Il Myanmar domina l’agenda del Summit ASEAN

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Fonte Immagine: https://www.silkway.news/act-to-stop-myanmar-military-abuses-99421/

I leader dell’Associazione degli Stati del Sud-est asiatico (ASEAN), riuniti in Cambogia, si trovano a dover affrontare crescenti pressioni per una presa di posizione più incisiva nei confronti della dittatura militare birmana. 

Dall’8 al 13 novembre la capitale cambogiana Phnom Penh ospita il Summit annuale dei leader dell’ASEAN, il primo a tenersi dal vivo dopo la pandemia di Covid-19, oltre ad una serie di incontri a margine con i partner regionali e non dell’Associazione, ossia gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Unione Europea, la Cina, la Corea del Sud, il Giappone, l’India, la Russia, l’Australia, il Canada e la Nuova Zelanda.

Il Summit si svolge sullo sfondo della perdurante crisi in Myanmar, che va avanti da oltre un anno e mezzo, ovvero da quando i militari guidati dal Generale Min Aung Hlaing hanno preso il potere con un colpo di Stato il 1° febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi, da allora detenuta, con l’accusa di brogli avvenuti nelle elezioni tenutesi nel novembre 2020. Min Aung Hlaing si è posto a capo del Consiglio di Amministrazione dello Stato (SAC), così com’è chiamata la giunta militare, per poi assumere il ruolo civile di Primo Ministro nell’agosto 2021. 

Fin dal suo arrivo al potere, la giunta militare si è resa responsabile di massicce violazioni dei diritti umani, portando avanti una dura repressione contro il movimento di resistenza del popolo birmano per la democrazia, compiendo esecuzioni extragiudiziali e torture ai danni dei prigionieri politici e perpetrando attacchi deliberati ai civili, inclusi bombardamenti su scuole e altri edifici, che, secondo i report dell’Independent Investigative Mechanism for Myanmar (IIMM) istituito dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, ammontano a crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Uno degli episodi recenti più sanguinosi risale al 25 ottobre, quando tre jet militari hanno condotto un bombardamento contro un concerto nel nord del paese, causando almeno 80 morti. Si conta che il regime abbia provocato la morte di oltre 2.300 civili, imprigionato oltre 15.000 persone e creato circa 1.3 milioni di sfollati nel paese. Si stima anche che dal 2019 il PIL del Myanmar sia crollato del 13% e che circa il 40% della popolazione viva sotto la soglia di povertà; ciononostante, la giunta militare impedisce l’invio di aiuti umanitari, soprattutto nelle aree più remote del paese.

Dopo il colpo di Stato, gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Unione Europea e altri paesi occidentali hanno imposto una lunga lista di sanzioni contro il regime birmano, quali l’embargo sulla vendita di armi, l’embargo commerciale, il congelamento dei beni, oltre a divieti di viaggio e di investimento per gli esponenti dell’élite militare. Malgrado l’imposizione di tali misure, la giunta continua ad avere dei solidi alleati a livello internazionale, in particolar modo la Russia e la Cina, che continuano a fornire armi e a commerciare con il Myanmar, opponendosi agli appelli delle Nazioni Unite ad applicare un embargo totale, e in misura minore l’India, che pur non fornendo armi, dimostra comunque acquiescenza nei confronti del regime, continuando ad intrattenere normali relazioni diplomatiche ed economiche con esso. L’appoggio di questi paesi permette la sopravvivenza del regime, altrimenti sostanzialmente isolato dal resto della comunità internazionale.  

Nel giugno 2022, il gruppo dei Parlamentari ASEAN per i Diritti Umani (APHR) ha lanciato un’Inchiesta Parlamentare Internazionale (IPI), creando un comitato costituito da parlamentari provenienti da paesi africani, europei, asiatici e americani, allo scopo di indagare sui crimini commessi dal regime militare birmano e la conseguente risposta internazionale.

Nel report pubblicato il 2 novembre il gruppo, condannando qualsiasi tipo di sostegno al regime birmano, ha espresso apprezzamento per le misure sanzionatorie prese contro di esso, pur definendo tali sforzi privi di coordinamento e incapaci di colpire entità che assicurano ingenti profitti al regime, quali la Myanmar Oil and Gas Enterprise (MOGE), la compagnia nazionale birmana del petrolio e del gas. Inoltre, l’APHR ha sollecitato i paesi democratici a riconoscere e collaborare con il Governo di Unità Nazionale (NUG), creato nell’aprile 2021 con lo scopo di riunire i parlamentari deposti dal colpo di Stato, i rappresentanti delle minoranze etniche e gli attori della società civile.

La giunta ha avviato una lotta armata contro le forze di difesa del popolo, alcune guidate dallo stesso NUG e le organizzazioni armate etniche, che lottano da decenni per l’autonomia di alcune regioni di confine del paese. Dunque, sostenere il NUG sarebbe importante per far sì che il Myanmar ritorni alla democrazia, con l’auspicio dell’introduzione di una nuova Costituzione, che soddisfi le ambizioni autonomistiche delle minoranze etniche. Nell’inchiesta si riconosce anche l’impossibilità per l’ONU di svolgere un ruolo significativo, a causa delle divisioni interne al Consiglio di Sicurezza.

L’inchiesta dedica poi ampio spazio alla posizione dell’ASEAN, che finora si è dimostrata del tutto non in grado di rispondere efficacemente alla crisi politica e umanitaria birmana. Nell’aprile 2021, l’Associazione aveva elaborato il «Five-Point Consensus», una roadmap di cinque punti il cui scopo era soprattutto quello di porre fine immediatamente alle violenze in Myanmar e di giungere ad un dialogo costruttivo tra tutte le parti al fine di ottenere una soluzione pacifica per tutelare gli interessi del popolo birmano.

Il dialogo avrebbe dovuto essere agevolato tramite la mediazione dell’inviato speciale dell’ASEAN. Tuttavia, a più di un anno e mezzo di distanza, l’accordo ha fallito nel suo intento, poiché la giunta militare non lo ha mai implementato né ha avuto particolare riguardo per l’inviato speciale, così come anche parte dei paesi membri dell’ASEAN non ha dimostrato la volontà di metterlo in atto.

L’unica misura degna di nota presa dall’Associazione è stata l’esclusione dei rappresentanti della giunta militare dagli incontri ad alto livello, ma in realtà tale provvedimento ha una portata maggiormente simbolica che pratica, poiché allo stesso tempo gli Stati membri non solo non hanno riconosciuto né avviato alcun tipo di collaborazione con il NUG, ma alcuni di loro hanno anche mantenuto contatti formali e non con esponenti della leadership militare, incluso lo stesso Min Aung Hlaing.

Secondo i parlamentari responsabili dell’inchiesta internazionale, è giunto il momento di prendere atto che i cinque punti non hanno funzionato, abbandonare definitivamente l’accordo e adottare un nuovo approccio più incisivo contro il regime birmano. L’adozione di un tale approccio è ostacolata da due fattori basilari: il primo è il principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati sancito dalla Carta dell’ASEAN, mentre il secondo è la divisione tra gli Stati membri, poiché alcuni paesi sarebbero a favore di un cambio di approccio, mentre altri invece sono sostanzialmente considerati degli «abilitatori» del regime. 

Relativamente al primo fattore, finora gli Stati membri dell’ASEAN hanno strettamente aderito al principio di non ingerenza, ritenendo dunque che la crisi in Myanmar sia una crisi interna e che il ruolo dell’Associazione debba limitarsi a quello di assistenza e mediazione. C’è però chi sostiene che la crisi in Myanmar sia ben più di una questione interna, avendo la potenzialità di rendere instabili i paesi confinanti e l’intera regione (si pensi all’ondata di migranti generatasi dopo il colpo di Stato).

Inoltre, si chiede all’ASEAN di intervenire per mettere fine alle massicce violazioni dei diritti umani commesse dalla giunta militare. Ciononostante, finora le condanne dell’Associazione nei confronti di queste violazioni e gli appelli a porvi termine immediatamente sono rimasti inascoltati, incluso quello lanciato il 27 ottobre nel corso del Summit straordinario dei Ministri degli Affari Esteri dell’ASEAN sulla crisi birmana.

Anche il Primo Ministro cambogiano Hun Sen, nella sua veste di anfitrione del Summit dei leader di Phnom Penh, ha rivolto un appello personale, invero poco incisivo considerando che egli stesso è stato uno dei pochi leader internazionali ad aver avuto incontri ufficiali con Min Aung Hlaing e altri esponenti della leadership militare. Per quanto concerne il secondo fattore, gli sforzi dell’ASEAN sono stati minati dalla divisione dell’Associazione in due gruppi: da un lato, paesi come la Thailandia (essa stessa sotto un governo nato da un colpo di Stato militare), la Cambogia e il Laos (entrambi regimi notoriamente autoritari) lavorano con la giunta militare in modo più o meno diretto, mentre dall’altro, Stati come la Malesia, l’Indonesia, le Filippine e Singapore, maggiormente democratici e attenti alle condizioni delle minoranze etniche, soprattutto di quella musulmana dei Rohingya, cercano di esercitare pressione sul primo gruppo, auspicando una maggior collaborazione con il NUG, anche se nessun passo concreto è ancora giunto in tal senso. 

In ragione dell’indispensabile unanimità di tutti gli Stati membri dell’ASEAN al fine di trovare una soluzione condivisa, appare al momento improbabile l’abbandono del «Five-Point Consensus» e ancor di più la sospensione della membership birmana, rendendo una svolta nell’approccio verso il regime militare ancora lontana. Eppure, i paesi dell’ASEAN dovrebbero prendere coscienza del fatto che la risoluzione della crisi in Myanmar non è soltanto necessaria per la stabilità dell’intero Sud-est asiatico, ma anche per l’unità e la credibilità dell’Associazione, oltre al suo futuro ruolo regionale e globale.

Nel mese di novembre, il Sud-est asiatico ospiterà tre importanti Summit internazionali, poiché al Summit dei leader ASEAN in Cambogia seguiranno quello del G20 a Bali, in Indonesia, il 15 e il 16 novembre e quello dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) a Bangkok, in Thailandia, il 18 e il 19 novembre. Lo svolgimento di tali consessi internazionali, fondamentali per il rilancio della regione, dovrebbe essere anche accompagnato dallo sviluppo da parte dell’ASEAN della capacità di esercitare realmente un peso a livello sia regionale che mondiale, altrimenti tale ritrovata centralità diplomatica rischia seriamente di trasformarsi nell’ennesima occasione persa. 

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