Sicurezza energetica: la sfida nello scacchiere balcanico

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Fonte Immagine: Anadolija / bljesak.info / https://bljesak.info/vijesti/flash/vucic-srbija-nije-kriva-za-dijalog-s-pristinom-predsjednica-ek-uvjerena-u-rjesenje-oko-tablica/398065

L’avvio delle operazioni commerciali del gasdotto di interconnessione Grecia-Bulgaria (IGB) preannuncia l’inizio di una nuova era per la UE, tuttavia, in aree di grande influenza strategica come i Balcani, progetti simili potrebbero funzionare quale fattore game-changer. Sebbene l’IBG possa assicurare agli Stati della regione un approvvigionamento energetico diversificato, tuttavia esso non esclude, in futuro, il riaccendersi di tensioni non del tutto sopite e derivanti da una possibile ridistribuzione degli equilibri di potere tra i vari regional players.

All’indomani dell’inaugurazione del corridoio di interconnessione Grecia-Bulgaria, l’indipendenza dal gas russo sembra assumere contorni più concreti. A finanziare il progetto, dal costo di 240 milioni di euro, una joint venture tra il colosso energetico statale bulgaro BEH, che avrebbe sovvenzionato 149 milioni di euro, e la IGI-Poseidon – partnership italo-greca tra Edison e DEPA – detentori del 50% ciascuno, a cui si aggiungono una sovvenzione di 39 milioni di euro dai Fondi strutturali e di investimento europei ed un finanziamento di 110 milioni di euro stanziato dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI). 

L’IGB si inserisce nel più ampio disegno europeo di sicurezza e diversificazione energetica, annoverato tra i Progetti di interesse comune (PIC) della Commissione europea nonché nella lista dei progetti prioritari per la Central and South Eastern Europe Gas Connectivity (CSEC), ovvero un gruppo di alto profilo impegnato nel processo di integrazione dei mercati del gas e dell’elettricità dell’Europa sudorientale. Con i suoi 182 km di estensione, il gasdotto collega la città greca di Komothini alla bulgara Stara Zagora e funziona quale fonte di approvvigionamento alternativo per la regione, agganciato al complesso Corridoio Meridionale del Gas. La messa in funzione dell’infrastruttura, inaugurata lo scorso 1° ottobre a Sofia (Bulgaria), sembrerebbe costituire, da un lato, un punto di svolta per gli Stati membri della UE, messi in ginocchio dal caro energia e ancora lungi dal trovare un’intesa sul price cap del gas proveniente dalla Russia. 

Dall’altro, l’avvio delle operazioni commerciali dell’IGB lascia presagire possibili rischi futuri per gli Stati membri e, in regioni strategicamente cruciali come i Balcani, può essere considerato quale fattore game-changer. Mentre la Von der Leyen parla di “nuova era” per la UE e di affrancamento dal “padrone russo”, in pochi ammettono che un’eccessiva dipendenza dalle risorse azere potrebbe rivelarsi ancora una volta fatale per l’Europa. Quest’ultima, infatti, rischierebbe nuovamente di trovarsi alla mercé di un Paese caratterizzato da un regime autoritario – al pari di quello di Putin – e in cui l’irrisolta questione del Nagorno-Karabakh con la limitrofa Armenia fa sì che la possibilità di conflitti sia sempre presente, con la conseguente esposizione a minacce costanti per la sicurezza energetica degli Stati Membri.

Come per l’Europa, così per i Balcani, l’apertura dell’IGB andrebbe a favorire un graduale affrancamento dal gas russo. Tuttavia, mentre la diversificazione delle risorse energetiche per l’Europa non desta particolare apprensione per Mosca, ormai target dell’ottavo pacchetto di sanzioni da parte di Bruxelles, lo stesso non può dirsi per la penisola balcanica. In particolare, i Western Balkans costituiscono il principale teatro di confronto su cui Mosca tenta di respingere gli sforzi europei di diversificazione energetica. In questo senso, l’eventuale inclusione in progetti infrastrutturali, come l’IGB, da parte di Stati come la Serbia porterebbe ad un progressivo raffreddamento nelle relazioni con la Russia di Putin, principale esportatrice di gas nel Paese.

A preoccupare maggiormente il Cremlino sarebbe il futuro aumento della capacità del gasdotto, che passerebbe da 3 miliardi di metri cubi a 5 miliardi, andando di fatto a ridisegnare gli equilibri energetici di tutti i Balcani. Infatti, la distribuzione di gas azero anche a Macedonia del Nord, Romania e, appunto, Serbia – che ne conseguirebbe da un simile incremento – ridurrebbe notevolmente la dipendenza della regione dai flussi russi e, al contempo, fornirebbe una maggiore sicurezza energetica per l’intero continente europeo. Nella partita energetica tra Mosca e Bruxelles, Belgrado gioca un ruolo centrale, poiché, se da un lato essa dipende in gran parte dalla Russia per il proprio fabbisogno energetico, dall’altro sembra essere sempre più intenzionata ad assicurarsi fonti di energia alternative. 

A riprova di ciò, va menzionato il gasdotto di interconnessione Serbia-Bulgaria (IBS), ovvero un progetto che rientra nel piano economico e di investimento dell’Unione per i Western Balkans (WB), sviluppato con l’obiettivo di promuovere la transizione dal carbone ad una produzione di energia più sostenibile. Finanziata dalla UE e dalla BEI, la realizzazione dell’infrastruttura è possibile grazie allo stanziamento di 49,5 milioni di euro – contabilizzati tra gli strumenti di assistenza preadesione (IPA II) – ed un prestito di 25 milioni di euro. La pipeline avrà una capacità di 1.8 miliardi di metri cubi di gas all’anno e sarà agganciata al terminale di stoccaggio e rigassificazione di Alexandroupolis (Grecia), che riceve Gnl principalmente da Stati Uniti. Dunque, l’IBS rientra nella complessa strategia geopolitica dell’Occidente, che da un lato spinge per l’allargamento della Ue al fianco est e, dall’altro, vede un rafforzamento della presenza americana in loco.

Dietrofront?

Se la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e l’aperta volontà di avviare trattative con l’Azerbaijan per la fornitura di gas nel 2023, lasciano presagire un graduale incrinamento delle relazioni lungo l’asse Mosca-Belgrado, dall’altro, la cooperazione tra i governi russo e serbo sembra essere sempre più solida, da ultimo rafforzata da un accordo d’intesa siglato lo scorso 26 settembre a margine dell’Assemblea generale dell’ONU tra il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e l’omologo serbo, Nikola Selaković, in merito a “consultazioni reciproche” nel campo della politica estera. 

Proprio quest’ultima intesa minerebbe il processo d’integrazione europea della Serbia, dal 2012 candidato ufficiale per l’adesione alla UE. Difatti, la mancata adesione di Vučić al dispositivo sanzionatorio adoperato dalle istituzioni europee deriva dalla volontà dello stesso di preservare i rapporti con il Cremlino e di rafforzarne la cooperazione, come si evince, del resto, dalla sottoscrizione della stessa intesa. Giova, poi, menzionare come lo scorso 31 maggio, allo scadere dell’accordo decennale tra il colosso energetico russo Gazprom e Belgrado, i rispettivi Capi di stato avevano siglato un accordo bilaterale che garantisse alla Serbia il fabbisogno energetico necessario per tutta la durata del prossimo inverno. 

Nello specifico, l’accordo, rinnovato per i successivi tre anni, prevede la fornitura annuale di 2, 2 miliardi di metri cubi di gas per un prezzo che oscilla tra i 340 e 350 dollari per 1.000 metri cubi. In un momento particolare come quello attuale, in cui la sicurezza energetica costituisce uno dei dossier più caldi sul tavolo delle principali istituzioni europee, appare evidente come la mancata armonizzazione delle politiche energetiche sul territorio europeo vada a vantaggio del governo moscovita, che si serve delle proprie risorse naturali quale leverage per consolidare la propria presenza nella regione balcanica in chiave antioccidentale.

A latere, l’approvazione dell’ottavo pacchetto di sanzioni da parte della UE ha contribuito ad inasprire ulteriormente le tensioni tra Bruxelles e Belgrado. Difatti, fino ad ora, la Serbia sperava di poter continuare a servirsi dell’oleodotto croato Janaf per rifornire con il greggio russo proveniente dalla Croazia, la multinazionale serba Nafta Industrija Serbije (NIS), di cui le russe Gazprom Gazprom Neft rimangono le principali stakeholder con uno share del 56,1%. Tuttavia, tra le ultime misure sanzionatorie approvate, vi è il divieto di trasporto del greggio russo in Serbia mediante l’attraversamento dei confini europei. Inutile dire che una simile decisione non è stata per nulla gradita dal governo Brnabić. Quest’ultima, infatti, non ha esitato a puntare il dito contro l’esecutivo di Zagabria, che, dal canto suo, tenta di esercitare continua pressione su Belgrado nell’intento di persuadere Vučić ad allinearsi alle posizioni dell’Unione.   

Mosca o Bruxelles?

Dunque, allo stato attuale, una cosa è certa: il processo d’integrazione europea della Serbia sembra subire una battuta d’arresto. Il palese desiderio di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, da un lato, e le ultime decisioni varate dai vertici UE, dall’altro, pongono il governo di Belgrado davanti ad un bivio: Mosca o Bruxelles? Mentre il governo tedesco esorta la Serbia a scegliere tra le due, il Cremlino tenta di riguadagnare terreno nella regione dei Balcani occidentali, finanziando partiti politici locali con ingenti somme di denaro (si ipotizzano cifre che oscillano intorno ai 300 milioni di dollari), con l’obiettivo di rafforzare la propria ingerenza nei Western Balkans, dove continua a servirsi di strumenti propri sia dell’hard che del soft power per esercitare la propria influenza a 360°.

Nel frattempo, l’Europa risponde alle strategie di Putin, annunciando un pacchetto da 1 miliardo di euro in sovvenzioni per i WB, come strumento di supporto contro il caro energia. Lo stanziamento di fondi avverrà in due tranches, ciascuna da 500 milioni di euro: la prima, disponibile da gennaio, mira a sostenere famiglie e aziende nel breve periodo, mentre la seconda sarà orientata al finanziamento di investimenti nel settore dell’energia e delle infrastrutture. Dunque, con l’obiettivo di accorciare le distanze lungo l’asse Bruxelles-Belgrado, in occasione della recente visita in Serbia, la Von der Leyen, ha annunciato lo stanziamento di 165 milioni di euro per il Paese, da inserire tra le strategie europee proprie della cosiddetta Politica di vicinato.  

Con l’inverno ormai alle porte e la crisi energetica che grava sempre di più sulle finanze dei singoli Stati, la posta in gioco rimane alta. In tal senso, non deve stupire se Paesi come la Serbia, essenzialmente a metà strada fra oriente e occidente, continuano a fare il doppio gioco nella partita tra Mosca e Bruxelles, prediligendo ora l’una ora l’altra. Tuttavia, posto che l’integrazione europea di Belgrado rimanga ancora solamente un disegno, l’allargamento della membership Ue ai WB sembra essere sempre più vicino, essendo adesso una priorità sul tavolo delle istituzioni europee. Queste ultime, infatti, consapevoli che in aree, come i Balcani, la competizione geopolitica tra i vari regional powers si gioca in questo momento soprattutto sul piano energetico, spingono sempre più per un’integrazione dei sei Paesi all’interno del blocco europeo. Ne consegue che lo stanziamento di fondi o il finanziamento di progetti infrastrutturali, come l’IGB o l’IBS, abbiano implicazioni politiche considerevoli, in grado di modificare il balance of power attualmente esistente, non senza conseguenze per la stabilità sia della regione che dell’Europa intera. 

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