, in cui molti esseri umani sono forzati a sistemarsi, sono terre senza leggi né diritti, in cui spesso le minoranze e le persone fragili non riescono ad essere adeguatamente tutelate e diventano vittime di abusi.

Molte culture all’interno dell’area impongono matrimoni forzati, spesso in età pre-adolescenziale, con conseguenti danni sia sul lato psicologico che medico, oltre ad un aumento dell’esposizione a malattie come HIV/AIDS. Inoltre, i matrimoni combinati sono più inclini a sfociare in abusi e violenza nel lungo periodo. Secondo Save The Children nel 2018 -anno dell’analisi- 12 milioni di ragazze nel mondo sono state vendute o cedute in moglie a uomini spesso molto più grandi di loro e questo numero è destinato ad aumentare.

I danni della guerra del Tigray

Le numerose guerre e guerriglie che si svolgono ogni giorno in molte zone contribuiscono in modo significativo a tali inammissibilità.  Negli ultimi due anni la Guerra Civile in Etiopia, di cui abbiamo parlato in un’analisi a parte, si è meritata la triste fama di essere uno dei più atroci conflitti attualmente in corso. Il 2 novembre 2022 gli Accordi di pace di Pretoria hanno quantomeno portato ad un momentaneo “cessate il fuoco” tra le parti e questi giorni di tregua hanno permesso alle Organizzazioni Internazionali di fare un bilancio sulle vittime. Esse stimano che nel corso del conflitto si sia verificato mezzo milione di casi di abusi, violenze e stupri, anche di massa, come arma di guerra e di vendetta verso le donne di etnia tigrina.

In aggiunta, la guerra ha riportato alla luce il problema (che non riguarda solo l’Etiopia) del traffico umano. Lo Human trafficking è un fenomeno globale in aumento su cui serve un forte intervento, che riguarda centinaia di bambini e bambine che, orfani o rimasti abbandonati, vengono rapiti e venduti come schiavi per la prostituzione ed il turismo sessuale all’interno dello stesso Paese o in Paesi più ricchi, tra cui l’Europa –secondo Save The Children- non fa eccezione.

Della stessa opinione LaRepubblica che, in un articolo del 31 luglio 2022, ha denunciato 50.000 vittime di traffico per fini sessuali: un numero triplicato rispetto a quindici anni fa.

Situazioni simili a quanto succede in Etiopia sono recentemente emerse anche in Sud Sudan e in Kenya, dove negli ultimi mesi diverse indagini giornalistiche hanno segnalato episodi di prostituzione minorile in cambio di beni primari come cibo e assorbenti. Dati alla mano, in Kenya una ragazza minorenne su cinque è incinta.

Non c’è più tempo di aspettare

Durante la 77esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata introdotta la “Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento sessuale dei minori, dagli abusi e dalla violenza”. Un’iniziativa lodevole, ma la domanda che ci si pone è se, insieme a tutte le altre giornate analoghe, servirà davvero a cambiare qualcosa.

Già prima del Covid-19 la violenza con le donne era una delle violazioni dei diritti umani più diffuse. Non è ancora stata dimostrata una causalità scientifica sull’argomento, ma ricercatori accademici e analisti hanno riscontrato un aumento del numero di casi di sfruttamento sessuale e violenza domestica da quando si è verificata la pandemia di Covid-19, che ha costretto molte persone a rimare in casa o le ha spinte in uno stato di preoccupazione e tensione che ha accentuato l’istinto violento dei carnefici.

Le previsioni future in materie concordano che peggiorerà il già attuale stato d’emergenza e che le misure di tutela e di prevenzione debbano intensificarsi in maniera importante. 

L’attenzione mediatica e nelle scuole deve aumentare, e non limitarsi ad un solo un giorno all’anno. La sfida è difficile, ma questa piaga mondiale non può più aspettare per essere estirpata.

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