DEMOCRACIA:IL RITORNO DI LULA 

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“Hanno cercato di seppellirmi, ma sono risorto”, così ha esordito Inácio Lula da Silva dopo che il Tribunale superiore elettorale brasiliano ha ufficializzato la sua vittoria con 60.345.999 voti, equivalenti al 50,90% del totale, contro Jair Bolsonaro che ne ha ricevuti 58.206.354 (49,10%), tornando ad essere il Presidente del Brasile.

Il colosso sudamericano ha vissuto lo scorso 30 ottobre una giornata storica e carica di tensione. Oltre 156 milioni di cittadini brasiliani erano chiamati alla urne per il ballottaggio tra Lula ed il Presidente uscente Bolsonaro, chiamati ad una scelta tra due estremi ideologici. Alla chiusura delle urne l’astensione si scoprirà essere comunque alta, circa il 20,5%, ed in linea con il primo turno elettorale. L’astensione era un rischio per ambo due i candidati, visto che in Brasile contano anche le difficoltà di spostamento, sopratutto nelle regioni periferiche e in Amazzonia, e i costi che comporta un viaggio al seggio. Non a caso il partito di Lula, che temeva maggiormente l’astensione, ha ottenuto i trasporti pubblici gratuiti nella giornata del voto, iniziativa alla quale hanno aderito 360 grandi città.

Dalla chiusura dei seggi è cominciato, in un clima di tensione altissimo, lo spoglio elettorale. In Brasile, unico paese al mondo ad avere questo sistema, il voto è raccolto in formato elettronico; una scelta necessaria dovuta alla superficie enorme del Paese e che comprende località remote e di difficile accesso.

Proprio il sistema di raccolta dei voti è stato spesso messo in discussione ed oggetto di dibattito tra i vari candidati, ma ciò nonostante i militari brasiliani hanno verificato il funzionamento e la regolarità delle 472.075 macchine elettroniche, sulla base di un campione rappresentativo. In virtù della tipologia elettronica del voto brasiliano, lo scrutinio è molto rapido e lo si può concludere nell’arco di poche ore. Per capirne il funzionamento, è disponibile sul sito del Tribunale superiore elettorale un simulatore apposito.

Così, a poco più di un paio d’ora dalla chiusura dei seggi, ed arrivati al 25% delle sezioni scrutinate è arrivato il primo clamoroso dato con Jair Bolsonaro nettamente in testa con più del 51 per cento dei voti. L’aggettivo clamoroso era dovuto al fatto che pressoché tutti i sondaggi brasiliani delle ultime settimane davano per vincente il leader del Partido dos Trabalhadores anche se com una distanza molto sottile dal suo antagonista, e nonostante i molteplici errori fatti nel primo turno la sensazione era che i sondaggi e pronostici sarebbero stati rispettati. 

In realtà, a circa il 50% dello scrutinio, Lula ha recuperato ed è passato in testa, mangiando oltre dieci punti percentuali nel giro di un’ora. Questa rimonta però era tutt’altro che inedita, come sottolineato dal New York Times. Infatti, sempre considerando il sistema di voto elettronico, i primi risultati arrivano dalle regioni più ricche, dove la rete internet risulta più stabile e veloce, ovvero quelle dove tendenzialmente il candidato di destra va meglio. Con il passare delle ore arrivano però i voti delle sezioni delle zone più povere e rurali del Paese, oltre che del Nordest e centro, riequilibrando i risultati e dando una visione più reale dell’andamento dei voti. 

Superata la metà del controllo dei voti la distanza tra i due candidati è rimasta sottilissima, tenendo tutto il Paese com il fiato sospeso. La polarizzazione dimostrata al primo turno, la profonda frattura tra le due ideologie politiche e la campagna elettorale al vetriolo, sono stati tutti elementi che hanno accentuato il clima tutt’altro che disteso dell’attesa del risultato finale. Il testa a testa serrato tra Lula e Bolsonaro è proseguito costante per tutta la notte, ma nonostante ciò il rischio di una pareggio tecnico veniva escluso da tutti. 

Da San Paolo a Rio il Brasile pareva con il fiato sospeso e rimbombavano ovunque grida che si alternavano a seconda dello spoglio. La polizia e l’esercito erano mobilitati mentre il clima diveniva ancor più pesante nei momenti finali. Anche il loro destino veniva deciso da questo voto e nessuno garantiva un colpo di mano da chi aveva perso. Alla fine in tarda notte, quando il silenzio era diventato oppressivo è esplosa la gioia ed è iniziata la festa del nuovo Brasile.

Il Tribunale superiore elettorale del Brasile ha decretato vincitore, e quindi nuovo Presidente del Paese verde oro per il prossimo quadriennio, Inácio Lula da Silva. Caroselli di auto, clacson, bandiere rosse al vento e una gigantesca folla di persone riversatasi in strada nelle principali città ha accolta la notizia.

A Rio de Janeiro tantissimi elettori si sono diretti sulle spiagge di Copacabana per esultare Lula, mentre dalle favelas sono partiti fuochi d’artificio ad illuminare la notte. Per una parte di cittadini brasiliani che ha esultato, ce né stata un’altra però che ha taciuto e incassato la sconfitta, aspettando in vano le parole di conforto del proprio leader.

Il risultato di queste elezioni presidenziali in definitiva può essere considerato facilmente con l’aggettivo di ‘storico’, ed i motivi sono molti. In primo luogo il divario finale tra i due contendenti è stato di appena un punto percentuale, ovvero meno di due milioni di voti di differenza. Ciò rimarca la grande frattura interna al Brasile, che difficilmente è destinata a svanire con Lula al Palacio do Planalto.

Altro aspetto storico di questa elezione è ovviamente il ritorno clamoroso di Lula, visto anche il suo passato e storia politica, e che Jair Bolsonaro è il primo Presidente a non essere rieletto da quando, nel 1997, è stata approvata la possibilità di un secondo mandato. Ultimo aspetto è la scelta del gigante sudamericano, che si sposta a sinistra dopo quattro anni, e va ad accodandosi a tutti gli altri Paesi latinoamericani che stanno rinvigorendo la marea rosa.

Appurati questi aspetti, per Lula è un grande ritorno. Al di la dell’aspetto puramente politico, per l’ex sindacalista questa vittoria significa un riscatto sociale dopo tre anni burrascosi. Le accuse di corruzione e ed il processo Lava Jato, ciò che ne è scaturito a livello mediatico e pubblico, la sentenza a 12 anni con 580 giorni passati in carcere ed infine l’annullamento di tutte le condanne.

Ora però il “calamaro”, ovvero la traduzione del soprannome Lula che gli venne affibbiato nei primi periodi da sindacalista, non è più quello di un tempo, simbolo per la sinistra sudamericana e del mondo. E quello di un tempo non è nemmeno il Brasile che gli toccherà governare, con un Congresso dominato dai bolsonaristi e molteplici governatori di destra.

Ciò che si pone davanti al neo Presidente carioca è un Paese spaccato, indebolito, smarrito, e che ha perso tanti valori nell’ultimo quadriennio. La profonda divisione di idee nel popolo brasiliano sarà uno degli ostacoli maggiori, seguito da un’economia stagnate sull’orlo della crisi, problemi sociali impellenti con trenta milioni di cittadini che soffrono la fame o vivono una situazione d’insicurezza alimentare e di povertà estrema, la questione amazzonica ed un Brasile in una situazione, nel contesto internazionale, incerta. Questi sono solo alcune delle problematiche che Lula dovrà affrontare dal prossimo 1° gennaio 2023, data dell’insediamento ufficiale.

Focalizzandosi per un momento sul contesto internazionale la situazione potrebbe migliorare. In passato Lula è riuscito a tessere una buona tela di alleanze internazionali, collaborazioni, o comunque buoni rapporti con gli altri Paesi, nonostante la sua posizione fortemente a sinistra. Il suo ritorno potrebbe far rifiorire alleanze o riavvicinamenti sopiti dopo quattro anni di Jair Bolsonaro.

In primo luogo, nel contesto del solo Sud America, Lula potrà contare su tantissimi governi e presidenti affini, potendo riportare il gigante carioca ad avere un ruolo predominante in America Latina. Per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti è ovvio che la strada da percorrere dovrebbe essere abbastanza morbida, trovando nella Casa Bianca un inquilino che lo stima sicuramente più del suo predecessore. Altro Paese molto interessato del ritorno di Lula è la Cina, ovvero il principale partner commerciale del Brasile, che anche se non si è apertamente schierato a favore del candidato del PT aveva paventato di non aver gradito molte scelte ed azioni di Bolsonaro.

Quindi anche verso il sol levante le relazioni internazionali potrebbero giovare dell’arrivo di Lula al Palcio do Planato. Infine, guardando all’Europa, anche in questo caso c’è della speranza nel veder migliorare i rapporti tra il colosso sudamericano ed il Vecchio Continente. Indizio aggiuntivo di questa speranza sono state le parole pronunciate dall’Alto rappresentate dell’UE per gli affari esteri Josep Borrel, nel suo intervento alla riunione dei ministri degli Esteri della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi(Cepal): “L’attuale contesto geopolitico caratterizzato dalla guerra in Ucraina rappresenta il momento appropriato per rilanciare più che mai le relazioni tra l’America Latina e l’Ue”.

Quale sia il futuro del Brasile con Lula da Silva come Presidente è ancora troppo presto per dirlo, la cosa certa è che questo Brasile ha mostrato chiari segni di fragilità nella sua democrazia. Democrazia, che il neo Presidente del Brasile ha voluto citare nella sua prima foto pubblicata sui social dopo l’ufficialità della sua vittoria, con la sua mano senza un dito, perso mentre lavorava in fabbrica come tornitore.

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