UN’ALTRA CRISI ECONOMICA? RECESSIONE E INFLAZIONE

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Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il blocco occidentale è in crisi economica a causa di un aumento dei prezzi che porterà presto alla recessione; ci si domanda quali possano essere le soluzioni alla luce del quadro attuale.

Da cosa è generata l’inflazione in Europa e negli Stati Uniti?

L’inflazione in Europa sembrerebbe generata principalmente dalla crisi energetica. Le sanzioni contro la Russia hanno infatti portato a una ferma risposta di quest’ultima tramite il blocco degli approvvigionamenti energetici, i quali hanno indotto un aumento dei prezzi sul lato dell’offerta.

Gli Stati Uniti sono i promotori delle sanzioni contro la Russia, ma essendo indipendenti a livello energetico l’inflazione parrebbe nel loro caso generata principalmente dall’aumento dei prezzi sul lato della domanda. Questo significa che attualmente negli Stati Uniti si sta verificando una crescita dei prezzi e dei salari determinata dal termine della fase recessiva causata dalla pandemia da Covid-19. 

Si potrebbe pensare che a situazioni diverse corrispondano risposte economiche e monetarie diverse, invece le politiche messe in atto da FED (la Riserva federale statunitense) e BCE (Banca Centrale Europea) si mostrano al momento entrambe restrittive: si aumentano i tassi di interesse al fine di diminuire i prezzi. 

Da marzo 2022 i tassi di interesse vengono definiti prima dalla FED e poi dalle altre banche centrali nel resto del mondo che agiscono in base alle azioni della loro controparte statunitense. Tale strategia parrebbe logica, tuttavia la stessa sembrerebbe dar vita a un circolo vizioso dal momento che, come precedentemente accennato, quando una banca centrale come la FED definisce una politica monetaria restrittiva, si limita sostanzialmente ad aumentare i tassi di interesse. 

L’aumento dei tassi di interesse ha come effetto un aumento degli investimenti nel Paese con il tasso più alto poiché il ritorno della somma investita nei titoli di Stato americani è più elevato rispetto allo stesso in riferimento a uno Stato in cui si riscontrano tassi di interesse più bassi. Questo processo è chiamato apprezzamento della valuta, in questo caso del dollaro. 

L’apprezzamento del dollaro induce gli Stati che dipendono dalle importazioni di merci statunitensi a pagare un prezzo più alto, generando un aumento di prezzi nell’economia interna mentre le esportazioni tenderanno a salire. 

Un altro punto da osservare è come gli Stati tendano a preferire l’utilizzo di una moneta più debole rispetto al dollaro. Una valuta debole porta con sé vantaggi e svantaggi. Il vantaggio principale è che con una moneta più debole sono favorite le esportazioni poiché il prezzo per le merci è maggiore nel Paese con questa caratteristica, fondamentale in un periodo in cui la domanda dei beni è bassa. Lo svantaggio principale è che le banche centrali non possono aumentare i tassi di interesse all’infinito portando ad un deprezzamento della valuta poiché si potrebbe indurre un effetto contrario. 

In sostanza, i vari shock sui prezzi sul lato dell’offerta in Europa e sul lato della domanda negli Stati Uniti stanno generando un apprezzamento del dollaro rendendo quest’ultimo la valuta più forte e più sicura. Una caratteristica fondamentale in un momento di incertezza come quello attuale. 

Entro quanto tempo le politiche monetarie porteranno ad una diminuzione dell’inflazione?

Ovviamente è difficile se non impossibile sapere se le politiche avranno l’effetto sperato oppure no. Quello che si sa è che le politiche espansive in risposta alla crisi pandemica hanno portato ad una crescita più veloce negli Stati Uniti, rispetto all’Europa in cui la crescita ancora non è stata raggiunta del tutto. 

Il punto focale è che l’Eurozona non è tornata ai tassi di crescita precedenti al periodo pandemico ma anzi si dirige verso un’ulteriore fase recessiva causata dalla guerra in Ucraina. Gli Stati Uniti indipendenti a livello energetico e con una valuta forte possono permettersi di crescere prima degli Stati europei. 

Tesi che è confermata dal recente “Outlook” economico del FMI che stima un taglio del PIL globale accompagnato da un’elevata inflazione destinata a protrarsi a lungo. Il PIL globale scenderà dal 2,9% al 2,7%, una differenza minima; Tuttavia, se si osservano i casi singoli, è possibile osservare come ad esempio in Europa si passi da una crescita del 3,1% del 2022 ad un 0,5% nel 2023 mentre gli Stati Uniti cresceranno dell’1% nel 2023 con una differenza, tuttavia, del solo 0,6%.

Come rispondere all’inflazione, tenendo conto della contrazione del PIL?

Alla luce di quanto evidenziato la risposta più immediata e logica sarebbe costituita da un aumento dei tassi di interesse tramite politiche monetarie restrittive. 

Un aumento dei tassi di interesse si pone come obiettivi principali da una parte l’aumento della liquidità nel sistema bancario e dall’altra il contenimento relativo alla crescita dei prezzi e dei salari. Infatti, in periodo di alta inflazione i consumatori tendono a richiedere un aumento dei salari portando conseguentemente i datori di lavoro ad aumentare a loro volta i prezzi dei prodotti; con l’aumento dei tassi di interesse, invece, i consumatori e le imprese tendono a divenire risparmiatori sul lungo termine poiché risparmiando otterrebbero maggior interessi sui prestiti. 

Il rialzo dei tassi di interesse porta ad una diminuzione dell’inflazione ma anche ad una contrazione della crescita. Se prendiamo in esempio l’Eurozona possiamo capire come una riduzione della crescita possa aggravare la situazione economica già complicata e fragile di paesi come l’Italia e aumentare il rischio di una possibile recessione.  

La fase recessiva viene confermata dalle stime del FMI che prevedono una recessione tecnica e consigliano politiche monetarie e fiscali coordinate, evitando l’errore della Regno Unito che, con la famosa Brexit, ha portato ad un crollo della sterlina. Secondo il FMI sono necessarie politiche monetarie e fiscali restrittive poiché una divisione creerebbe un aumento dell’inflazione, l’opposto di quanto desiderato. Inoltre, per il Fondo sarebbe desiderabile una politica fiscale che supporti le fasce più deboli cercando al contempo di definire politiche in grado di evitare un aumento della domanda tramite una riduzione dell’offerta in modo tale da poter raggiungere l’equilibrio di mercato. Un ultimo punto fondamentale è cercare di rafforzare la cooperazione internazionale cercando di evitare politiche di imposizione di dazi e ricreare un sistema di aiuto reciproco simile al sistema adottato nel corso della pandemia da Covid-19. 

Per affrontare la recessione e l’inflazione è auspicabile una cooperazione multilaterale?

Il quadro attuale dell’economia internazionale non sembrerebbe attualmente mirare a un coordinamento nelle politiche monetarie, al contrario è possibile percepire una generale assenza di strategie; ne costituiscono evidente esempio le recenti dimissioni della prima ministra britannica Lizz Truss, causate principalmente dall’adozione di una manovra fiscale riconosciuta imprudente.

Le relazioni internazionali insegnano come in un mondo sempre più connesso le incertezze sono dietro l’angolo, basti vedere le ultime crisi (pandemia e guerra in Ucraina); per questo la BCE dovrebbe essere in grado di definire una strategia nel medio e lungo termine che possa garantire una certa tranquillità ai risparmiatori europei, evitando un aumento dei tassi di interesse senza un piano definito. 

Si auspica che le prossime riunioni del G20 di Bali e della futura Cop27 diano avvio a un dialogo fra i maggiori esponenti globali, nonostante le tensioni e le divergenze causate dalla guerra in Ucraina. Lo schieramento occidentale si dimostra infatti sempre più coordinato a livello di sanzioni ma a livello monetario fatica a ritrovare lo stesso grado di cooperazione, sullo sfondo di una Cina e una Russia sempre più vicine.

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