LA VOCE DELL’ASEAN. UN’ANALISI DEGLI ESITI DEL SUMMIT DI PHNOM PHEN

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Fonte immagine: Tang Chhin Sothy | Af Immagini Getty

Dall’8 al 13 novembre 2022 si è svolto a Phnom Phen, in Cambogia, il 40° e 41° vertice annuale dell’Associazione del Sud-Est Asiatico (ASEAN). In occasione di questo incontro – che ha visto riuniti Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam, insieme a Stati non membri come Cina, Stati Uniti, Russia, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del sud e India – si è discusso dello “sfilacciamento” del panorama geopolitico dato da più fattori quali: la guerra della Russia in Ucraina, l’escalation del conflitto in Myanmar, la minaccia rappresentata dalla Corea del Nord, le tensioni nel Mar Cinese meridionale, il rapporto USA-Cina e l’ammissione di Timor Est nell’Associazione.

Il vertice ASEAN ha mostrato ancora una volta la paralisi del gruppo nei confronti del Myanmar, uno dei suoi dieci membri. Nell’ex Birmania gli avvenimenti dello scorso anno hanno visto il rovesciamento, da parte dell’esercito, di un governo eletto, evento che ha scatenato una feroce repressione del dissenso e che ha annullato del tutto anni di timidi passi verso la democrazia.

Dopo aver revocato ai birmani l’invito alla partecipazione al vertice, i nove leader hanno rilasciato una dichiarazione in cui ribadiscono la loro volontà di porre fine immediata alla violenza e che venga stabilito il dialogo tra tutte le parti per arrestare il conflitto nel Paese, anche attraverso l’attuazione dell’accordo raggiunto in tal senso con il leader della giunta a Jakarta nell’aprile 2021.

Questo programma – il five point consensus – prevede come primo punto la sospensione del conflitto. Utopico poter pensare che venga rispettato, contando che i Paesi che compongono l’ASEAN conducono la loro politica estera nel rispetto del principio di non-interferenza. Una pratica dunque, che spinge i Paesi membri ad adottare una politica non punitiva e non di condanna nei confronti delle repressioni in Myanmar, e che ha portato il gruppo dei paesi leader del sud-asiatico a dover affrontare nell’ambito del summit le problematiche derivanti da una spaccatura interna.

Thailandia e Cambogia si sono fatte promotrici del rispetto della politica di non-ingerenza, affermando che: il dover prendere posizione in merito alla questione birmana avrebbe significato andare contro non solo questa politica, ma anche contro l’ideologia della Repubblica popolare cinese che da anni intrattiene relazioni economiche con il Myanmar e che dall’inizio del golpe ha sempre appoggiato i militari.

Porsi in contrasto con la Cina avrebbe dunque significato rinunciare a gli 800 miliardi di dollari che l’ASEAN ha ricevuto per finanziare i propri progetti di sviluppo. Dall’altra parte però, gli Stati Uniti – che rimangano un partner indispensabile in materia economica e di sicurezza – spingono affinché il blocco intervenga militarmente e ponga fine agli scontri. Una posizione quella degli USA, che trova l’appoggio dell’Indonesia, che dal 2021 si è fatta promotrice della causa birmana e che si sta impegnando affinché siano inviati i dovuti soccorsi alle popolazioni ormai devastate dagli interventi militari.

Definire quindi la posizione dell’ASEAN “complicata” in merito alla questione è dire poco. L’associazione, consapevole che sarà difficile continuare a mantenere una neutralità diventata “ordine del giorno”, dovrebbe adottare una politica equa e provare a trovare un accordo tra le parti che accontenti non solo il blocco asiatico ma anche superpotenze come Cina e USA, partner dei quali è consapevole di non poter fare a meno.

Dal 25 settembre, poi, è salita la tensione nella Penisola coreana: Pyongyang ha intensificato i test missilistici, lanciando decine di vettori di diverse tipologie, lanci ai quali la Corea del Sud ha risposto con esercitazioni congiunte di vasta portata con gli Stati Uniti. Dopo il lancio avvenuto verso il mar del Giappone, la Corea del nord ha suscitato lo sgomento della comunità internazionale, che si è stretta in un sentimento condiviso di condanna.

In Cambogia infatti, il presidente Joe Biden ha illustrato la sua visione per “un coinvolgimento rafforzato” e affrontare “le preoccupazioni di maggiore importanza per l’Asean secondo le loro aspettative”, oltre a “promuovere il rispetto dei diritti umani, lo stato di diritto e il buon governo, l’ordine internazionale basato sulle regole”. L’impegno di condannare Kim Young-un, da parte del Presidente statunitense, in favore di un ASEAN intimorito è sicuramente una mossa vincente da parte degli Stati Uniti che cercano ormai da tempo immemore di avvicinarsi a una comunità che da anni vive di fatto sotto l’egemonia cinese.

A proposito di “coinvolgimento rafforzato”, la Casa Bianca ha ricordato anche i recenti impegni economici presi da Washington: 150 milioni di dollari per investimenti in varie aree promessi a maggio e altri cento milioni di dollari a ottobre. Impegni significativi, ma lontani dal miliardo e mezzo di dollari annunciati dal presidente cinese, Xi Jinping, nel vertice Cina-Asean del 2021. Un’ulteriore sfida dunque, lanciata dalla Repubblica popolare cinese nei confronti degli Americani che stringe in una morsa i paesi del gruppo ASEAN.

Non è un segreto il fatto che l’incontro con i membri dell’Associazione delle Nazioni del sud-est asiatico è stato importante per il presidente americano quanto per il suo omologo Xi Jinping, dove il primo punta a stringerne i rapporti per consolidare la sua posizione nell’Indo-Pacifico e il secondo è a conoscenza della sovranità che detiene in quest’area ed è pronto a fare di tutto per mantenere questo status. Il risultato? A Phnom Phen ci si è resi conto che la miglior strategia è “tendere la mano” in due direzioni diverse: afferrare gli aiuti statunitensi in un’ottica di alleanza e proiezione oltre oceano e dall’altro consentire alla Cina di investire in progetti di sviluppo nell’ambito del progetto “Belt and Road” consentendogli di esercitare il suo potere su tutta la Regione.

Un compromesso piuttosto forzato, ma non inaspettato. Sarebbe inaspettato se, nel corso dei prossimi anni, i Paesi che compongono l’ASEAN decidessero di discostarsi da una Cina che da troppo tempo esercita il proprio dominio in una regione che, con l’aiuto degli Stati Uniti d’America, è pronta a rimettersi in gioco.

Tra i temi sul tavolo poi, la Cina risulta essere ancora protagonista: si è trattato infatti delle contese territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Al vertice ASEAN ha presenziato per la prima volta Ferdinand Marcos Junior, neopresidente delle Filippine, intervenuto con l’intenzione dichiarata di sollevare la questione degli “sviluppi nel Mar Cinese Meridionale”. Il leader di Manila preme per l’adozione di un codice di condotta vincolante, di cui si discute ormai da vent’anni, dall’adozione della Dichiarazione sulla condotta delle parti del 2002.

Le dispute in merito al controllo delle porzioni di quest’area, che nascono dalla progressiva espansione delle pretese cinesi, a danno di Vietnam e Filippine, sono da anni oggetto di grandi preoccupazioni nell’ambito della cooperazione e della sicurezza di questa Regione. Il problema però è nato nell’ambito dell’incontro bilaterale ASEAN-Cina, che non ha portato alcuna novità in merito allo status quo dell’area.

Durante l’incontro c’è stata un’importante contrapposizione tra i paesi rivieraschi che hanno condannato il comportamento cinese e i paesi continentali, come Cambogia e Laos, che continuano a sottovalutare l’egemonia cinese nel Mar Cinese meridionale. Una contrapposizione nata probabilmente dalla volontà di Paesi come quello cambogiano di non volersi schierare contro il suo maggior alleato militare e politico.

Il vertice dell’Asia orientale inoltre, in cui si sono incontrati anche Stati Uniti e Russia, si è concluso senza un comunicato congiunto in merito alla guerra Russo-Ucraina perché la Russia non ha potuto o voluto accettare i riferimenti espliciti alla guerra in Ucraina richiesti dagli Usa e dagli altri alleati. Poi è stato il turno del ministro degli Esteri ucraino, che ha esortato l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico a condannare l’invasione della Russia, ma Kiev cerca di raccogliere il sostegno di un blocco che ha legami di lunga data con Mosca.

Partecipando al vertice dell’ASEAN e ai relativi incontri a Phnom Penh, Dmytro Kuleba ha affermato di aver sfruttato l’occasione per incontrare personalmente le controparti di Cambogia, Indonesia, Filippine, Vietnam e Thailandia per chiedere il loro sostegno per aumentare la pressione sulla Russia. Questa è stata la prima partecipazione dell’Ucraina agli incontri dell’ASEAN, conclusa con la firma dello strumento di adesione al Trattato di amicizia e cooperazione, percepita da Kiev come un messaggio di amicizia e sostegno. Un sostegno però, che seppur in modo implicito, non arriva da tutti i paesi del blocco, che dall’inizio degli scontri sono stati divisi nelle loro risposte alla guerra.

Insomma, l’Associazione delle Nazioni del sud-est asiatico nel suo insieme, non affronterà mai la Cina, dal momento che ci sono già troppi paesi all’interno dell’organizzazione che dipendono formalmente da Pechino, e l’organizzazione semplicemente non si inimicherà il suo più importante partner commerciale. Seppur ci siano certamente paesi nel sud-est asiatico che stanno cercando maggiori legami strategici con gli Stati Uniti, la paura dell’assertività, della coercizione e dell’autoritarismo della Cina è in aumento.

Inoltre, dato il contesto geopolitico della Regione, i paesi più cauti sanno che non è il momento giusto di compiere azioni – come per esempio condannare il Myanmar- che potrebbero metterli in una ancora più vacillante posizione. L’ASEAN ha compiuto almeno un positivo passo avanti, ammettendo Timor-Est come undicesimo membro, che, contro ogni previsione, è diventata probabilmente la democrazia più solida della regione. 

Questo summit ha dunque messo in luce non solo le criticità dell’area, ma anche quelle interne all’Associazione che in futuro, se decidesse di non intraprendere la rotta del cambiamento, perderebbe di credibilità e rilevanza in un contesto già estremamente frammentato.

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