LA CINA NON ABBANDONA LA POLITICA “ZERO COVID”: QUALI LE CONSEGUENZE SOCIALI ED ECONOMICHE 

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Fonte Immagine: MilanoFinanza

Perdura nel Paese una sempre più discutibile e discussa politica di “tolleranza zero”. Le conseguenze si registrano sul piano della performance economica e a livello sociale, con una serie di proteste inedite. Le autorità di Pechino dovranno presto valutare una strategia maggiormente flessibile se non vorranno vedere le proiezioni economiche ulteriormente deluse e il malcontento crescere.

La situazione ad oggi

La strategia delle autorità cinesi per evitare la diffusione del Covid, ispirata ai più rigidi parametri, si sta rivelando fallimentare. Nella giornata di mercoledì 23 novembre i casi registrati hanno segnato un nuovo record, attestandosi a 31.444 con 6 decessi. Numeri simili in primavera furono sufficienti a far scattare il contestato lockdown di due mesi per i 25 milioni di abitanti di Shanghai. 
Nel paese aumentano – circostanza più unica che rara – i casi di scioperi e manifestazioni. Ne sono un esempio gli avvenimenti nella fabbrica degli iPhone di Zhengzhou, città in cui per i prossimi giorni i 6 milioni di abitanti non potranno lasciare la zona di residenza in mancanza di un tampone negativo e il placet della autorità.

Alla base della protesta le condizioni igienico sanitarie dei lavoratori e la promessa, apparentemente violata, da parte dell’azienda – la Foxconn – di un bonus di 10.000 yuan (circa 1400 dollari) ai lavoratori assunti dopo che il sito produttivo venne messo in lockdown. Dei 20.000 operai non si sa con esattezza quanti siano stati coinvolti nella protesta. Le attività produttive, anche per rispettare i dettami delle autorità, adottano la strategia del “circuito chiuso” la quale prevede che il personale viva nel distretto aziendale.

Certo è che, dopo 3 anni dall’inizio della pandemia, la strategia di “tolleranza zero” sembra essere sempre meno condivisibile e sempre più contestata dalla popolazione. Si pensi alle speranze, andate prontamente deluse, che in occasione del ventesimo congresso del PCC Xi Jinping potesse annunciare una modifica delle regole anti Covid. Viceversa nei medesimi giorni esplodeva il caso della ragazza morta in un centro di quarantena nella provincia di Henan.

Conseguenze economiche

E’ stato stimato che durante il lockdown di Shanghai, in termini di PIL il 21,2% dell’economia cinese sia stato danneggiato dai controlli e dalle restrizioni. I dati economici del terzo trimestre 2022 hanno mostrato una conferma del rallentamento dell’economia. Nel Q3 si registra aumento della disoccupazione, fiducia dei consumatori precipitata, contrazione delle esportazioni e il PIL ai minimi storici, in aumento di un “misero” 3%, ben lontano dalle ambizioni del 5,5% per l’anno in corso annunciate a marzo. La riduzione dei consumi interni è uno degli aspetti economici più preoccupanti per una società con una classe media in forte ascesa.

A risentirne anche gli andamenti borsistici, con le piazze asiatiche in sofferenza per la ripresa delle infezioni e per le possibili conseguenze. I Paesi del sud est asiatico hanno da tempo abbandonato la politica zero covid e hanno aperto le frontiere. Ma non la Cina. Le ripercussioni sulla supply chain sono evidenti. La disruption alle catene di approvvigionamento globali si sono ridotte ma con un andamento disomogeneo. La chiusura dell’hub strategico di Shanghai ha prolungato i tempi di produzione e consegna e ha aumentato i costi.

Al contempo, la progressiva riduzione della domanda mondiale causata da inflazione, timori di recessione, guerra russo-ucraina, smaltimento dei colli di bottiglia, hanno mitigato gli effetti negativi per l’economia di Pechino che è lecito immaginare peggiori in assenza di queste “circostanze attenuanti”. La strategia export led growthcinese e la sua fame di globalizzazione commerciale ne risentono inevitabilmente. Ciò sebbene le esportazioni manifatturiere potrebbero vedere una progressiva riduzione qualora il costo della manodopera dovesse continuare ad aumentare in concomitanza con il reddito interno. Questa circostanza favorirebbe il riequilibrio della bilancia commerciale tanto auspicato dall’Occidente. 

I tentativi dei policymakers di mantenere alte le prospettive sulla crescita economica sono però costrette a fallire nell’attuale contesto. Il premier Li Keqiang ha ribadito l’importanza di un quarto trimestre economico forte, il che appare sempre meno verosimile. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto a Pechino dì rivedere le sue politiche sul Covid, che unitamente alle complicazioni del mercato immobiliare e alla riduzione della domanda estera sono indicati quali i principali fattori dì rischio per l’economia. A mancare sembra essere soprattutto una chiara exit strategy oltreché la sensazione d’impreparazione e approssimazione. Circostanza sottolineata anche dalla Camera dì Commercio europea in Cina, che ha chiesto al governo dì intervenire in tal senso.

Possibili diverse spiegazioni

Altri motivi del perdurare delle restrizioni sono da cercare nel rifiuto cinese di adoperare vaccini statunitensi, nel basso livello di immunizzazione, nello scarso potere di copertura offerto dal vaccino Sinovac e nella volontà di evitare al sistema sanitario nazionale una massiccia ondata di casi.  Nonostante le evidenze e le contraddizioni dunque, per Xi Jinping mantenere dritta la barra e perseverare nelle restrizioni è una questione politica.

Fare altrimenti sarebbe sconfessare l’atteggiamento tenuto, specie in considerazione dei vanti ostentati a inizio pandemia nella conduzione delle politiche sanitarie. L’atteggiamento e la volontà di Xi sembrano rispondere alle caratteristiche della teoria delle scienze comportamentali di continuare a investire risorse in progetti fallimentari per poter cosi onorare i costi sostenuti in passato. Anche pur di contraddire le indicazioni dell’OMS che suggerisce, vista la diversa infettività e gravità delle varianti, di adottare un approccio flessibile al verificarsi di nuove possibili ondate. 

La frustrazione è anche esasperata da un evento sportivo quali i mondiali di calcio in corso in Qatar. Non si sottovaluti l’impatto sociale che la visione delle partite, con l’assenza di qualsiasi meccanismo di contenimento del virus, può far scaturire. Proprio ai discussi mondiali – la Cina  sebbene non qualificata – è presente. Marchi come Hisense, Wanda Group o Vivo, sono i maggiori sponsor del torneo, superiori anche ai giganti americani quali Coca-Cola e McDonald’s.

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