Filippine: la fragile pace a Mindanao

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Fonte Immagine: http://www.newsflash.org/2004/02/ht/ht010777.htm

I recenti scontri armati tra le truppe governative di Manila e i guerriglieri del Fronte Islamico di Liberazione Moro rischiano di mettere in pericolo la pace faticosamente raggiunta nel 2014.

Tra il 9 e il 10 novembre scorsi, degli scontri armati hanno avuto luogo nella provincia di Basilan, sull’isola di Mindanao, tra l’esercito filippino e membri del Fronte Islamico di Liberazione Moro, causando la morte di almeno tre soldati e quattro ribelli, oltre ad alcune decine di feriti. In seguito all’accaduto, è stato raggiunto un cessate il fuoco immediato tra le parti per evitare un’ulteriore escalation di violenze. Sembra che gli scontri si siano svolti nell’ambito delle operazioni condotte dall’esercito filippino, che dava la caccia a elementi criminali, sospettati di essere protetti dai ribelli del Fronte.

Nonostante la situazione sia tornata per il momento alla calma, gli episodi recenti fanno temere una possibile ripresa del conflitto tra il Governo delle Filippine e i guerriglieri, che in oltre quarant’anni ha causato più di 100.000 morti, mettendo in pericolo l’accordo di pace raggiunto nel 2014.  

Il conflitto iniziò alla fine degli anni ’60, durante la dittatura di Marcos, quando sull’isola meridionale di Mindanao, venne fondato il Fronte di Liberazione Nazionale di Mindanao (MNLF), il cui obiettivo era di ottenere la secessione e la piena indipendenza della popolazione musulmana dell’isola, che si autodefinì Moro. È necessario ricordare che le Filippine contano oltre 109 milioni di abitanti, in gran parte di religione cattolica.

Dei 26 milioni che vivono a Mindanao, circa il 23% è di religione musulmana. Il conflitto andò avanti fino al 1976, quando una prima svolta fu ottenuta con l’accordo di Tripoli, mediato dalla Libia del colonnello Gheddafi. Tuttavia, l’accordo non fu opportunamente implementato e le violenze proseguirono per un ventennio. Nel 1996, fu firmato un accordo di pace tra il Governo filippino e il MNLF. In esso, tramite la Regione Autonoma del Mindanao Musulmano (ARMM), era garantita una maggiore autonomia alle aree a maggioranza musulmana, in aggiunta alla decentralizzazione già sancita dalla Costituzione del 1987, emanata dopo la fine della dittatura di Marcos l’anno precedente. 

La scarsa capacità dell’ARMM di esercitare un reale potere di governo favorì l’emersione di un gruppo ribelle all’interno del MNLF, il Fronte Islamico di Liberazione Moro, che ben presto se ne distaccò, dichiarandosi insoddisfatto dell’accordo di pace e annunciando l’intenzione di proseguire il conflitto contro le forze militari governative filippine.

Nonostante i vari tentativi di negoziato e il sostegno della comunità internazionale alle trattative, nessun risultato concreto fu raggiunto per quasi un altro ventennio, fino al 2012 quando grazie agli sforzi internazionali, soprattutto di Giappone, Arabia Saudita, Regno Unito e Turchia, il Governo di Manila e il Fronte Islamico di Liberazione Moro raggiunsero l’Accordo quadro per il Bangsamoro, che sostituì l’ARMM, considerata un esperimento fallito, con una nuova entità, la Regione Autonoma del Bangsamoro nel Mindanao Musulmano (BARMM). Tale intesa servì poi a costituire la struttura portante dell’Accordo Comprensivo per il Bangsamoro (CAB), un accordo di pace definitivo firmato il 27 marzo 2014 e diventato effettivo nel 2016, che ha messo fine al conflitto dopo quasi 50 anni.

Nell’accordo è prevista una maggiore autonomia per la BARMM: degli 81 poteri riportati, 58 sono riservati al governo regionale, 9 al governo centrale e 14 sono condivisi. In cambio dell’autonomia governativa, circa 40.000 guerriglieri del Fronte si sono impegnati ad un disarmo progressivo, parte della cosiddetta fase di normalizzazione, accettando di consegnare le loro armi ad una parte terza scelta in modo condiviso con il Governo filippino. Da parte sua, l’esercito filippino si è impegnato a ridurre gradualmente la presenza di truppe nella regione. Oggi, tuttavia, a oltre 8 anni di distanza dalla firma dell’accordo, soltanto il 62% dei 40.000 guerriglieri ha effettivamente ceduto le armi.

Ciò denuncia la presenza di gravi mancanze nel processo di disarmo, che rischiano di portare ad episodi simili a quelli registratisi il 9 e il 10 novembre. Ci si aspetta quindi un maggiore impegno sia da parte del Governo filippino, chiamato a condurre controlli più rigorosi sui guerriglieri che non hanno ancora ceduto le armi, ma soprattutto del Fronte, che ha l’obbligo di portare avanti il disarmo previsto dal CAB. In assenza di sinceri e concreti sforzi in questo senso, il rischio è una nuova escalation di tensioni che avrebbe il potenziale di riaprire il conflitto. Ciò comporterebbe un grave danno alla stabilità non solo dell’isola di Mindanao, ma dell’arcipelago delle Filippine nel suo complesso. 

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