Alternative al gas russo in Europa e Italia

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Potenzialità e rischi nell’area MENA

L’irrompere del conflitto ucraino si è rivelato il cigno nero della politica globale. Un evento che ha sconquassato gli equilibri internazionali esistenti e ha posto sia l’Europa sia il nostro Paese di fronte all’imperativo dell’affrancamento dal gas russo. In tal senso, l’area MENA, con i suoi ingenti quantitativi di risorse fossili, può configurarsi come principale alternativa? Se sì, quali sono i rischi connessi?

In ambito europeo l’intervento russo in Ucraina iniziato a febbraio di quest’anno ha fatto emergere tutta una serie di questioni geopolitiche rimaste latenti nel corso degli anni.  Tra queste il problema del burden sharing – più volte sollecitato dagli alleati americani negli ultimi dieci anni[1]  le solide relazioni economiche russo-tedesche e da ultimo, ma non in ordine di importanza, la questione del gas e della sicurezza energetica europea.

Paesi come Germania, Francia e Italia vantavano infatti consistenti relazioni economiche con il Paese eurasiatico e, per quanto riguarda il consumo energetico, una forte dipendenza rispetto alle importazioni di gas da quest’ultimo. Gas che tra l’altro veniva trasportato per mezzo di pipeline; fattore che mette ancor più in evidenza il tipo di dipendenza, strutturale e di lungo termine, tra il Vecchio Continente e la Terza Roma[2]

In Italia, anche alla luce della recente campagna elettorale, il dibattito politico sulla sicurezza energetica scatenato dalla guerra in Ucraina si è polarizzato attorno a due narrative. Una, fatta propria dai partiti di centrodestra, che invocavano una maggiore autarchia e un ricorso alle riserve di gas presenti nel Mar Adriatico, l’altra, veicolata da sinistra e Movimento 5 Stelle, che si focalizzava invece attorno al mantra “rinnovabile è bello”. Entrambe queste retoriche mostravano però una certa miopia, e sembravano più che altro “confezionate” come espedienti di comunicazione politica per galvanizzare i propri target elettorali.

Questo in quanto le riserve estraibili dal Mar Adriatico sono una percentuale irrilevante rispetto al totale delle esportazioni dalla Russia e, allo stato dell’arte, se si escludono gli utilizzi domestici e quelli legati alla mobilità elettrica, il rinnovabile non è in grado di coprire buona parte dei consumi energetici e in particolar modo quelli di tipo industriale.

Almeno per quanto riguarda il medio e lungo periodo una strada percorribile potrebbe essere quella della differenziazione rispetto ai Paesi esportatori, tra cui spiccano ovviamente gli Stati Uniti e, più vicino a noi, quelli dell’area MENA. Tra l’altro, è proprio di questi giorni la critica del Presidente francese Macron al vertiginoso aumento dei prezzi dello  shale che gli Stati Uniti importano in Europa, quasi a voler denunciare una politica speculativa sul prezzo del gas da parte di Washington.

Area MENA e differenziazione energetica. Opportunità e criticità

Per quanto riguarda i Paesi del Vicino Oriente e Nord Africa, un incentivo è dettato dalla loro maggiore vicinanza. Fattore questo che permetterebbe di ridurre l’incidenza dei costi di trasporto. Allo stato attuale, se si eccettuano il gasdotto che collega il nostro Paese con l’Algeria e il Greenstream, su cui però pesa l’instabilità ormai cronica del teatro libico, la maggior parte del gas importabile dall’area MENA assume la forma di gas naturale liquefatto (GNL). Qui si pone la prima criticità, ovvero quella di implementare l’infrastruttura utile alla sua rigassificazione. Infrastruttura che al momento, nel nostro Paese, è ancora piuttosto scarsa e insufficiente.

Nuove opportunità – e criticità connesse– si configurano nell’area del Mediterraneo orientale, ove ingenti riserveoffshore di gas naturale sono state scoperte nell’ultimo decennio nelle acque di Egitto, Israele, Cipro, Grecia, Libano e Autorità Nazionale Palestinese. La Turchia, che in questi anni ha intrapreso una politica estremamente assertiva e muscolare nei confronti della Grecia per i diritti di esplorazione in acque contese, non vuole essere assolutamente esclusa dalla partita. 

La realizzazione del gasdotto EastMed che arriverebbe fino in Italia – trasformando il nostro Paese in un potenziale hub di transito del gas per il mercato europeo – incontra la netta opposizione di Ankara, il cui reale obiettivo, più che sondare le acque dell’Egeo alla ricerca di giacimenti di gas, sembrerebbe quello di non vedersi tagliata fuori dai giochi. È infatti sempre più evidente come Ankara stia tentando di diventare un player di prima istanza per quanto riguarda il transito dell’oro blu verso l’Europa. Questo in riferimento tanto al gas conteso nel Mediterraneo Orientale quanto a quello proveniente dai giacimenti dell’Asia centrale. Ad amplificare ancora maggiormente le ambizioni di Erdogan vi è la recente proposta di Mosca di creare in Turchia il più grande hub del gas in Europa[3] . Appare dunque chiaro che qualsiasi via del gas per il Vecchio Continente che non passi dalla Turchia verrebbe percepita da Ankara come una sfida alle sue aspirazioni. 

In tal senso, la proposta di costruzione di un gasdotto sottomarino che collegherebbe Turchia e Israele potrebbe rivelarsi una soluzione pacificatrice, visto che consentirebbe di non escludere il paese anatolico dalla partita del gas nel Mediterraneo orientale.

Un’altra alternativa avrebbe potuto essere l’Iran. Questo anche alla luce delle potenzialità in termini di risorse gasifere che il Paese possiede e che sono state messe in luce da un rapporto diffuso nel 2017 da British Petroleum (BP). A pesare su questa opportunità vi sono tuttavia le sanzioni, che tra l’altro compromettono un possibile e importante mercato di sbocco per il made in Italy. Se in un primo momento l’Unione Europea aveva visto nelle riserve della Repubblica Islamica una possibile alternativa allo stop del gas russo, magari facendo pressioni sugli Stati Uniti per un allentamento delle sanzioni, le recenti proteste e le conseguenti repressioni del Regime  hanno sempre più allontanato il Paese non solo dagli Stati Uniti, con cui i rapporti non  erano già ottimali a partire dalla presidenza Trump, ma dalla stessa Unione Europea, che invece si dimostrava più aperta a una normalizzazione delle relazioni.

Il Qatar, Stato gasiero che negli ultimi decenni ha fondato la propria potenza e crescita sulle esportazioni di GNL, ha recentemente dichiarato che  non dirotterà il gas destinato ai mercati asiatici verso il Vecchio Continente.

Vi è poi la possibilità di ricorrere ai Paesi dell’area anche per quanto riguarda l’approvvigionamento di energia proveniente da fonti rinnovabili. In particolare, oltre ai progetti che riguardano eolico e solare, Paesi come Egitto e Marocco si stanno ponendo all’avanguardia per divenire futuri hub nel campo della produzione di idrogeno verde. C’è da sottolineare che quest’ultima fonte, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi fondamentale nel processo di decarbonizzazione di industrie e trasporti pesanti.  

C’è infine da considerare che a fronte di un esacerbamento delle relazioni tra Paesi europei e Federazione Russa, stante anche la ritrovata proiezione marittima di quest’ultima nel Mediterraneo, si pone l’imperativo della sicurezza sia per la circolazione delle navi metaniere sia per la tutela dei gasdotti attuali e futuri.  Tutti fattori che incideranno pesantemente tanto sulle scelte dei decisori politici quanto sul prezzo finale del gas. A questo proposito occorrerà aumentare le responsabilità e i compiti in capo alle marine militari europee – e in particolar modo a quella italiana – già ampiamente impegnate in diverse attività nel Mar Mediterraneo, quali quelle del presidio e monitoraggio dei cavi sottomarini e della lotta ai traffici di esseri umani e armamenti.


[1] Richiesta insistente degli ultimi Presidenti statunitensi, riguarda l’aumento dei budget della Difesa dei vari partner europei della Nato. Questo deriverebbe dalla sovraestensione imperiale della superpotenza nordamericana, tra l’altro particolarmente impegnata nella competizione con la Cina, che vorrebbe delegare maggiormente il contenimento dell’altro rivale geostrategico, quello russo, ai Paesi europei. Tuttavia, fino all’invasione dell’Ucraina, gli alleati europei si sono mostrati restii a ricoprire un tale ruolo, anche perché interessati a sviluppare un rapporto diverso con la Russia, nonché una politica estera maggiormente autonoma dagli Stati Uniti. In questo senso ha iniziato a svilupparsi un progetto di autonomia strategica europea, nato attorno all’asse franco-tedesco. Progetto che gli ultimi eventi sembrano tuttavia aver, se non affossato, perlomeno temporaneamente congelato, portando a un aumento dei budget per la Difesa da parte dei Paesi europei e a una loro rinnovata partecipazione in ambito NATO.  

[2] Nell’autorappresentazione collettiva russa, Mosca, e quindi per metonimia la Russia stessa, viene definita come Terza Roma. In tal senso essa si legittimerebbe quale erede sia della Prima Roma, quella latina, sia della Seconda Roma, Bisanzio. Da qui la derivazione del titolo di Zar dal latino Caesar, quasi a voler rimarcare la continuità tra i tre prestigiosi imperi.    

[3]Tuttavia, le politiche di differenziazione energetica intraprese dall’Ue, la sempre più marcata volontà europea di affrancarsi dal gas russo e vari altri fattori, quali gli ingenti costi infrastrutturali che un tale progetto comporterebbe, rendono alquanto improbabile che in futuro la Turchia diventi il punto di snodo del gas russo verso l’Europa. L’interesse di Ankara alla proposta di Mosca potrebbe quindi essere letto come una mossa negoziale nei confronti degli Stati Uniti. Una mossa volta a far sì che Washington allenti la propria cooperazione in termini di difesa e sicurezza con la Grecia. 

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