IL CONGRESSO AMERICANO E L’INVIO DI ARMI A TAIWAN

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Nel mezzo di un periodo di tensione con Pechino non ancora calmatosi del tutto dopo l’apice di agosto, il Congresso americano cerca di accelerare il piano di rifornimento bellico all’isola di Taipei, forse consapevole delle “lezioni ucraine”.

Agosto 2022. La portavoce della Camera dei rappresentanti statunitense, la Dem Nancy Pelocy, durante il suo Tour dell’Asia-Pacifico, aggiunge una tappa e decide di far atterrare il suo aereo anche nell’isola di Formosa. Un’isola tanto più piccola quanto più problematica. Il resto, lo conosciamo. Tensione crescente tra Pechino e Washington: una delle più alte cariche pubbliche degli USA va a far una visita ufficiale su un pezzo di terra in mezzo all’acqua che non si è ancora riusciti a capire se è uno Stato o una provincia.

Come ritorsione la Cina (quella continentale, la cosiddetta mainland) risponde con una frequenza crescente di incursioni aeree nello spazio sopra le acque contese con la “sorellastra” Taiwan. La contro-reazione americana non ci mette molto ad arrivare e – come spesso – si tinge di verde. Verde come il dollaro.

Il Congresso americano arriva ad approvare un pacchetto finalizzato ad un sostegno economico-militare a Taipei di circa 1,1 miliardi di dollari. La composizione di questo piano americano è pensata per poco più di una metà di supporto logistico e per la restante parte di armamenti difensivi come i missili antinave Harpoon della Boeing e, in misura minore, i sistemi anti-aerea Sidewinder della Raytheon. La logica giustificatrice dietro al tutto è “ovviamente” di natura difensiva.

Dopo l’approvazione, segue la fase dell’implementazione e sembra che il Congresso abbia appreso qualche lezione dalla situazione in cui si trova Kyiv. L’Ucraina e Taiwan sono indubbiamente stati e contesti differenti – ma ciò non toglie che qualche similitudine o parallelismo non possa esser fatto. O che soprattutto non sia sorto a qualcuno nelle “stanze dei bottoni” di Washington.

La morale che potrebbero averne tratto nella capitale a stelle e strisce è che il sostegno militare può fare la differenza ma che la cosa più importante è il momento in cui si fa, il quando. Prima che inizi che lo scontro potrebbe essere la soluzione in quanto potrebbe disincentivare – ritardare – l’inizio dello scontro stesso. 

Momento di critica: non è esattamente questa la retorica dietro ad un’escalation? La risposta è ambigua e forse è necessario prendere in considerazione due momenti. 

Il primo è quello del conflitto già in atto. In quel caso senza troppi dubbi un aumento ingente del sostegno militare ad uno dei due stati nel conflitto accresce la tensione, rende l’aria pesante e rischia di diventare facilmente un’escalationfuori controllo. L’esempio calzante lo stiamo a vivere assistendo con apprensione a quanto sta succedendo (e speculando su quello che non succede ma potrebbe) in Ucraina.

Il secondo è quello del conflitto non (ancora?) in atto. In questo caso l’aria non è ancora così pesante. La bellicosità non è del tutto manifesta. Certo, come la definì Hobbes, guerra non è solo lo scontro sul campo di battaglia ma anche la volontà abbastanza manifesta al farlo, ma si può dire che per il momento un tale atteggiamento Pechino e Washington cercano, tentano (la domanda è piuttosto se efficacemente) di dissimularlo. 

Sia chiaro, non si sta affermando che USA e RPC siano in un periodo di miele, piuttosto che – nel limite della realpolitik – entrambi cercano di mostrare una certa metriotes. Il dialogo c’è ancora e questo è quello che conta: la diplomazia. Uno poi può anche considerarla di facciata ma certe volte uno potrebbe dissentire sostenendo che invece la diplomazia è l’ultima cosa dietro la facciata: è quella che non si vede e non si sente nei giornali e pertanto la più potente arma contro l’uso di altre armi.

Nota di riferimento ai verbi: tentare; cercare. 

Un esempio è l’incontro a Bali durante il G20 tra i due Presidenti Xi Jinping e Joe Biden – prima occasione di incontro tra i due capi di stato in tale carica – che ha permesso un momento di discussione e confronto. Nuovamente, parlare non significa risolvere tutti i problemi. Ma delle parole è sempre meglio il suono piuttosto che il silenzio, perché il pericolo di quest’ultimo è dato dalla scelleratezza dei pensieri e delle idee che possono sorgere talvolta dall’immaginazione e senza un confronto–riscontro con la realtà.

Ad ogni modo, la “lezione ucraina” che il Congresso potrebbe aver tratto è che per dissuadere – ritardare – il grande Dragone Rosso dall’idea di mangiarsi Taiwan, “la provincia” come viene vista da Pechino, sia quello di rendere l’isola di Formosa sempre più un pasto molto difficile da masticare e digerire.

In chiusura, poi, Taiwan a differenza dell’Ucraina è come già detto un isolotto attorniato dal blu del mare, tanto piccolo quanto complicato, e che, pertanto, in caso di conflitto in atto non sarebbe tanto facilmente rifornibile come invece è stata ed è la situazione in Ucraina – coperta dietro e confinante da più lati da Stati della NATO.

Forse è anche questo che spinge il Congresso americano ad un’accelerazione sull’invio di armi a Taiwan. 

Forse. O forse no.

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