I PIANI COMMERCIALI E D’INVESTIMENTO EUROPEI NEGLI SCENARI GEOPOLITICI GLOBALI

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L’Unione Europea ha davanti a sé due sfide ambiziose ma affascinanti: il bisogno di maggior autonomia dagli Stati Uniti e la contrapposizione alla Cina. Entrambi gli obiettivi, non potendo pensare allo strumento militare fuori portata, potrebbero essere soddisfatti tramite strumenti finanziari e commerciali, che rientrano tra le competenze esclusive in seno all’Unione.  

Competenze in materia e sviluppo sul continente

Con l’articolo 207 del TFUE l’Unione Europea dispone della competenza esclusiva in materia commerciale. La Commissione gestisce gli accordi commerciali, conclusi con la maggioranza qualificata del Consiglio Ue, salvo alcuni tipi di negoziati, come quelli sugli investimenti diretti esteri. Questo strumento economico può avere valenza offensiva se usato in prospettiva globale, come attuato dalla Cina negli ultimi anni.

In particolare, in questo momento l’Unione necessita di alleggerire la dipendenza dagli statunitensi e contemporaneamente proiettarsi davvero in scenari anche molto lontani dal continente, con una strategia unanime tra gli Stati membri, in modo tale da essere una potenza che esporta non solo servizi, beni e infrastrutture ma un’idea di progresso, in ambito economico e sociale.

Il piano varato dalla Commissione Europea a fine 2021 è l’iniziativa Global Gateway. La strategia si propone di essere la terza grande proposta globale di sviluppo infrastrutturale e tecnologico, in risposta alla Build Back Better for the World americana e soprattutto alla Belt and Road Initiative cinese. Certamente il budget stanziato dagli europei non si avvicina a quest’ultima iniziativa: dal 2013, anno d’inizio della BRI, le autorità cinesi hanno speso in infrastrutture 795 miliardi di dollari.

Dunque, il piano Global Gateway si propone di essere un punto d’inizio per avviare un percorso che possa portare ad imporre gli standard qualitativi e di trasparenza – rispetto dei diritti umani per esempio – dell’Ue nel mondo, proiettandosi nella geopolitica globale con lo strumento finanziario. 300 miliardi di euro stanziati fino al 2027, 135 mld da schemi di finanziamento come InvestEU, 145 mld da dalle istituzioni europee per lo sviluppo, 79,5 mld dal fondo per l’azione esterna NDICI e 18 mld dal bilancio dell’Unione. Lo scopo è intervenire in aree chiave per lo sviluppo, come le infrastrutture, la transizione ecologica e digitale, e sul commercio, rendendo l’Ue player globale e sfidando i piani cinesi che, ad oggi, però risultano più attrattivi. 

Interessi a sud e in Medio Oriente

Se la strategia Global Gateway mira ad offuscare l’attivismo globale cinese, questa non può che misurarsi in uno dei principali scenari geopolitici che più assorbe investimenti dall’estero, cioè il continente africano. L’Africa beneficerà di 150 mld di euro da parte dell’Unione, per implementare diverse criticità e garantire una più ampia connessione tra i due continenti. Nel dettaglio, bisognerà aumentare la quota di energia rinnovabile, arrivando a produrre almeno altri 300 GW per il 2030.

Creare una vera zona di libero scambio partendo dall’incremento infrastrutturale di corridoi strategici; aiutare il settore privato africano a contribuire alla crescita; fornire personale qualificato per incrementare sanità e istruzione, con quest’ultima collegata a più strette iniziative Erasmus. Infine, creando due fondi gestiti dal Fondo Monetario Internazionale, che potranno amministrare i prestiti degli Stati membri dell’Ue su questioni di resilienza ambientale e sostenibilità. 

Le relazioni Ue-Paesi arabi del Golfo sono già molto intense. Insieme, l’Unione Europea e i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo rappresentano il 20 percento dell’economia mondiale, e coprono più della metà degli investimenti diretti esteri globali. Nel 2020 l’UE è stata il principale partner di importazione (17,8 percento) e soprattutto di esportazione (6,9 percento) del Golfo. Quello che è successo nel 2022 però, impone all’Ue di diversificare le forniture energetiche, e il Golfo non può che essere interlocutore privilegiato.

Alleanza che si inserisce nella strategia REPowerEU, che si pone l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili prima del 2030. 210 miliardi di euro è la cifra supplementare che gli europei dovranno mettere sul piatto per smarcarsi dal dominio energetico russo, parte della quale andrà agli arabi del Golfo per implementare siti di stoccaggio dell’idrogeno e infrastrutture portuali. Il know-how dell’Ue sarà fondamentale, cosicché nel breve periodo l’Unione gioverebbe dell’aiuto arabo nella stabilizzazione dei mercati del petrolio e per l’importazione di energia green; i Paesi del Golfo invece, potrebbero altresì cominciare la loro transizione verso l’energia pulita, divenendo produttori ed esportatori.

Rapporto euro-atlantico 

Rapporto solidissimo quello tra Unione Europea e Stati Uniti, nonostante alcuni alti e bassi nel corso degli ultimi decenni (es. crisi del 2008 e naufragio del trattato TTIP[1] avvenuto nella seconda metà del 2010) che sono stati, tuttavia, ampiamente superati grazie agli enormi benefici economici che legano le due parti. Il totale del PIL delle due potenze è oltre il 40% del PIL globale, gli investimenti Usa nell’Unione sono circa il triplo degli investimenti statunitensi in tutta l’Asia e, viceversa, gli investimenti diretti esteri europei sono otto volte la somma degli investimenti in Cina e India. 

Per rilanciare e consolidare i rapporti, il presidente Joe Biden ha appoggiato la proposta della Commissione europea di creare un nuovo forum transatlantico, l’EU-US Trade and Technology Council (TTC), che servirà per ridefinire congiuntamente le regole del commercio e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, tutte strategie utili contro l’avanzata cinese. Rimangono degli interrogativi riguardo a questa iniziativa, sia da una parte che dall’altra, perché non è certo se Biden troverà una sintesi tra la posizione interna, che vuole investimenti cyber a solido marchio Usa, e la posizione europea per una incisiva regolamentazione del mondo digitale.

Mentre dal lato Ue ci sono dubbi rispetto all’asse anglosassone Usa-Uk-Australia nel Pacifico, accompagnati dallo scetticismo di alcuni Stati membri verso altri Stati dell’Unione, per via della più stretta collaborazione con la Cina da parte di quest’ultimi. Tuttavia, non ci sono dubbi che per entrambi questa sia la strada da seguire per una più profonda sinergia commerciale, cominciando dal 25% di taglio sui dazi delle importazioni d’acciaio dall’Ue agli Usa e del 15% sull’alluminio per gli europei, da parte statunitense, proseguendo poi con la cooperazione per le regolamentazioni delle barriere doganali e delle controversie in ambito commerciale.

Scenario asiatico

Il ricco mercato asiatico è sicuramente nelle mire comunitarie. La Cina come detto, è un rivale strategico, ma ciò non ha impedito di sottoscrivere, nel 2021, l’accordo Ue-Cina sull’apertura del mercato cinese alle imprese europee, il Comprehensive Agreement on Investment (CAI). L’accordo apre a vari settori del mercato di Pechino, come le telecomunicazioni, la finanza e il mercato automobilistico.

Il negoziato mira quindi a rafforzare ed estendere la cooperazione economica e migliora, per entrambe le potenze, le condizioni di accesso ai mercati europeo e cinese; inoltre affronta le principali sfide relative alla dimensione normativa, come quelle legate alla trasparenza, la prevedibilità e la certezza legale delle condizioni d’investimento. Per chi investe verrà garantito un trattamento equo, proteggendoli da condizioni discriminatorie. Ciononostante, l’accordo è ancora bloccato da una risoluzione del Parlamento europeo, per via delle sanzioni cinesi all’Ue, dopo gli ammonimenti europei nei confronti delle violazioni dei diritti umani nella regione dello Xinjiang.

Il partenariato col Giappone, in vigore dal 2019, rimarca l’alleanza stretta del Paese nipponico con l’Occidente e l’Unione. L’accordo elimina la maggior parte dei dazi pagati dalle società dei due Paesi, massimizza le opportunità per gli europei di entrare negli appalti pubblici giapponesi e liberalizza tutti gli scambi transfrontalieri dei settori di investimento e dei servizi.

Da affinare è, invece, la partnership con l’ASEAN[2]. Per l’Ue, l’ASEAN è il terzo partner commerciale dopo Usa e Cina, destinatario del 10% degli investimenti esteri diretti europei nel 2019 e in affari con l’Unione per 120 miliardi di euro. Occorre trovare un accordo estensivo in diverse materie come la mobilità, infrastrutture, regolazione dei dazi e connettività, che sia rivolto all’intera struttura ASEAN e non ad interessi particolari con gli Stati membri di quest’ultima, come per esempio si è fatto con Singapore, Stato membro ASEAN e importante partner per l’Ue, attraverso l’accordo commerciale di fine 2019.

La città-stato è la destinazione di 222 mld di euro di investimenti, e con l’accordo si mette nero su bianco l’abbattimento dell’80% dei dazi sui beni che da Singapore entreranno nell’Unione Europea, la trasparenza reciproca nelle gare d’appalto nazionali, agevolazioni d’investimento per gli europei nelle telecomunicazioni, nell’informatica e nel trasporto marittimo oltre a un collegamento più capillare della rete bancaria europea nel Paese asiatico.

L’India rappresenta un potenziale avamposto importante per le mire globaliste dell’Ue. I lavori in corso per un trattato commerciale dovrebbero finire entro il 2023, seguendo una linea tracciata nel 2020, che prevedeva una tabella di marcia strategica fino al 2025. I negoziati saranno un punto di arrivo di un percorso che negli ultimi 10 anni ha visto registrare passi in avanti significativi, come la crescita degli investimenti esteri comunitari dall’8% al 18% piuttosto che la creazione di 1,7 milioni di posti di lavoro in loco da parte di 6000 aziende europee.

Nonostante ciò, permangono delle diffidenze tra gli Stati membri europei, per via dell’acquisto di petrolio a basso costo dalla Russia, che mira così ad aggirare le sanzioni occidentali. Dunque, occorrerà dare nuova linfa al rapporto India-Ue, ultimando l’accordo di libero scambio (FTA) fermo da 15 anni e ampliando il “Consiglio per il commercio e la tecnologia tra Ue e India”, per discutere di progresso sostenibile da entrambe le parti.

In conclusione, emerge chiaramente la volontà dell’Unione Europea di ritagliarsi uno spazio importante tra i due blocchi, mediando con gli alleati statunitensi e collaborando con i rivali strategici dell’Asia. Questo a patto che si superino le divisioni interne tra Stati membri, su visioni e progetti commerciali, spesso molto divergenti tra loro.


[1] Transatlantic Trade and Investment Partnership

[2] Association of South-East Asian Nations

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