Il giallo missilistico in Polonia e le prime crepe tra Ucraina e Stati Uniti

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Fonte Immagine: abcnews.com

L’esplosione che ha ucciso due fattori polacchi nel villaggio di Przewodów, a meno di 6 km dal confine Polonia-Ucraina, ha rappresentato il momento potenzialmente più esplosivo dall’inizio della guerra. L’intervento americano ha scongiurato l’escalation, mentre lo scorrere del tempo sta allargando lo iato di interessi tra Washington e Kiev. Intanto Stati Uniti e Cina degradano la Russia a potenza minore.

Il giallo missilistico

Inizialmente qualificato da anonimi funzionari dell’intelligence statunitense come un missile russo il vettore atterrato in territorio polacco, dunque Nato, è stato prontamente identificato dal presidente americano Joe Biden come un intercettore missilistico del sistema di difesa S-300 di fabbricazione russa in uso agli ucraini. La Nato ha rapidamente negato che l’esplosione fosse da attribuire ad un attacco diretto della Russia alla Polonia, considerata peraltro la natura non strategica del bersaglio colpito, mentre ex funzionari del Pentagono evidenziavano l’inesistenza di un automatismo diretto per l’attivazione della mutualità difensiva ai sensi dell’art. 5 del Trattato di Washington.

La Casa Bianca è quindi intervenuta per calmare e stroncare sul nascere passi in avanti di polacchi ed ucraini imponendo la narrazione sulle cause dell’evento: missile della contraerea ucraina caduto in territorio polacco per errore e responsabilità russa per l’accaduto. Postura apprezzata dal Cremlino: “Vale la pena prestare attenzione alla reazione contenuta e molto più professionale della parte americana e del presidente americano”, ha dichiarato a caldo il portavoce di Putin Dmitri Peskov.

Il presidente francese Emmanuel Macron, come spesso gli capita, ha chiaramente centrato il punto sostenendo la necessaria segretezza che avrebbe dovuto accompagnare l’intera vicenda: “Penso che non dovremmo avere un confronto aperto e pubblico su quello che è successo esattamente (…) Dobbiamo aiutare le autorità polacche a chiarire, a fornire tutti i dettagli. Ecco perché con Stati Uniti, Regno Unito e Germania abbiamo proposto il nostro supporto per (…) inviare squadre tecniche ed esperti e analizzare quanto accaduto”, ha dichiarato il capo dell’Eliseo.

I polacchi hanno prontamente sposato la versione americana dopo l’incontro a Varsavia tra il direttore della Cia Bill Burns e il presidente polacco Andrzej Duda. Nonostante i contatti tra il Pentagono e lo Stato Maggiore ucraino e la telefonata del consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan al capo dello staff del presidente Zelensky, quest’ultimo ha invece pubblicamente smentito la provenienza ucraina del missile e ha richiesto l’accesso a delle prove che non avrà, per una sentenza stabilità prima della chiusura del quadro probatorio. 

In ogni caso, un’interpretazione analitica dell’evento porterebbe ad escludere gli scenari più estremi (attacco intenzionale russo; operazione false flag ucraina). Certo, i russi avrebbero potuto avere interesse a testare la solidità della solidarietà atlantica, a spaventare gli europei e smascherare le divergenze di interessi interne all’Alleanza, ma il rischio di provocare uno scontro diretto con la Nato non sarebbe valsa la candela, ben potendo Putin ottenere il medesimo risultato con la guerra energetica. D’altra parte, Kiev potrebbe voler trasformare la guerra per procura in guerra diretta Nato-Russia per stroncare qualsiasi trattativa russo-americana ma è consapevole che una tale provocazione avrebbe minato la fiducia dei suoi procuratori americani e finanche britannici, già scricchiolante per l’intransigenza del governo di Kiev a qualsiasi prospettiva negoziale.

Al di là di ogni complottismo è dunque probabile che la versione fornita da Washington sia la più verosimile. Un intercettore della contraerea ucraina avrebbe fallito l’ingaggio di uno dei tanti missili russi lanciati da Mosca in uno dei più estesi sbarramenti di fuoco dall’inizio della guerra, ennesimo atto di escalation ordinato da Putin in risposta alla riconquista ucraina di Kherson e soprattutto all’incontro distensivo fra Biden e Xi Jinping a latere del G20 di Bali, che pur non segnando alcuna svolta nella traiettoria competitiva sino-statunitense ha segnalato ad occhi russi un degradamento di status geopolitico per Mosca.

Il cuneo americano tra Cina e Russia

Dall’”isola degli dei” i leader dei venti paesi più ricchi del mondo (oltre l’80% del prodotto interno lordo mondiale e il 60% della popolazione mondiale) hanno fermamente condannato a maggioranza (N.B.: non all’unanimità) la guerra in Ucraina, soprattutto per le conseguenze di tipo economico che sta provocando, “aggravando le fragilità esistenti nell’economia globale, limitando la crescita, interrompendo le catene di approvvigionamento, aumentando l’inflazione, l’insicurezza energetica e alimentare e i rischi per la stabilità finanziaria”.

Il leader indiano Narendra Modi ha invocato la soluzione diplomatica per porre fine al conflitto (“Dobbiamo trovare un modo per tornare sulla via del cessate il fuoco e della diplomazia in Ucraina”) e il nuovo imperatore di Cina Xi Jinping, forte dell’ottenimento di un terzo mandato presidenziale, pur condannando il ricorso statunitense alle sanzioni unilaterali, si è associato a Biden nell’evidenziare la “loro opposizione all’uso o alla minaccia dell’uso di armi nucleari in Ucraina” e ha dichiarato che il G20 “deve opporsi risolutamente al tentativo di politicizzare le questioni alimentari ed energetiche o di usarle come strumenti e armi”. 

Soprattutto, con la stretta di mano a Xi Biden ha voluto attribuire al presidente cinese quella legittimazione politica che continua a negare a Putin e confermare la Russia come potenza dimidiata rispetto alle due grandi superpotenze del 21° secolo, stato “paria” che mira a distruggere quella globalizzazione americana che la Cina intende modificare e non sopprimere, considerati gli enormi vantaggi economici e tecnologici che da essa ricava.

Soprattutto, l’utilità per la Cina di mostrarsi alleata di una Russia che ha destabilizzato l’ordine globale è stata infranta dalla consapevolezza, assunta con la “lezione ucraina” e con la quarta crisi nello Stretto di Taiwan innescata dalla visita a Taipei della speaker democratica della Camera Nancy Pelosi, che gli Stati Uniti possono rispondere militarmente in Ucraina e contemporaneamente gestire una crisi nel Mar Cinese Meridionale, vanificando il senso della partnership “senza limiti” russo-cinese, ovvero la prospettiva di distrarre gli Usa sui due fronti dell’Eurasia.

Fonte: Institute of Study of War

Non potendo perseguire a contrario la tattica kissingeriana aprendo alla Russia in funzione anti-cinese per il timore di perdere il controllo dell’Europa, gli Usa pensano di dover affrontare il dilemma della competizione strategica simultanea con Russia e Cina provando a separare i due giganti euroasiatici. Il punto centrale della tattica americana non è tanto dividere russi e cinesi nel breve termine (impossibile), quanto sconvolgere il triangolo Usa-Russia-Cina gettando i semi della discordia sino-russa da cogliere nel lungo termine. Come hanno scritto Andrea Kendall-Taylor e Michael Kofman “la crescente sottomissione della Russia a Pechino potrebbe anche aumentare le probabilità che un futuro leader (russo, ndr) perseguirà una politica estera meno antagonista nei confronti dell’Occidente. Le culture strategiche possono cambiare nel tempo, anche in risposta a sconfitte drammatiche”.

Tuttavia, il piano di creare i presupposti di una spaccatura sino-russa nel medio-lungo termine tramite l’annichilimento della Russia in Ucraina può riuscire a due condizioni:

  • che non si umili la Russia. Altrimenti il serio rischio è di conseguire l’implosione della Federazione Russa ovvero di consegnare l’Orso al Dragone, perché la comune opposizione all’egemonia americana potrebbe rivelarsi un fattore unificativo più forte dei contrastanti interessi geopolitici russi e cinesi in Eurasia e nell’Artico; 
  • che il conflitto non si prolunghi eccessivamente nel tempo in modo da non disperdere eccessive attenzioni, denari e armi che servirebbero per scoraggiare, o se necessario vincere, una guerra contro l’Esercito Popolare di Liberazione su Taiwan, non spaccare l’unità transatlantica per le conseguenze economiche, inflattive e sociali della guerra e contenere i rischi di escalation nucleare o di allargamento del conflitto in caso di ulteriore ritirata russa sul campo di battaglia.

Conflitto di interessi tra Usa e Ucraina

Quest’ultimo elemento spiega, da un lato, le indiscrete pressioni americane che hanno indotto il presidente Volodymyr Zelensky a ritirare la condizione della rimozione di Putin dal potere e ad aprire uno spiraglio presentando un programma di colloqui in dieci punti, dall’altro l’incontro ad Ankara tra il direttore della Cia Burns e il capo del servizio di intelligence estero russo (SVR) Sergey Naryshkin, che secondo i russi sarebbe stato ricercato da Washington, interessata a gestire canali di de-escalation nucleare e a sondare la disponibilità russa per un negoziato che possa portare non ad una pace, che richiederebbe la vittoria militare di una delle due parti belligeranti, ma ad un più limitato cessate-il-fuoco che congeli le posizioni sul campo. 

Il Pentagono ritiene che sul piano militare la guerra non possa essere vinta da nessuna delle parti, soprattutto dall’Ucraina dal momento che la Russia è lontana dalla capitolazione e mantiene ancora un sufficiente potere di combattimento per difendere i territori occupati e puntare sul collasso economico e psicologico dell’Ucraina nel lungo termine. Arlington vede nella stagione invernale e nella ritirata russa da Kherson una “finestra di opportunità” per l’apertura di un possibile dialogo tra ucraini e russi nel quale Kiev potrebbe “giocare” con una mano rafforzata dalle riconquiste territoriali. 

Ma Zelensky teme di essere escluso dai colloqui segreti tra russi e americani, motivo per cui ha invitato il suo principale protettore esterno a sviluppare pubblicamente qualsiasi questione relativa ad eventuali negoziati. Inoltre, dovrà convincere i suoi apparati militari e di intelligence, galvanizzati dall’avanzata militare sul fronte meridionale, ad interrompere lo slancio bellico. Il capo di Stato Maggiore delle forze armate ucraine, generale Valerіj Zalužnij, ha infatti risposto all’omologo americano Mark Milley sostenendo che “combatteremo finché non avremo più forze. Il nostro obiettivo è liberare l’intera terra ucraina. I soldati ucraini non accetteranno negoziazioni, accordi o soluzioni di compromesso”.

Palese esternazione dello iato tra Kiev e Washington. La prima persegue la sconfitta totale della Russia e il ristabilimento dei confini pre-2014 o quantomeno pre-24 febbraio. La seconda ha già raggiunto tutti i suoi obiettivi in questa guerra e non intende vanificarli. Ha avviato il decoupling energetico fra Europa e Russia, ha incassato le promesse di riarmo delle principali potenze europee bilanciato dal rinvigorimento della Nato, ha portato alla ribalta i limiti esistenti nella relazione “senza limiti” russo-cinese. Soprattutto, ha sfruttato l’asimmetria temporale tra il revisionismo russo e quello cinese per indebolire militarmente e geopoliticamente la Russia, la cui aurea di grande potenza è compromessa, in modo da rendere meno probabile e acuto il problema della simultaneità strategica in Europa e nell’Indo-Pacifico.

Tutto ciò non vuol dire che l’America abbonderà l’Ucraina – la richiesta della Casa Bianca al Congresso di approvare il quarto grande pacchetto da oltre 38 miliardi di dollari di aiuti militari e finanziari all’Ucraina ne è testimonianza. Ma all’interno dell’amministrazione Biden le colombe stanno riguadagnando terreno sui falchi neocon e nei prossimi mesi gli americani continueranno a lavorare i fianchi dell’intransigenza ucraina sfruttando la propria leva strategica su Kiev.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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