L’eredità di Aoun e le crisi del Libano

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Michel Aoun (al centro) durante una visita ufficiale in Libano del Vicepresidente portoghese, nel 2019. Fonte: https://www.flickr.com/photos/palaciodoplanalto/47100139624/

Nel corso della crisi di governo che da mesi attanaglia il Paese, il Presidente del Libano Michel Aoun si è dimesso dall’incarico. Nell’incertezza sul suo operato e il pesante lascito di sei anni di presidenza, mancano le soluzioni a breve e lungo termine per contrastare le molteplici crisi che pesano sul futuro dello Stato. 

Le dimissioni di un Presidente dai giudizi contrastanti 

Il 30 ottobre scorso il Presidente libanese Michel Aoun ha deciso di lasciare anticipatamente la presidenza, un giorno prima della scadenza ufficiale del proprio mandato.

In carica fin dal 2016, egli è stato riconosciuto unanimemente come una figura istituzionale divisiva, sulla quale proliferano giudizi contrastanti e totalmente opposti. Nella complessa geometria istituzionale del Paese, infatti, il Presidente è solitamente scelto tra le fazioni cristiane, per garantire l’equilibrio etnico anche attraverso la divisione dei poteri. Nonostante questo, molti rilevano come Aoun non abbia agito in qualità di Presidente dell’intero popolo libanese, bensì sia stato evidente rappresentante di parte della propria comunità di appartenenza, ma soprattutto dei propri interessi. 

Tra coloro che lo demonizzano e quelli che lo sottostimano, i cristiani hanno generalmente continuato a sostenere Aoun nonostante i fallimenti, gli errori e le prese di posizione incerte, a causa del progressivo indebolimento della comunità maronita sul piano interno e internazionale e la necessità di una figura forte in risposta al rafforzamento dei partiti islamici. I cristiani, infatti, rappresentano ormai circa il 30% della popolazione e, fin dalla nomina di Aoun, si è palesato che il supporto di Hezbollah al candidato alla presidenza è ormai indispensabile. Ciò pone ulteriori complessità alla nomina del futuro Presidente, data la presenza di candidati con esperienza dalle varie fazioni partitiche che, tuttavia, difficilmente riceveranno l’approvazione dell’organizzazione islamista. 

Tra successi e fallimenti: la carriera del Presidente

Michel Aoun servì nel corso della guerra civile libanese in qualità di comandante di una delle fazioni in lotta, per poi essere esiliato nel 1990. Solo nel 2005 egli poté tornare in patria, una volta che le truppe siriane si furono ritirate dal Paese per la pressione internazionale seguita all’assassinio del Primo Ministro Hariri. 

La nomina a Presidente avvenne nel 2016, in seguito a un lungo stallo nell’elezione del Capo dello Stato. A quel tempo, egli parve riconciliare e soddisfare a breve termine gli appetiti di tutte le fazioni in gioco nel contesto del difficile periodo della vittoria iraniana e del suo alleato Hezbollah in territorio siriano. Grazie all’Accordo di Mar Mikhel (e alle sue clausole, probabilmente in gran parte nascoste), Aoun acconsentì all’ampliamento dell’influenza iraniana sul Libano in cambio della propria ascesa alla presidenza. Appare evidente, dunque, il carattere machiavellico che ha da sempre contraddistinto Aoun, come documentano testimonianze dirette di ex-alleati. 

Tra gli episodi salienti dei sei anni di mandato, nel 2017 l’esercito libanese combatté con successo i militanti islamisti sul confine con la Siria grazie al sostegno di Hezbollah, mentre nel 2018 venne promossa una nuova legge elettorale e dal 2020 le più importanti compagnie energetiche iniziarono a trivellare in blocchi offshore a scopi esplorativi. L’episodio della presidenza Aoun che rimarrà nella storia, tuttavia, è l’esplosione del porto di Beirut del 2020. Aoun ammise, infatti, di essere a conoscenza delle riserve di nitrato di ammonio collocate al porto, ma non vi è mai stata una seria indagine che abbia fatto luce sull’accaduto e un processo equo nei confronti dei responsabili. 

Nel corso dell’ultima settimana presidenziale, infine, egli ha firmato un accordo con Israele mediato dagli Stati Uniti, che definisce il confine meridionale tra i due Paesi e che si configura come un primo tentativo di riconciliazione tra gli Stati. Nonostante il successo finale dell’accordo, tuttavia, è da sottolineare come il percorso per raggiungerne la conclusione sia stato ad ostacoli, contraddistinto da modifiche e richieste di territorio talvolta pretestuose da parte del Libano, che hanno frequentemente portato a stalli nella negoziazione, durata anni, e alla necessità di mediatori esterni. Date le drammatiche condizioni nelle quali versa lo Stato, resta inoltre da vedere se il Libano sarà in grado di sfruttare i vantaggi economici derivanti dalla redistribuzione del territorio delle basi offshore di Karin e Qana, principali oggetto di contesa.

Il futuro dello Stato libanese

Il termine del mandato di Aoun si colloca, infatti, nel contesto del persistente vuoto istituzionale dello Stato libanese, data l’impossibilità del Parlamento di nominare un Governo stabile, nonché trovare un accordo sul futuro Capo dello Stato. L’ordinamento statale prevede che il vuoto presidenziale sia temporaneamente colmato dal governo, che è tuttavia impossibilitato in quanto transitorio e volto esso stesso a individuare la nuova futura compagine governativa. Il mancato accordo sull’elezione presidenziale è tutt’altro che una novità per il popolo libanese, che ha vissuto ben tre crisi di tal genere dal 1990, ma la crisi politica generalizzata che il Paese sta vivendo è senza precedenti e, sfortunatamente, senza soluzioni in vista nel breve periodo. 

Nel corso degli anni, il Paese ha perso la propria centralità dal punto di vista regionale per le drammatiche condizioni socioeconomiche che pesano sulla popolazione libanese, gravemente in difficoltà per la svalutazione della lira e la carenza dei beni di prima necessità. A questo si aggiungono la crisi energetica e climatica, che richiedono risorse importanti per permettere un’adeguata risistemazione infrastrutturale. 

Il lascito di Aoun pesa sullo Stato e sul suo successore, che dovrà inevitabilmente fare i conti con la politica settaria e frammentata libanese, dove le pratiche di scambi di favori costituiscono l’ordine del giorno e i passaggi istituzionali vengono risolti da delicati compromessi tra le parti. In modo ancora più importante, tuttavia, il nuovo Presidente dovrà fare fronte alle crisi del Paese, devastato da una profonda corruzione e una situazione socioeconomica ancor più difficile. Nonostante una bozza di accordo con il Fondo Monetario Internazionale risalente al maggio scorso, infatti, ben poche riforme sono state implementate per soddisfare le condizioni di base per ottenere i fondi del FMI, disperatamente necessari per la ristrutturazione e il rinnovamento delle strutture statali.

In una situazione di perdurante collasso economico, sociale, e politico, l’unica soluzione perché il Libano si risollevi appare l’aiuto esterno. I fondi occidentali, su premessa di approfondite riforme e il mantenimento di accordi esterni con istituzioni internazionali, appaiono attualmente l’unica soluzione plausibile per evitare di assistere a un crollo statale. Resta da vedere quando il caso libanese tornerà agli occhi dell’opinione pubblica e dei governi più benestanti, a beneficio dell’intero Medio Oriente e della stabilità internazionale. 

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