CRISI IN SOMALILAND: IL CASO DELL’UNICO STATO AL MONDO NON RICONOSCIUTO DA NESSUN ALTRO STATO

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È tempo di incertezze in Somaliland dopo il rinvio delle elezioni presidenziali, previste per il 13 novembre. 

Le tensioni erano già sorte ad agosto dopo la notizia della possibile decisione del consiglio degli anziani (Guurti), la Camera alta del Parlamento, di prorogare il mandato dell’attuale presidente, Muse Bihi, di altri due anni. Il rinvio, secondo il Presidente della Commissione elettorale deriverebbe da esigenze “tecniche e finanziarie”.

Ma cosa rende questa crisi politica così eccezionale? Il caso del Somaliland

Il Somaliland è uno Stato indipendente e sovrano, il cui profilo emerge per due aspetti principali: è l’unico Stato al mondo a non essere riconosciuto da nessun altro Stato e, allo stesso tempo, uno – tra gli Stati de facto- più stabili al mondo.  Possiamo collocare l’inizio della sua storia nel 1960, data in cui, cinque giorni dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito (il 26 giugno), Il Somaliland britannico si unisce alla Somalia per creare uno Stato unitario.

Si tratterà tuttavia di un’unione infelice che porterà a una guerra civile tra il Somaliland e il governo centrale di Siad Barre, salito al potere nel 1969, e alla proclamazione dell’indipendenza della regione il 18 maggio del 1991, cinque giorni dopo la caduta del regime. 

Dopo questa data si sono susseguiti diversi incontri tra clan, culminati nella Conferenza Borama del 1993, che diete vita a un sistema di governo ibrido in cui coesistono i clan e un apparato istituzionale, tipico dei sistemi occidentali, composto dai rami esecutivo, legislativo e giudiziario. Oggi il Somaliland è una Repubblica costituzionale presidenziale con un Presidente, un Parlamento bicamerale e un governo che consiste in una sorta di coalizione in cui il potere è condiviso con i principali clan del Paese.

Il Presidente è eletto direttamente, per un massimo di due mandati quinquennali e nomina il gabinetto. I membri della Camera dei Rappresentanti sono eletti direttamente per un mandato di cinque anni, mentre i membri della camera alta, i Guurti, sono eletti indirettamente per un mandato di sei anni. La presenza dei clan all’interno delle organizzazioni politiche deriva dalla particolare struttura della società somala, in cui l’appoggio degli “anziani” è spesso centrale, e dal fatto che non esiste una vera suddivisione ideologica dei partiti in quanto tutti ruotano intorno a un unico obiettivo: ottenere il riconoscimento internazionale.

Sulla questione del riconoscimento del Somaliland la Comunità internazionale ha sempre mantenuto un ruolo marginale rimettendosi all’opinione dell’Unione Africana.  Secondo quest’ultima il Somaliland potrebbe ottenere l’indipendenza solo con il consenso della Somalia.  L’Unione Africana, infatti, nonostante il Somaliland abbia dei confini territoriali ben definiti, che corrispondono ai vecchi confini territoriali, e un apparato statale indipendente e sovrano, tende a mantenere una posizione vaga per paura di alimentare le aspirazioni indipendentiste di altri territori somali. 

Il timore principale è quello di risvegliare le altre province secessioniste della Somalia, come Puntland, Jubbaland e Hiraland, e riaccendere le ostilità tra il nord e il sud del Paese gettando quest’ultimo nel caos.  Il Somaliland quindi continua a restare, per il resto del mondo, una regione autonoma della Somalia, soggetta al governo federale di Mogadiscio. Nonostante queste criticità il Paese si è contraddistinto per una certa stabilità che ha permesso alla sua popolazione di festeggiare nel 2021 trent’anni di pace. 

Una stabilità a rischio

Tuttavia la tanto esaltata stabilità del Somaliland è a rischio. Il rinvio delle elezioni deriva in parte dalla complicata architettura istituzionale del Paese e può essere spiegata in quattro punti:

1) Le forze politiche, che in passato si sono mostrate disposte al dialogo, sono al momento poco inclini a trovare un compromesso. 

Il governo sostiene che per il bene del Paese l’opposizione dovrebbe allinearsi alla propria linea politica mentre quest’ultima, che nel 2017 aveva inizialmente contestato il risultato delle elezioni per poi tirarsi indietro, ritiene che il governo non abbia rispettato gli accordi politici.

2) Le istituzioni statali come il Guurti, appaiono più deboli rispetto al passato, in parte a causa dell’incapacità dei suoi esponenti di colmare le inefficienze politiche e il divario nella società. 

 3) Negli ultimi anni sono aumentate le rivalità tra i clan e i sottoclan. I Garhaji, legati ai partiti di opposizione, rivendicano il loro momento a governare in quanto i precedenti quattro presidenti del Somaliland provenivano dai sottoclan Isaaq Haber Awal e Haber Jeclo o il sottoclan Dir Samaroon. I Garhaji sostengono che la decisione di prorogare il mandato di Bihi faccia parte di una più ampia strategia di altri sottoclan per impedire loro di ottenere la presidenza. 

4) Il Somaliland ha ricevuto un afflusso di investimenti che ha reso il controllo politico più appetibile per le forze in gioco riducendo l’interesse verso la ricerca di un compromesso. In particolare la società degli Emirati DP World ha sottoscritto un’espansione multimilionaria del porto di Berbera, nel Golfo di Aden, mentre altri, tra cui il Regno Unito, hanno investito in alcune infrastrutture come il corridoio di Berbera, che collega il Somaliland all’Etiopia. 

Superare la crisi

Dall’attuale crisi emerge la necessità di riformulare il sistema politico del Paese verso una maggiore democratizzazione.  Il Somaliland, se desidera portare al termine i suoi obiettivi, dovrà superare le sue lacune istituzionali come: rivedere il sistema di nomina degli anziani della Camera alta, sostituendolo con l’elezione diretta dei suoi membri; istituire una Corte costituzionale indipendente (progetto previsto dalla Costituzione del 2001); rivedere il ruolo dei clan all’interno del sistema politico.

Se infatti da un lato il compromesso è stato, e continua a essere, la chiave di successo nel mantenimento dell’equilibrio nel Paese, non può considerarsi una base solida. Il rischio è di vedere sfumare oltre trent’anni di mediazione politica interna e di perdere quella credibilità che gli consente di chiedere a testa alta di essere riconosciuto dalla Comunità internazionale.

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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