La Geopolitica vista da San Pietro 

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Fonte immagine: Ansa

In Bahrein è stato compiuto Il 39° viaggio apostolico del pontefice, si tratta del nono Paese a maggioranza musulmana, visitato da Papa Francesco. La visita è stata una preziosa occasione, per lanciare un messaggio di unità, di coesione e di pace in un mondo caratterizzato da tensioni, da contrapposizioni, dai conflitti.

La Comunità internazionale è composta da Stati e da organizzazioni internazionali. Tra coloro che godono di una “soggettività internazionale” così si esprimerebbero i giuristi, esperti del diritto internazionale, rientra la Santa Sede.Questo, nonostante nel periodo che va dal 1870 al 1929, poco per volta vengono meno, in Italia, i domini territoriali dello Stato pontificio. Tuttavia, la comunità internazionale ha sempre riconosciuto, per consuetudine, la Santa Sede quale soggetto in grado di concludere accordi internazionali, anche grazie all’esistenza dello Stato della Città del Vaticano, che rappresenta una comunità territoriale ben definita, amministrata da organi statuali.

Fatta questa premessa di carattere giuridico, possiamo inserire un elemento di natura storica, che riguarda la Santa Sede. Ancora oggi, per comprendere la visione internazionale della Chiesa, bisogna fare un salto nel passato, dato che, si tratta di un soggetto attivo geopoliticamente da circa duemila anni, pertanto passato e presente si intrecciano inestricabilmente. Adesso, immaginiamo di trovarci in Piazza San Pietro a Roma, riportiamo le lancette della Basilica indietro nel tempo, fino ad arrivare all’anno 963 d.c. momento in cui Ottone I, Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, emanò un documento, il Privilegium Othonis (il Privilegio ottoniano), nel quale affermava la superiorità del potere dell’Imperatore rispetto a quello del Papa. Da quel momento in poi ha inizio la secolare lotta, tra impero e papato, che mutatis mutandis, si protrae fino ai giorni nostri. 

Tra impero e papato si instaura un confronto senza tregua e senza fine, infatti, nel 1075 d.c. Papa Gregorio VII, emanò il Dictatus papae in cui formulava i propri ideali teocratici, sulla superiorità del potere spirituale rispetto a quello temporale dell’Imperatore. Tuttavia, bisognerà attendere l’anno 1122 d.c. momento in cui l’Imperatore Enrico V e Papa Callisto II, arrivarono a un compromesso, un accordo: il Concordato di Worms. In questo concordato i due poteri, quello temporale e spirituale, venivano chiaramente separati. 

Ma torniamo ai giorni nostri, con il pontificato di Papa Francesco, la Santa Sede sta vivendo una fase inedita ma antica allo stesso tempo. Questo Papa venuto dal Sudamerica, proprio per provenienza geografica non possiede una cultura europea, ecco che, Papa Francesco si discosta dai suoi predecessori: da Papa Benedetto XVI in quanto immagina una Chiesa posta oltre la tradizione occidentale, immagina un Chiesa intenzionata a privilegiare i rapporti con il continente africano e asiatico, dove il numero di fedeli cresce sempre di più. Invece, si discosta da Papa Giovanni Paolo II, sul versante della geopolitica, in quanto ritiene necessario opporre la Santa Sede al principale impero della nostra epoca, ovvero, gli Stati Uniti d’America. Papa Francesco non intende unire le forze con Washington, come avvenne durante gli anni della Guerra fredda, momento in cui il Vaticano e la Casa Bianca, lavorarono per contenere l’Unione Sovietica.  

Piuttosto, analizzando dal 2013 ad oggi, l’operato di Papa Francesco, ne deriva una Chiesa platealmente ostile alla Casa Bianca, una Santa Sede convinta che la Russia del Presidente Putin e la Cina del Presidente Xi Jinping non costituiscano grandi pericoli per la Comunità internazionale, e per gli assetti geopolitici attuali. Nell’eterna lotta tra Impero e Papato, proprio con la superpotenza americana il Papa argentino registra una serie di attriti sul piano internazionale. Papa Francesco essendo un testimone diretto, dell’operato statunitense in America Latina non appoggia l’egemonia di Washington, in quanto preferisce un mondo multipolare a quello muscolare e bipolare, disegnato da Stati Uniti e Cina. 

Proprio la visione multipolare del Santo Padre, porterebbe la Santa Sede ad essere europeista, nel senso che nelle relazioni internazionali, viene sostenuta la visione multipolare dell’Unione Europea. Per il magistero della Chiesa, l’Europa rappresenta il continente delle democrazie libere e costituzionali, in cui vige lo stato di diritto e di pace.Papa Francesco immagina l’Europa come un continente, in cui ogni pellegrino che fugge da guerre, povertà e cambiamenti climatici, possa trovare un approdo sicuro, un luogo in cui poter realizzare e vivere una vita Cristiana. 

In virtù dell’assetto geopolitico della Chiesa, qual è stato il ruolo esercitato dal Vaticano, nell’attuale conflitto russo-ucraino? Per prima cosa, basta osservare la visita del Presidente francese, Emmanuel Macron, avvenuta lo scorso 24 ottobre in Vaticano, in cui lo stesso Presidente Macron ha rivelato di aver chiesto a Papa Francesco di telefonare al presidente russo Vladimir Putin e al Patriarca ortodosso Kirill ma anche al Presidente statunitense Joe Biden, per sedersi al tavolo delle trattative e favorire il processo di pace nel conflitto in Ucraina. In effetti, proprio dall’inizio delle ostilità tra Ucraina e Russia, Città del Vaticano sta cercando di mantenere un punto di equilibrio, al fine di farsi percepire come interlocutore credibile, sia nei confronti dell’Ucraina che della Russia, in modo tale da favorire il dialogo tra le parti belligeranti, ponendosi come soggetto mediatore.

Tale posizionamento del Vaticano sembra essere confermato dal direttore del dipartimento europeo, del ministero degli esteri russoAlexey Paramonov, che ha dichiarato quanto segue: “La dirigenza vaticana ha ripetutamente confermato la propria disponibilità a fornire ogni possibile assistenza, per raggiungere la pace e porre fine alle ostilità in Ucraina. Da Mosca manteniamo un dialogo aperto e riservato su una serie di questioni, principalmente legate alla situazione in Ucraina”. Qualche giorno dopo la dichiarazione di Paramonov, si è espresso in questo modo l’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Aleksandr Avdeev: “In qualsiasi internazionale, il dialogo con il Papa è importante per Mosca. il Pontefice è sempre un gradito, desiderato, interlocutore”. 

Le dichiarazioni di questi due esponenti di rilievo della diplomazia russa, vanno lette nella duplice ottica che: da un lato, la reazione non negativa da parte russa a un coinvolgimento di Papa Francesco in un’eventuale discussione di pace, si iscrive in una situazione di oggettiva difficoltà per Putin. Infatti, a causa dell’andamento non positivo del conflitto per i russi, al Presidente Putin conviene avere una via diplomatica da seguire. Se come in questo caso, la via è retta dalla Santa Sede per la Russia sarebbe perfetto, dato che Mosca non verrebbe percepita come perdente. Si tratta proprio del tratto distintivo della posizione vaticana.

Infatti, la Santa Sede, non immagina una pace immediata e con essa una risoluzione del conflitto. Ma all’interno della Segreteria di Stato Vaticana, permane una visione da real politik accompagnata da una buona dose di prudenza. La diplomazia vaticana è stata chiara nel sottolineare la differenza tra l’aggressore e l’aggredito, ma Papa Francesco attraverso il discernimento e un’attenta scelta delle parole, ha ricercato un dialogo continuo sia con Mosca che con Kiev, non solo per garantire aiuti umanitari alla popolazione ucraina, brutalmente colpita, ma anche per evitare ulteriori escalation del conflitto. 

In conclusione, nel panorama della comunità internazionale, quando esplode un nuovo conflitto, ci si aspetta che le organizzazioni internazionali, come per esempio, le Nazioni Unite intervengano per spegnere sul nascere, la fiamma della guerra, questa peraltro è una delle mission dell’Onu. Tuttavia, non solo nel caso del conflitto in Ucraina, ma sempre più spesso, organizzazioni che hanno come obiettivo la pace, non riescono a perseguirla. In questo senso, Papa Francesco e la Santa Sede risultano interlocutori credibili e affidabili agli occhi della Russia e dell’Ucraina. 

Classe 1991, attualmente è il Vice Presidente IARI. Dal 2019 al 2021, ha ricoperto per IARI la carica di Capo Redattore. Per l’Istituto si occupa di redigere analisi geopolitiche in Affari Europei, sono oggetto delle sue analisi le Istituzioni dell’Unione Europea e gli Stati membri. Ha conseguito una laurea magistrale in Internazionalizzazione delle Relazioni Commerciali, presso l’Università di Catania, con tesi dal titolo: “L’Unione Europea post covid-19: sfide interne ed esterne del mercato unico europeo”. Inoltre, presso lo stesso ateneo, ha conseguito una laurea triennale, in Politica e Relazioni Internazionali, con tesi dal titolo: La Comunicazione politica dei leader globali: dal Presidente J.F. Kennedy a Papa Francesco. In seguito, ha ottenuto un diploma di specializzazione in Affari Europei, presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI).

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