LA GRANDE STRATEGIA DELLA TURCHIA NELLA DISPUTA CON LA GRECIA

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Il volatile stato di tensione tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo orientale assume contorni sempre più inquietanti. Animata da una grande strategia revisionista e da una profonda diffidenza nei confronti di alleati e avversari, la Turchia di Erdogan potrebbe trascinare l’Europa in una nuova guerra, questa volta tra due membri della NATO. 

Sono passati ormai due mesi da quando Recep Tayyip Erdogan ha esplicitamente minacciato la possibilità di un’invasione delle isole greche dell’Egeo, denunciando continue violazioni dello spazio aereo turco e quella che viene ormai dipinta da Ankara come un’occupazione illecita da parte di Atene delle isole dell’Egeo orientale. Durante il Teknofest di Samsun, Erdogan ha considerato l’eventualità che la marina turca possa sbarcare “all’improvviso una notte” sulle coste greche, facendo ricorso ad una licenza retorica già usata nel 1974 da commentatori e giornalisti per descrivere l’invasione notturna di Cipro per mano turca e riutilizzata da Erdogan in occasione dell’operazione militare in Siria del 2016. 

Inscritte nel contesto in cui sono state formulate, caratterizzato da una radicata conflittualità tra i due paesi, le dichiarazioni di Erdogan dovrebbero destare non poche preoccupazioni sulla possibilità che la Turchia dia seguito al proprio progetto revisionista mediante l’uso della forza. La plausibilità di un tale scenario è rafforzata dall’abbandono da parte turca della prudente politica estera che per decenni aveva garantito stabilità, seppur precaria, nelle relazioni tra Ankara e i suoi vicini in favore di una strategia dai tratti espansionistici. Risulta dunque necessario interrogarsi sulla natura delle preoccupazioni che hanno spinto la Turchia a rivedere la propria pianificazione strategica in senso revisionista.

Innanzitutto, le elezioni presidenziali previste per giugno 2023 destano nell’AKP di Erdogan importanti preoccupazioni di natura politica-identitaria sul fallimento da parte del presidente turco di colmare l’enorme divario tra l’immagine che la Turchia ha di sé nel Mediterraneo e la reale posizione che essa occupa.

Mentre le circostanze geopolitiche relegano la Turchia ad appena un ruolo di potenza regionale, gli interventi militari in zone di conflitto di particolare rilevanza, le operazioni di interferenza politica all’interno di esse e l’evidente rimostranza nei confronti di delimitazioni territoriali e confini marittimi internazionalmente riconosciuti dimostrano come la strategia turca sia in ultima istanza volta a modificare l’ambiente strategico a essa circostante. Tornando nell’ambito della disputa tra Grecia e Turchia, il tema della sovranità delle isole dell’Egeo è stato a lungo usato dall’opposizione per accusare il partito di Erdogan di acquiescenza nei confronti dell’occupazione greca delle isole e solo recentemente l’AKP ha apertamente messo in dubbio la sovranità di Atene sulle stesse.

Tale cambio di rotta costituisce secondo molti un tentativo di rimediare alla tendenziale contrazione del sostegno popolare per l’alleato de facto dell’AKP, il Partito del Movimento Nazionalista, ed alla crescita dei principali partiti di opposizione. In questo senso, l’occupazione di isole disabitate appartenenti alla Grecia non solo permetterebbe alla Turchia di forzare la disputa sulla delimitazione delle acque territoriali tra i due paesi mediante un fait accompli, ma fornirebbe ad Erdogan un importante strumento di aggregazione del consensocapace di fare leva sui sentimenti nazionalistici della popolazione e sull’immagine trasversalmente accettata di una Grecia ostile all’ascesa Turca nel panorama internazionale.

In secondo luogo, le sorti della disputa nel Mediterraneo Orientale si intrecciano con il desiderio da parte turca di alleviare i cronici problemi economici del paese mediante lo sfruttamento dei giacimenti di gas recentemente scoperti nella regione. L’importazione di energia dall’estero costituisce la fonte principale del deficit delle partite correnti di bilancio turco: a fronte di un deficit di circa 220 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni, la bolletta energetica del paese ha raggiunto i 213 miliardi.

Tuttavia, sebbene la tematica energetica sia spesso messa alla ribalta – complice l’enorme spazio che occupa oggi nel dibattito politico – non si temerebbero obiezioni nell’affermare che le tensioni tra Grecia e Turchia non riguardano l’approvvigionamento energetico. Ad oggi nessun giacimento di gas è stato scoperto nell’area contesa tra Ankara ed Atene e le campagne di perforazione ingaggiate dalla Turchia a largo di Cipro si sono rivelate infruttuose. Inoltre, il brancolante approccio esplorativo della Turchia non fornisce alcuna garanzia nel breve e medio periodo  di scoperte commercialmente rilevanti per Ankara.

Infine, il disappunto della Turchia, e il conseguente mutamento radicale della sua politica estera nel Mediterraneo, deriva in buona parte dalla dimensione strategica del contenzioso con la Grecia. L’esclusione dall’Eastern Mediteranean Gas Forum, nato dalla cooperazione trilaterale tra Cipro, Grecia e Israele per la costruzione del gasdotto EastMed, ha infatti suscitato forti preoccupazioni ad Ankara sulla possibilità che la Turchia potesse essere esclusa dall’emergente quadro energetico e di sicurezza della regione e sul rischio di un riallineamento dei principali attori del Mediterraneo orientale in funzione antiturca.

La principale fonte di frustrazione della Turchia deriva, tuttavia, dal fallimento di isolare la Grecia dalla fitta rete di alleanze della regione e di limitare il suo peso politico all’interno della NATO. In particolare, Ankara è profondamente delusa della crescente importanza e visibilità della Grecia nell’Alleanza Atlantica e dell’instaurazione di relazioni preferenziali tra Washington ed Atene. L’espulsione della Turchia dal progetto F-35 in seguito all’acquisto di sistemi di difesa antiaerea russi S-400 e l’adesione della Grecia allo stesso costituisce un duro colpo per la Turchia, preoccupata non solo della complicità tra Stati Uniti e Grecia, ma soprattutto per il grande contributo che l’adesione al programma fornirà alla scalata di Atene verso la superiorità aerea nell’Egeo.

Inoltre, le recenti prese di posizioni espresse di Washington in favore dell’assoluta sovranità greca sulle isole egee suggeriscono come nell’eventualità di una nuova crisi tra i due paesi gli Stati Uniti si schiererebbe senza alcun dubbio a fianco di Atene. D’altronde, è convinzione sempre più diffusa tra le autorità turche che la revoca dell’embargo statunitense sulle armi nei confronti della Repubblica di Cipro, così come il sostegno statunitense alle milizie curde in Siria, siano parte di un piano di “assedio” della penisola anatolica.

Tale percezione ha dato adito a speculazioni circa l’intento della Grecia di boicottare il tentativo turco di oltrepassare gli ostacoli del Congresso statunitense sulla vendita di 40 F-16 alla Turchia mediante azioni provocatorie ai danni di Ankara. Costituirebbe dimostrazione di ciò l’episodio del mese scorso in cui il sistema di difesa antiaereo greco sull’isola di Creta aveva agganciato jet turchi in volo nello spazio aereo internazionale. Secondo la Turchia, la Grecia avrebbe in tal modo istigato Ankara ad intraprendere azioni militari suscettibili di sanzioni da parte di Washington. D’altronde, lo stesso Presidente Mitsotakis avrebbe tutto l’interesse ad ostacolare lo sviluppo militare della Turchia in vista di una potenziale crisi.

In definitiva, la strategia intrapresa dalla Turchia nel Mediterraneo sembrerebbe mossa da risentimento e frustrazione derivati dall’incapacità di Ankara di vedersi riconosciuto da alleati e rivali il ruolo di grande potenza che essa ritiene di dover ereditare dal proprio passato imperiale. In questo senso, la nuova strategia turca costituisce un adattamento della pianificazione strategica fino a pochi anni fa incentrata intorno alla confidenza che la strada della cooperazione e del rifiuto della coercizione fosse quella giusta per riuscire a negoziare con le grandi potenze in veste di grande potenza.

Al fine di massimizzare il proprio peso nello scenario internazionale, la Turchia ha quindi modernizzato il proprio apparato di sicurezza, rafforzato le proprie capacità di proiezione militare e potenziato il proprio soft power. L’esacerbarsi del senso di insicurezza della Grecia è diretta conseguenza di ciò. Memore dell’invasione turca di Cipro del Nord del 1974, la possibilità di un’occupazione da parte della Turchia di alcune isole contese, per lo meno quelle disabitate, costituisce un’eventualità tutt’altro che escludibile per la Grecia. Al contrario, Atene si sta preparando al peggio.

A dimostrazione di ciò, le forze armate greche starebbero dispiegando un “ombrello” anti-drone a difesa delle isole dell’Egeo orientale mediante l’acquisizione di sistemi d’arma israeliani e il 30 settembre hanno condotto esercitazioni congiunte con la marina e l’esercito francese nella regione.

Certamente, l’uso della forza da parte di Ankara ai danni Grecia verrebbe accolta dalla comunità internazionale con ferma condanna e non farebbe altro che minare ulteriormente le già logore relazioni tra Turchia e alleati NATO. All’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, un comportamento simile riserverebbe a Erdogan un posto a fianco di Vladimir Putin nell’alveo dei nemici dell’Occidente. Inoltre, lo scoppio di un conflitto armato nel Mar Egeo avrebbe un effetto disastroso sulla fragile economia turca, sostenuta in parte dalle entrate del turismo della costa egea, e sulle tratte commerciali turche nella regione.

Questo non è tuttavia sufficiente ad escludere la possibilità di una guerra tra Grecia e Turchia. Del resto, i turchi hanno invaso Cipro nel 1974 nonostante la consapevolezza che essa avrebbe inasprito le relazioni tra Ankara e la NATO. Resta dunque da definire quale prezzo la Turchia sia disposta a pagare per vedere realizzato il proprio progetto revisionista. 

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