Reato di Blasfemia o libertà d’espressione: il trend evolutivo delle sentenze CEDU”

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Il 14 ottobre 2022 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si pronuncia nuovamente sulla questione del reato di blasfemia, trattando del caso “Femen”. Ancora una volta da Strasburgo arriva un “no” come risposta ai numerosi tentativi di configurazione della blasfemia come reato, proposti negli anni da numerose organizzazioni religiose supportate dall’applicazione del diritto interno di alcuni Stati Europei. La contrapposizione tra libertà di culto e libertà d’espressione ritorna nuovamente ad infiammare la critica. Se la posizione della Corte risulta abbastanza chiara in merito alla blasfemia, restano tuttavia alcuni punti di domanda: è sempre stato così o si tratta di un trend evolutivo?

Caso Femen-Bouton vs. France – Requête no 22636/19

Il 14 ottobre 2022 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata sul tanto discusso “Caso Femen”, e la sentenza porta con sé un alone di critiche e spunti di riflessione.

Il caso riguarda la condanna emessa dal Tribunale Penale Francese nei confronti della signora Eloïse Bouton, attivista del movimento Femen, che nel dicembre 2013 si presentò parzialmente nuda con diversi slogan dipinti sul corpo all’interno della Chiesa della Maddalena di Parigi, al fine di denunciare le posizioni della Chiesa Cattolica nei confronti dell’aborto. La notizia scatenò forti critiche da parte della comunità religiosa sia per la durezza del messaggio sia per la metodologia scelta dall’attivista nell’inscenare l’atto di protesta.

In particolare, l’attivista riportava la dicitura “344 emè salope” dipinta sul petto nudo, mentre con in capo un velo azzurro si poneva dinanzi all’altare in riferimento al manifesto reso pubblico nel 1971 da 343 donne che avevano abortito, illegalmente. Evento considerato come pietra miliare nel processo storico di riconoscimento del diritto all’aborto. 

Nel primo procedimento dinanzi al Tribunale Penale di Parigi, Eloïse Bouton dichiarò le sue azioni come guidate dal movimento Femen non ritenendosi personalmente colpevole di alcun reato. In sua difesa, indicò come suo unico obiettivo quello di contribuire al dibattito pubblico sui diritti delle donne e sul diritto all’aborto, e dunque di aver agito in applicazione dell’articolo 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani del 1950, esercitando la sua libertà d’espressione. 

Nonostante ciò, con sentenza del 17 dicembre 2014, il Tribunale condannò la signora Eloïse Bouton ad un mese di reclusione per il reato di “esibizione sessuale” imponendole una multa di duemila euro ed ulteriori mille e cinquecento di spese legali.

Dopo l’ulteriore conferma di condanna della Corte d’Appello di Parigi nel 15 febbraio 2017, l’attivista fece ricorso alla in Cassazione nel gennaio 2019, ottenendo l’ennesimo diniego. 

Alla luce del rigetto del ricorso proposto dall’attivista nei rispettivi tre gradi di giudizio, decise di proporre la questione alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), la cui principale funzione è la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, per assicurarne l’applicazione e il rispetto da parte dei 46 Stati firmatari. 

Presentata alla CEDU il 31 maggio 2019, la domanda è stata comunicata al governo il 16 marzo 2021 e pubblicata il 6 aprile 2021. Nell’ottobre scorso, dopo circa un anno e mezzo di attesa,  la Corte si è pronunciata sull’infrazione dell’art. 10 della Convenzione da parte del Tribunale Penale di Parigi per aver inflitto una pena “smisurata” nei confronti della signora Eloïse Bouton, con la conseguente applicazione dell’art. 41 della Convenzione del 1950

Nello specifico la Corte ha sottolineato la natura politica del gesto commesso dalla donna nel 2013: “in considerazione del carattere militante della ricorrente, la sua azione non era volta a ledere alcuna pratica di culto, tuttavia ha cercato di esprimere le proprie convinzioni politiche, in linea con le posizioni del movimento Femen, in nome del quale agiva. Il gesto compiuto con i seni scoperti, era inteso a trasmettere un senso di un dibattito pubblico e sociale sulla posizione delle donne nel mondo, sulla posizione della Chiesa cattolica sul diritto delle donne di disporre liberamente del proprio corpo, compreso il diritto di abortire. Per questi motivi può essere considerata come un’azione di protesta che rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 10 della Convenzione”. 

Risulta evidente che la scelta del luogo e delle modalità con cui la signora Bouton ha inscenato la sua protesta, in rappresentanza di un movimento legittimamente riconosciuto, non sono bastate ai giudici di Strasburgo per riconoscere un’aggressione alla libertà culto.

Il reato di Blasfemia e la libertà d’espressione

Quanto è sottile il limite, o differenza, tra un atto che rientra nella libertà d’espressione ed un atto che lede la libertà religiosa altrui? 

Il reato di blasfemia risulta essere oggi una delle discussioni più accese del diritto canonico ed ecclesiastico. Tutte le organizzazioni religiose utilizzano la minaccia alla libertà religiosa come strumento politico per affermare la propria importanza ed avvicinare potenziali fedeli. 

La dialettica tipica del settore è il contrasto tra la libertà di culto ed il diritto interno degli Stati che tutela questa ed altre libertà fondamentali punendo le eventuali minacce.  Più volte è stata richiesta l’abrogazione di alcuni articoli all’interno dei codici penali statali da parte di movimenti riformisti per rimuovere le restrizioni alla libertà d’espressione, così come è stato richiesto da parte delle comunità religiose un inasprimento delle pene previste per comportamenti minatori. 

Dato che la punibilità del reato di blasfemia è riconducibile alla sua presenza nelle codificazioni penali statali, ne consegue l’intrinseca connessione tra l’evoluzione normativa in merito al binomio diritto e religione. Infatti, il processo di secolarizzazione degli Stati, particolarmente quelli europei, ha portato ad un inesorabile disuso di quelle norme in linea con i dogmi ecclesiastici. 

Ritornando al caso Femen, l’articolo 222-32 del Codice penale francese, ai sensi del quale fu emessa la prima sentenza di condanna nel 2014, non riporta espressamente gli elementi costitutivi del reato di blasfemia che, come sottolineato nella recente sentenza della CEDU, devono essere ricercati nell’evoluzione giurisprudenziale della Corte di Cassazione francese. Dunque, se da un lato in Francia non vi è un articolo del Codice penale che sancisce espressamente la punibilità della blasfemia, in altri Stati si possono trovare diciture ben più precise.

In Italia il reato di blasfemia, o più precisamente di bestemmia, anche se previsto dall’articolo 724 del Codice Penale, non trova una larga applicazione soprattutto successivamente alla dichiarazione di incostituzionalità nel 1995 e conseguente depenalizzazione nel 1999.

Nel caso della Germania il reato di blasfemia è previsto dall’articolo 166 del Strafgesetzbuch e trova tutt’oggi piena applicazione agganciandone la punibilità allo spettro dei reati contro l’ordine pubblico ed il decoro. 

Risulta estremamente utile in questa analisi il report fornito della Commissione di Venezia che mostra la situazione in Europa in merito agli insulti religiosi e l’incitamento all’odio, sottolineando che la blasfemia è un reato previsto solo in Finlandia, Danimarca, Austria, Liechtenstein, Grecia, Paesi Bassi e San Marino. Invece, nel resto dell’Europa la disciplina viene estesa alle offese pubbliche della sensibilità dei vari credenti, tenendo conto anche delle nuove presenze religiose dovute alle immigrazioni, e alle differenti sensibilità in materia, come nel caso della Francia della Germania ed in parte dell’Italia. 

Sebbene le conclusioni del report possano risultare utili nel comprendere le motivazioni secondo cui  “non è necessario né desiderabile creare un reato di blasfemia come insulto religioso”, si tratta ad ogni modo di un documento abbastanza datato (2008). 

Trend evolutivo delle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo 

Le posizioni della Corte Europea dei diritti dell’uomo hanno sicuramente preso una piega espansiva nei confronti della protezione della libertà d’espressione, come visto nei casi precedenti, ma non sempre è stato così. 

Nel caso “Bouton Vs Francia” i Giudici di Strasburgo hanno citato un altro caso giurisprudenziale che coinvolge il movimento Femen. Con sentenza  del 16 febbraio 2022 la Corte di Cassazione ha dovuto nuovamente pronunciarsi sul movimento in seguito ad una “questione primaria di costituzionalità” (QPC) trasmessa da tre attiviste condannate per aver mostrato il petto nudo durante la commemorazione dell’armistizio dell’11 novembre 1918 sugli Champs Élysées nel 2018. La questione in questo caso è proprio l’ampliata natura discriminatoria nella criminalizzazione della nudità femminile rispetto a quella maschile. Per ragioni parzialmente identiche a quelle esposte nel caso della signora Bouton, la Cassazione si è rifiutata di deferire la questione al Consiglio costituzionale.

In attesa di poter commentare anche questa sentenza, bisogna ricordare che le posizioni della CEDU in supporto alla libertà d’espressione non sono frutto di un cambiamento radicale, né tantomeno riconducibili ad una semplice tendenza verso il politically correct

Nel 2018 la Corte ebbe tutt’altra predisposizione riguardo una donna austriaca che, nel 2009, durante un seminario intitolato “Rudimenti dell’Islam”, definì Maometto come “pedofilo” riferendosi al suo matrimonio con Aisha, figlia di Abu Bakr, evinto dalla lettura delle sacre scritture coraniche. Dopo essere stata denunciata e condannata nel 2011 dal tribunale penale austriaco, il ricorso alla CEDU sembrò alla signora Elisabeth Sabaditsch-Wolff l’ultima istanza per rivendicare la sua libertà d’espressione. 

Ma in quella occasione i giudici di Strasburgo confermarono la sentenza del tribunale austriaco, negando la protezione ai sensi dell’art.10, bilanciando correttamente “il diritto alla libertà d’espressione con il diritto di altri di vedere tutelati i loro sentimenti religiosi, perseguendo il legittimo fine di preservare la pace religiosa in Austria”. 

Approccio e possibili posizioni future della CEDU

Si può affermare che il reato di blasfemia si colloca al centro di un dibattito sempre più acceso sul contrasto tra libertà d’espressione e libertà religiosa. Trattandosi di un argomento particolarmente sensibile e delicato, può facilmente sfociare in prese di posizione categoriche, come nel caso del contrasto tra diritto alla vita ed aborto. L’unica metodologia che risulta essere più efficiente rispetto alle solite critiche da prima pagina è sicuramente la trattazione case by case.

Nella costante ricerca di quel bilanciamento tra due libertà fondamentali dell’uomo, e ancor più della donna, la CEDU ha cambiato più volte direzione, accogliendo pareri favorevoli e critiche ferree, ricordando che l’approccio consigliato, o forse l’unico possibile, è quello di trattare il caso singolarmente.

Come più volte ci hanno dimostrato, i giudici di Strasburgo sono sempre più aperti ad una reinterpretazione della blasfemia, soprattutto quando provvede all’apertura di un dibattito sociale e politico o si configuri come un atto autodeterminazione di gruppi minoritari, pur sempre dopo aver eseguito una profonda analisi della minaccia che questo tipo di atti possano rappresentare per altre libertà fondamentali. 

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