PER CHI SUONA LA CAMPANA: ELEZIONI DI MID-TERM USA

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Fonte immagine: AP

Tra la continua, lacerante deriva della guerra in Ucraina; un’inflazione che non si ferma nemmeno di fronte all’ennesimo rialzo dei tassi di interessa da parte della FED; la complicata relazione con i Sauditi e la recente allerta contro un eventuale attacco dell’Iran; la ripresa delle tensioni con la Corea del Nord, la notte dell’8 novembre 2022 non si prospetta piacevole per la Casa Bianca.

Il contesto internazionale

L’Ucraina è sempre lì. Presente ed ostinata a non andarsene dall’agenda internazionale (e quindi americana). Sul fronte interno americano però i Repubblicani iniziano a spingere per una riduzione nell’impegno americano a sostegno di Kyiv-Kiev. Auto-esplicative sono le parole di Kevin McCarthy,  leader della (per ora) minoranza GOP alla Camera e prossimo papabile sostituto della Pelocy come Speaker: “It’s not a free blank check”.

A peggiorare la situazione sono inoltre altre due esternalità preoccupanti

La prima riguarda l’Arabia Saudita. Se n’è già parlato abbondantemente nelle settimane scorso della cattiva aria che gira al momento tra Riyad e Washington, ma (sembra) che a complicare il tutto ora si inserisca l’Iran. Un articolo di lunedì 1 novembre scorso del Wall Street Journal, infatti, rivelava le informazioni riguardo ad un probabile (“imminent”) attacco da parte di Teheran nei confronti del Regno Saudita. 

Più precisamente sarebbe stata proprio l’intelligence saudita a fornire queste informazioni agli americani e facendo, di conseguenza, innalzare in tutta la regione del Medio Oriente lo stato di allerta delle forze militari. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha dichiarato che l’America è pronta ad intervenire se necessario, dimostrando ancora una volta come per quanto le relazioni tra Ryiad e Washington siano tese, un fondo comune i due Paesi riescano ancora a trovarlo.

La causa andrebbe ricercata in un tentativo di Teheran di distogliere l’attenzione e la pressione interna che si sta innalzando con le proteste dopo l’omicidio della giovane ragazza Mahsa Amini, e indirizzarle al di fuori del paese. Insomma, classica mossa da manuale.

Tuttavia, si dovrà vedere fino a che punto però le rivelazioni fornite dal Regno siano fondate, dato che infatti non sono ancora disponibili maggiori informazioni. Per il momento è solo arrivata la negazione da parte dell’Iran della veridicità di tali congetture.

L’altro punto caldo (attualmente concretamente più caldo) è la penisola coreana. La Corea del Nord, in particolare, avrebbe lanciato una serie di missili nelle zone di mare limitrofe a Giappone e Sud Corea. L’evento non rappresenta un caso isolato bensì si aggiunge ad una già preoccupante serie di lanci avvenuti nelle scorse settimane.

Gli elementi più preoccupanti. Nella giornata di mercoledì si è registrato il record di 23 lanci in un solo giorno, ma per di più uno dei quelli è caduto a poco meno di 60 kilometri dalle coste sudcoreane: è stata la prima volta che un missile balistico si schiantava nelle acque di Seoul sin dal 1945.

Nella giornata di giovedì 3 novembre, tuttavia, tra i “soliti” razzi c’è il sospetto che vi fosse stato anche un missile intercontinentale (ICBM). Secondo fonti del governo di Seoul, infatti, si sarebbe trattato di un fallitotentativo di lancio del Hwasong-17, ossia il più avanzato missile balistico intercontinentale a disposizione di Pyongyang. L’Hwasong-17 viene considerato dai media Nord Coreani come un potenza deterrente per una guerra nucleare dato che potrebbe, almeno in teoria, raggiungere persino il territorio americano. 

“Fallito” perché, sempre secondo Seoul, sebbene pare che abbia raggiunto un nuovo livello di altitudine e durata rispetto a tutti i precedenti test effettuati da Pyongyang, il missile sarebbe riuscito solo al secondo stage a separarsi prima di cadere nel mare di mezzo tra la penisola coreana e il Giappone.

Kim è dunque tornato a farsi sentire. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale americano ha condannato fermamente l’atto, denunciandolo come “flagrante violazione” di una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e facendo inutilmente crescere tensioni e rischi per una destabilizzazione della regione. 

Inoltre, la risposta pratica di Seoul e Washington non si è fatta di certo attendere, con la decisione di prolungare “Vigilant Storm”, ossia l’esercitazione congiunta delle forze aeree dei due paesi originariamente programmata da lunedì 31 ottobre a venerdì 4 novembre. Non serve che a riprova della delicatezza della situazione e della pericolosa escalation a cui si sta assistendo nella regione (fenomeno pressoché ignorato dai media italiani), l’avvertimento nordcoreano di una “fase incontrollabile”. 

Il contesto interno

L’8 novembre 2022 si avvicina. La storia non favorisce Biden e i democratici dato che, solitamente, alle elezioni di midterm è favorito il partito che non siede alla Casa Bianca.  Ma oltre che il passato anche il presente ci mette del suo, con l’approvazione per Biden scesa al 40% tra la popolazione a stelle e strisce. 

I Repubblicani, dunque, ringraziano il Presidente e si convincono sempre più di potere ottenere il controllo non solo della Camera ma anche del Senato tra pochi giorni: il controllo di anche uno solo dei due rami del Congresso permetterebbe al GOP di ostruire l’agenda legislativa di Biden. 

L’altro grande elemento del presente è l’inflazione. Nella scorsa giornata di mercoledì 2 novembre è arrivata la comunicazione: la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di interesse di 75 punti base. La cura della FED, cioè, per cercare di contenere l’inflazione galoppante di questo 2022 aumenta per il quarto mese consecutivo i tassi di interesse. 

In sintesi estrema: aumentare tassi di interesse significa indurre “manualmente” una recessione nell’economia al fine di fermare l’inflazione. In teoria, un’azione della Banca Centrale mirata ed efficace permetterebbe un breve periodo di aggiustamento. La FED come si è detto è arrivata al quarto mese di rialzo del tasso, si dovrà vedere se sarà abbastanza. In teoria.

La mossa di Biden

Consapevole delle poche possibilità di vittoria che tanto la storia quanto la congiuntura corrente gli forniscono, Joe Biden tenta (e probabilmente continuerà) in questi ultimi giorni di giocarsi gli ultimi assi nella manica.

Mercoledì 2 novembre, l’asso nella manica del Presidente è stata la retorica: “ there’s something else at stake: democracy itself”; “the old expression “freedom is not free,” it requires constant vigilance”, “That’s what democracy is. It’s a choice, a decision of the people, by the people, and for the people”, “We the people must decide whether we will have fair and free elections, and every vote counts”.

Parole di guerra quelle di Biden, su una guerra (civile) che non c’è ancora: “American democracy is under attack”. 

Parole di simboli quelle di Biden, perché i fatti al momento non sono d’aiuto: “For democracies are more than a form of government. They’re a way of being, a way of seeing the world, a way that defines who we are, what we believe, why we do what we do. Democracy is simply that fundamental”. 

La conclusione del discorso è forse quella più illuminante: “You have the power, it’s your choice, it’s your decision, the fate of the nation, the fate of the soul of America lies where it always does – with the people, in your hands, in your heart, in your ballot. My fellow Americans, we’ll meet this moment. We just need to remember who we are. We are the United States of America. There’s nothing beyond our capacity if we do it together. May God bless you all. May God protect our troops. May God bless those standing guard over our democracy. Thank you, and Godspeed.”

Il Presidente sente già il suono della campana e nella disperazione che porta quel rintocco, affida tutto il potere (ergo la responsabilità) alla nazione “You have the power, it’s your choice, it’s your decision”.  Consapevole delle divisioni sempre più profondi verso cui sta andando il Paese (e di cui il suo predecessore, “l’innominabile T” è attualmente il principale sobillatore), cerca di collegare sempre più allo status e alla forza degli USA l’unità della sua base “There’s nothing beyond our capacity if we do it together”.

L’8 novembre la campana suonerà, la domanda non è per chi ma quanto. 

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