Israele-Palestina, la soluzione dei due Stati è un obiettivo raggiungibile?

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Fonte Immagine: Wall Street Journal

A settembre il primo ministro Israeliano Lapid aveva dichiarato all’ONU di appoggiare una soluzione a due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e Palestina. La possibilità che l’apertura di Lapid possa materializzarsi in qualcosa di concreto nel breve termine vede davanti a sé numerosi ostacoli.

La dichiarazione di Yair Lapid alle Nazione Unite

Il 22 settembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo ministro israeliano Yair Lapid aveva dichiarato di essere favorevole alla soluzione dei due Stati per porre fine al decennale conflitto tra Israele e Palestina. Tale soluzione prevede l’istituzione di due Stati per due popoli, quindi lo Stato di Israele per gli ebrei e lo Stato di Palestina per i palestinesi, attraverso una ridefinizione di quelli che sono de facto i confini esistenti.

Nel suo intervento aveva affermato che «un accordo con i palestinesi, basato su due Stati per due popoli, è la cosa giusta per la sicurezza di Israele, per l’economia di Israele e per il futuro dei nostri figli». L’affermazione ha suscitato un notevole clamore nel Paese perché ha riportato sul tavolo una questione, quella dei due Stati, ormai da tempo in fase di stallo. L’idea di dividere la regione in due Stati autonomi e indipendenti non è infatti una novità, ma anzi è stata a lungo discussa in questi decenni di conflitto.

La scoppio del conflitto e i primi tentativi di adottare la soluzione a due Stati

Per capire il contesto in cui è stata ed è dibattuta la soluzione dei due Stati è necessario ripercorrere a grandi linee alcune tappe del conflitto israelo-palestinese. Nel 1947 l’Assemblea Generale approvò la risoluzione ONU 181 con cui veniva stabilita la ripartizione del territorio palestinese in due Stati, uno ebraico e uno arabo. La risoluzione fu accolta dai primi ma immediatamente rigettata dai secondi, ritenendolo un atto ingiusto nei confronti della maggioranza araba che popolava la regione.

Nel 1948, al termine del mandato britannico in Palestina, Israele dichiarò la propria indipendenza, a cui fece immediatamente seguito l’attacco da parte dei Paesi arabi limitrofi (Egitto, Libano, Iraq, Siria e Transgiordania). Il neonato Stato ebraico ebbe però la meglio e con la firma nel 1949 di una serie di armistizi si assicurò il controllo su una porzione di territorio maggiore rispetto a quella che gli era stata concessa con la risoluzione 181.

Nello stesso anno Israele, che godeva del riconoscimento del suo status da parte di più di 50 governi di tutto il mondo, entrò a far parte delle Nazioni Unite. La restante parte del territorio venne invece spartita tra l’Egitto e la Transgiordania. Con la Guerra dei sei giorni, nel 1967, Israele riuscì infine a porre sotto la propria autorità altri territori, tra cui Gerusalemme Est, la Cisgiordania e la striscia di Gaza.

Un primo effettivo tentativo di dividere la Palestina in due Stati venne quindi fatto con la risoluzione ONU 181, sulla base di un’idea avanzata dal governo del Regno Unito circa dieci anni prima. Dopo il rifiuto da parte della popolazione araba, la nascita dello Stato di Israele e decenni di conflitti tra arabi e palestinesi, la soluzione dei due Stati venne seriamente valutata come possibile via per dirimere il conflitto soltanto negli anni ’90. Nel 1993, il Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat (che nel 1988 aveva dato vita allo stato di Palestina proclamandone l’indipendenza) siglarono i cosiddetti accordi di Oslo, noti anche come Dichiarazione di principi, con i quali si stabiliva l’istituzione di un governo palestinese ad interim a Gaza e a Gerico in Cisgiordania e il contemporaneo e graduale ritiro delle truppe israeliane.

All’interno degli accordi vi era anche una dichiarazione con cui l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) riconosceva allo Stato di Israele il diritto di esistere, mentre questo a sua volta riconosceva l’OLP come il legittimo rappresentante della popolazione palestinese. Gli accordi, però, presentavano alcuni importanti limiti, tra cui la mancata definizione dei confini. Seguirono nel 1995 gli accordi di Oslo II, che estesero il raggio d’azione di Oslo I, predisponendo il ritiro delle truppe israeliane da altre 6 città e circa 450 centri abitati. Gli accordi di Oslo vennero tuttavia fortemente osteggiati dagli estremisti religiosi di entrambe le parti e la loro implementazione finì in un nulla di fatto. Negli anni successivi ci furono sparuti e inefficaci tentativi di rivitalizzare le negoziazioni.

Gli ostacoli di oggi all’implementazione di questa soluzione

La soluzione dei due stati invocata da Lapid porta quindi con sé un pesante bagaglio storico e comporta la discussione di alcune questioni e problematiche cruciali per entrambi gli stati. Nonostante la dichiarazione di Lapid sia stata definita da alcune testate italiane come una “apertura storica”, la possibilità che abbia un seguito è infatti minima. Innanzitutto, alle elezioni del primo di novembre, Lapid è stato sconfitto nella corsa all’esecutivo dal suo principale avversario Benjamin Netanyahu, il quale aveva criticato duramente l’intervento all’ONU del primo ministro ad interim.

Netanyahu è infatti un sostenitore convinto della costruzione di insediamenti israeliani in Cisgiordania e rifiuta l’idea di istituire uno Stato di Palestina in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Oltretutto, anche all’interno del governo presieduto dallo stesso Lapid si erano già sollevate voci contrarie, quali quella della ministra degli Interni Ayelet Shaked e del ministro della giustizia Gideon Saar. 

In secondo luogo, si tratta delle quinte elezioni che si tengono nel paese in meno di quattro anni, sintomo di una forte crisi politica, quindi di una instabilità che difficilmente può portare a svolte significative nel modo in cui Israele si relaziona alla questione palestinese. 

Un altro aspetto da notare è la mancanza di consenso riguardo a quali dovrebbero essere i confini esatti dei due Stati. Ad esempio, entrambi gli Stati reclamano Gerusalemme come la propria capitale, una delle rivendicazioni più controverse. Ad aggravare ed allontanare ancor di più la possibilità di trovare un accordo in questo senso è la continua illegale espansione degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati anche attraverso lo sgombero forzato dei palestinesi. 

A complicare il quadro è la cosiddetta “Nation-State Law”, approvata nel 2018. Questa legge, oltre a ribadire che “Gerusalemme, completa e unita, è la capitale di Israele”, afferma che lo stato considera lo sviluppo degli insediamenti israeliani un valore da promuovere e consolidare, in questo modo istituzionalizzando sempre di più gli interventi portati avanti da Israele nei Territori occupati.

A febbraio di quest’anno, in un lungo rapporto, Amnesty International ha affermato che Israele ha messo in atto un sistema di apartheid “nei confronti dei palestinesi attraverso leggi, politiche e prassi che assicurano trattamenti discriminatori crudeli e prolungati”. Oltre agli sgomberi forzati, il rapporto documenta la detenzione amministrativa, la tortura e le uccisioni illegali avvenute sia nei Territori occupati che in Israele. Allo stesso tempo, fa sapere il rapporto, i palestinesi continuano a lanciare attacchi che portano alla morte anche di civili israeliani.

In questo contesto, di violenza e di sgomberi forzati, si fa sempre più complesso trovare un canale di comunicazione e una definizione comune dei confini. Le parole di Lapid non avrebbero riscontrato una certa opposizione solo in patria, ma sembrerebbero difatti essere state prese con scetticismo anche dalla controparte palestinese.

Wasel Abu Youssef, alto esponente dell’OLP, ha dichiarato a Reuters che le parole del leader israeliano «non significano nulla» e che «chiunque voglia una soluzione a due Stati deve attuarla sul campo», rispettando gli accordi raggiunti in passato, riconoscendo Gerusalemme Est come capitale dello Stato palestinese e fermando l’espansione degli insediamenti.

Infine, la maggioranza degli ebrei israeliani non supporta la soluzione dei due Stati. Secondo l’indagine condotta dall’Israel Democratic Institute (pubblicata il 25 settembre 2022), solo il 31% degli ebrei israeliani sarebbe favorevole. Le percentuali, tuttavia, risultano molto diverse se si guarda agli arabi israeliani, il 60% dei quali si dichiara a favore.

Stando a questi dati, quindi, la realtà sarebbe diversa da quella prospettata da Lapid, che invece alle Nazioni Unite aveva parlato di una grande maggioranza del popolo israeliano a sostegno della soluzione dei due Stati. Questa soluzione, per il momento, non sembra quindi essere una via davvero percorribile per porre fine al conflitto israelo-palestinese.

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