“LIBEREREMO L’IRAN”: GAFFE O PROVOCAZIONE? COSA SI NASCONDE DIETRO LE PAROLE DI BIDEN

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Fonte Immagine: Novinite https://m.novinite.com/articles/217387/Biden%3A+Don%27t+worry%2C+We+will+Free+Iran

Una delle dichiarazioni più importanti sulla crisi in Iran dallo scoppio delle proteste per l’uccisione di Mahsa Amini è giunta dal leader della Casa Bianca Joe Biden che sembra così lanciare il segnale che milioni di iraniani attendevano da tempo. Ma le dichiarazioni del leader della Casa Bianca nascondono una cruda realtà. Per Washington appare urgente quanto necessario ridefinire la propria strategia non solo nei confronti della Repubblica Islamica ma anche di tutto il Medio Oriente.

Cosa succede in Iran? 

Il 13 settembre scorso, la donna curda iraniana Mahsa Amini è stata arrestata a Teheran dalla cosiddetta polizia “morale” iraniana per non aver rispettato l’obbligo di indossare il velo. Secondo testimoni oculari, Mahsa è stata picchiata violentemente mentre veniva trasferita con la forza nel centro di detenzione di Vozara a Teheran. In poche ore, è stata trasferita all’ospedale di Kasra dopo essere entrata in coma. È morta tre giorni dopo. Le autorità iraniane hanno annunciato indagini negando contemporaneamente qualsiasi illecito, ma questo non è bastato a fermare le numerose mobilitazioni della società civile dilagate su tutto il territorio nazionale.

Didascalia nr1. Le proteste per l’uccisione di Mahsa.

La protesta scaturita dall’uccisione della giovane Mahsa non è riconducibile soltanto ad una lotta delle donne contro l’obbligo dell’hijab, ma un fenomeno sociale e generazionale inedito, che interessa tutta la Repubblica Islamica. Questo ha allarmato le istituzioni iraniane: la novità di questa protesta è la sua indipendenza rispetto a un fattore squisitamente politico, come ad esempio quelle più importanti del passato emerse in concomitanza con le elezioni presidenziali o legislative. Come i disordini di massa nel 2019 furono innescati dalle cattive condizioni socioeconomiche delle classi inferiori, anche i fatti delle ultime settimane sembrano confermare il profondo malcontento che ha origine essenzialmente economiche e occupazionali, alimentato dalla prolungata frustrazione per le attese prospettive connesse all’accordo sul nucleare con la comunità internazionale.

Biden: un’uscita a vuoto?

Le parole del leader democratico sono giunte in un momento inatteso ovvero nel corso di un evento elettorale a sostegno del rappresentante democratico Mike Levin, in vista delle elezioni di Midterms. Dopo che il pubblico gli ha mostrato sui cellulari lo slogan “FREE IRAN” il presidente ha avuto un guizzo: “Non preoccupatevi, libereremo l’Iran”. È un attimo dopo è ritornato sull’argomento con una precisazione che ha rinvigorito  l’entusiasmo della folla: “Si libereranno abbastanza presto”.

Cosa abbia voluto dire Biden non è immediatamente chiaro. Nuove sanzioni verso il governo di Teheran potrebbero essere in vista seppur il Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca non abbia commentato le parole del presidente. Cambia poco perché l’eco delle dichiarazioni del Capo della Casa Bianca è giunto fino alla Repubblica Islamica, alle orecchie delle autorità iraniane: il presidente iraniano Raisi ha replicato in maniera provocatoria nei confronti di Washington, parlando dinanzi all’ex ambasciata americana a Teheran, nell’anniversario della sua occupazione da parte degli studenti iraniani il 4 novembre del 1979, preludio della crisi degli ostaggi:  444 giorni che per gli Stati Uniti rappresentarono un marchio d’infamia durante i quali 52 cittadini statunitensi vennero tenuti sotto sequestro e rilasciati soltanto nel giorno in cui Ronald Reagan giurava come quarantesimo presidente degli Stati Uniti facendo calare il sipario sulla presidenza Carter, che pagò lo scotto della crisi iraniana con la sua mancata rielezione.

Didascalia nr2 Inauguration day di Reagan: la prima pagina del New York Times.

Attraverso il suo gesto Raisi sfregia di fatto Biden, ironizzando anche sulla sua lucidità mentale e rigirando il coltello nella piaga che più infastidisce il presidente americano: “Forse l’ha detto a causa di mancanza di concentrazione. Ha detto che ‘puntiamo a liberare l’Iran’. Signor presidente, l’Iran è stato liberato 43 anni fa ed è determinato a non diventare di nuovo il suo prigioniero. Non diventeremo mai una vacca da mungere”. Parole di fuoco che non fanno altro a gettare ulteriore benzina di fuoco.

Le parole di Raisi sembrano comunque nascondere una certa dose di nervosismo da parte delle autorità iraniane. Raisi, Khamenei, Salami: tutti loro hanno un grande problema e le proteste di piazza hanno di fatto mostrato al mondo intero il grado di insoddisfazione della popolazione iraniana nei confronti della Repubblica Islamica. Diversi sono gli analisti e esperti di relazioni internazionali, o presunti tali, che hanno messo la mano sul fuoco, da novelli Muzio Scevola, nel parlare di un America come potenza in decadenza. In parte non hanno tutti i torti. Ma le parole di un presidente americano possono contare ancora molto sullo scacchiere internazionale

Teheran dixit: “il nemico del mio nemico è mio amico”

Mentre la Russia subisce crescenti battute d’arresto nella sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, un aiuto è giunto in suo soccorso dall’Iran. Secondo fonti ucraine, statunitensi e dell’UE, la Repubblica islamica avrebbe fornito a Mosca droni Shahed-136 a basso costo che pongono un problema militare per l’Ucraina: lanciati a grandi raffiche, riescono a penetrare le difese aeree ucraine, uccidono civili, causando la distruzione delle infrastrutture. Addestratori iraniani sarebbero inoltre schierati nella Crimea per assistere le forze russe nell’uso dei droni. Gli Stati Uniti e l’UE hanno imposto nuove sanzioni a individui ed entità iraniane coinvolti nella fornitura di droni alla Russia. Da questo punto di vista, l’intelligence statunitense ci aveva visto giusto e dopo aver correttamente previsto la fornitura di droni già la scorsa estate, ora avverte il rischio che l’Iran potrebbe anche fornire missili balistici per aiutare la Russia a ricostituire le sue scorte in rapido esaurimento.

Potrebbe essersi sviluppata un’intesa reciproca tra Mosca e Teheran: per i russi ammettere che sta andando così male da essere costretta a fare affidamento sull’Iran sarebbe imbarazzante; mentre per Teheran questi calcoli sono alla base della dottrina della politica estera del “guardare a est” adottata dall’amministrazione conservatrice di Raisi. La piena integrazione dell’Iran nella Shanghai Cooperation Organization (SCO), ufficializzata al vertice di Samarcanda (Uzbekistan) nel settembre 2022, rappresenta un risultato tangibile di questa politica. La fornitura di droni e forse anche di missili nell’immediato futuro fa parte della strategia di deterrenza iraniana: l’effetto dimostrativo è inteso come un messaggio ai  rivali regionali, Israele e Arabia Saudita in primis, ma anche Kurdistan iracheno, Azerbaigian, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti. I disordini interni innescati dall’omicidio di Mahsahanno ulteriormente incentivato Teheran a dissuadere i suoi avversari regionali dal tentare di fare pressione nel suo momento di maggiore vulnerabilità. Mostrare le capacità di droni e missili iraniani rappresenta, dunque, un modo per dimostrare che la difesa del paese non rischia di essere in alcun modo compromessa dai disordini interni.

“Washington abbiamo un problema”: urge una nuova strategia nei confronti di Teheran

Le relazioni degli Stati Uniti con l’Iran potrebbero presto arrivare a un bivio. Mentre la popolazione iraniana protesta per le strade ed appare lecito ritenere come nel corso dei prossimi giorni e delle prossime settimane i manifestanti iraniani acquisteranno ulteriore coraggio e scene come quelle registrate a Tabriz, con le forze di sicurezza messe in fuga dalla gente, potranno divenire più frequenti, il regime iraniano ha armato la Russia di droni per la sua guerra all’Ucraina ed al contempo i negoziati sul nucleare sono ad un punto morto. Se Atene piange, Sparta non ride: visto come le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Arabia Saudita, principale interlocutore, assieme ad Israele, nel quadrante mediorientale, sono burrascose, molti osservatori a Washington chiedono un ripensamento dell’intero approccio americano alla regione. Da quasi un decennio ormai, la strategia sotto i presidenti Obama, Trump e ora Biden, e il dibattito a Washington sull’Iran più in generale, ruota attorno al Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) del 2015. Ma con la sempre più crescente probabilità che il JCPOA finisca nel dimenticatoio, è urgente per la Casa Bianca definire una nuova strategia olistica nei confronti dell’Iran. Su quali basi? Gli Stati Uniti dovrebbero collaborare nei vari consessi internazionali per mettere insieme un nuovo pacchetto per costringere l’Iran a smantellare, e non ritardare, il suo programma nucleare. Un tale sforzo non dovrebbe concentrarsi sugli incentivi economici, anche se dovrebbero essere inclusi, ma piuttosto sul convincere l’Iran che il mantenimento del suo programma nucleare ha maggiori probabilità di mettere in pericolo la sopravvivenza del regime stesso, piuttosto che renderlo più saldo.  Al tempo stesso, gli sforzi diplomatici dovrebbero essere sostenuti contemporaneamente da una minaccia militare, esplicita e credibile. A tal fine, gli Stati Uniti dovrebbero iniziare esercitazioni militari congiunte annuali con Israele simulando un attacco all’Iran. Washington dovrebbe collaborare con gli alleati regionali per “aggiornare” le loro difese contro gli attacchi di droni e missili. E il presidente Biden dovrebbe cercare pubblicamente, nel prossimo ciclo di bilancio, finanziamenti aggiuntivi per accelerare la ricerca e lo sviluppo di hardware militare di prossima generazione in grado di distruggere, non solo di diminuire, il programma nucleare iraniano. 

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