Turchia: mediatore o giocatore singolo?

12 mins read

La proposta di Putin di creare in Turchia un hub per il gas Russo è stata formulata il 13 ottobre al vertice di Astana in Kazakistan, dove ha preso luogo l’incontro tra Erdogan e Putin. Sembrerebbe un tentativo di Mosca di creare nuovi canali di sbocco, che si incontra con l’ambizione della Turchia di diventare una potenza energetica tra l’Europa e l’Asia.

Turchia tra UE e NATO

Le grandi mire della Turchia di Erdogan hanno portato Ankara ad incrinare rapporti con molte capitali, Europee e membri dell’alleanza NATO. Facciamo un passo alla volta.

Le relazioni tra Europa e Turchia hanno una lunga storia, iniziata nel 1963 quando la Comunità Europea firmò il primo accordo di associazione con Ankara. Da qui il quadro di cooperazione è stato mantenuto con non poche difficoltà. Ma nel 1999 si è iniziato il suo lungo percorso di adesione nell’Unione Europea con l’apertura dei negoziati, solo nel 2005. Negoziati che procedettero intensamente nei primi tempi, nonostante le perplessità dei governi e dell’opinione pubblica europea, per incagliarsi in anni più recenti con l’arrivo al potere di Erdogan, fino ad una loro sospensione “sine die” di fronte all’involuzione autocratica del governo turco e della sua disinvoltura nei rapporti con i partener europei e dell’alleanza atlantica. 

Negli ultimi anni a gravare il delicato rapporta tra Ankara e Bruxelles sono state le scorribande della marina turca nel Mediterraneo e in Libia, accendendo tensioni con Italia, Francia, Grecia e Cipro.

Un’altra preoccupazione, che dà un ulteriore elemento di ambiguità, è avvicinamento turco verso la Russia. Un esempio è l’acquisto da parte della Turchia del sistema russo di difesa missilistica terra-aria S-400. Per gli Stati Uniti il sistema S-400 poteva essere utilizzato come spia per raccogliere dati sui sistemi NATO. In seguito a quest’accordo gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni all’industria della difesa turca e rimosso Ankara dal programma degli F-35, caccia di ultima generazione, a cui sviluppo ha partecipato la Turchia stessa. Oggi le relazioni russo-turche sono particolarmente forti. Le differenze ci sono, ma quello che permette ad entrambe di collaborare e di aver un dialogo è il fatto di avere problemi con l’occidente. La Turchia, con l’UE e con altri Paesi, ha problemi inerenti alla questione di Cipro, e la posizione assunta da molti stati sul genocidio armeno e sulla questione curda. La vicinanza occidentale a questi temi è stata controbilanciata dal supporto incondizionato offerto dal presidente russo Putin. Poi c’è un altro fatto che infastidisce la Turchia: gli USA si rifiutano di estradare Fethullah Gulen, ritenuta da Ankara l’organizzatore del mancato golpe del 2016, e inoltre, il non riconoscimento di “FETO” (Fetullahist Terrorist Organization) come organizzazione terroristica.  

La Turchia come mediatore tra l’Occidente e Mosca

Dal 24 febbraio quando la Russia ha iniziato l’invasione dell’Ucraina, il blocco occidentale ha sostenuto la posizione dell’Ucraina. Tra i paesi del blocco occidentale c’è la Turchia, membro NATO, la quale rispetto agli altri Paesi (UE e USA) ha avuto una posizione più leggera nei confronti di Mosca. Nonostante il “supporto” diplomatico in aiuto a Kiev, Ankara non ha mai messo in atto sanzioni contro la Russia. Infatti tutt’ora ella riceve forniture energetiche regolari tramite il gas-dotto Turkstream che collega la Russia alla Turchia.

In questi mesi di guerra l’atteggiamento morbido di Ankara le ha consentito di acquisire una posizione di mediatrice tra le due nazioni in conflitto, ma anche tra il blocco occidentale e la Russia. Gli sforzi diplomatici messi in gioco da Erdogan hanno portato alla firma di un accordo ad Istambul sul grano fermo nei silos di Odessa, Chernomorsk e Yuzhny. L’accordo raggiunto ha evitato un incubo per i Paesi in via di sviluppo e frenato le speculazioni sui prezzi dei generi alimentari. Ricordiamo che l’Ucraina esporta grano, ma anche fertilizzanti, mangime per animali da fattoria, acciaio e ferro. Con il blocco dei porti le conseguenze hanno implicato per i primi sei mesi di guerra speculazioni in tutta Europa e rialzo dei prezzi delle materie prime.

Un altro successo diplomatico è stato raggiunto il 22 settembre con lo scambio di prigionieri tra Russia e Ucraina. 205 prigionieri ucraini e 10 stranieri sono stati rilasciati in cambio di 55 prigionieri russi, tra i dieci prigionieri stranieri che hanno combattuto a fianco degli ucraini ci sarebbero soldati provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Marocco, Svezia e Croazia.

Gas turco-russo per l’Europa?

Il Presidente turco Erdogan ha aspettato due giorni prima di pronunciarsi sull’offerta del Presidente russo Putin, ma alla fina la risposta di Ankara è stata positiva. Tant’è vero che Erdogan ha dichiarato che: “non c’è tempo da perdere”. Un progetto che, nelle speranze di Ankara, potrebbe ridefinire gli equilibri energetici e geopolitici tra UE, Asia, Medio Oriente, senza dimenticare la Libia.

Per l’UE c’è anche il progetto del gasdotto EastMed che collega i giacimenti del Mediterraneo orientale alla Grecia, da lì poi al resto d’Europa. Intorno all’EastMed ci sono Israele, Egitto e Cipro. Erdogan da tempo sta cercando di destabilizzare questo mega affare, scatenando la rabbia della Grecia.  Inoltre ha siglato anche un accordo per una zona economica con la Libia che viola le leggi della geografia, perché disegna una linea verticale nel bel mezzo del mare, dimenticando che quelle acque siano soggette anche al controllo delle autorità greche. Quell’area di mare cretesi è Unione Europea, e territorio di un Paese Nato. Inoltre di recente la Turchia ha siglato un protocollo d’intesa con la Libia che mira allo sfruttamento delle acque territoriali, aumentando la pressione in un territorio già poco stabile. 

La Turchia è molta attiva anche sul continente europeo, dove da anni ha stretto rapporti con i Paesi Balcani, rafforzando dei legami bilaterali, rilanciando la cooperazione economica e soprattutto il ruolo di Ankara nei conflitti politici interni. Non a caso nel settembre scorso Erdogan ha visitato Bosnia Erzegovina, Serbia e Croazia. La visita del presidente turco coincide con un momento di tensione con la Grecia, accusata da Ankara di aver commesso una serie di violazioni dello spazio aereo e marittimo turco. Questa situazione ha visto la Turchia minacciare Atene di usare azioni militari.

Turchia, di nuovo con il coltello dalla parte del manico?

L’Europa ha già avuto dimostrazione di come vengono gestiti tutti quegli elementi che possono diventare una spina nel fianco, ovvero armi di ricatto da parte della Turchia. Ricordiamo che nel 2011 a causa della guerra civile in Siria sono giunti in Turchia circa 3,6 milioni di rifugiati. Essi sono stati utilizzati come leva per giungere ad un accordo, per fare in modo che in Europa non giungessero ulteriori profughi clandestini. Infatti nel marzo del 2016 il numero dei migranti che sono entrati in UE dalla Turchia è diminuito in modo significativo, grazie all’impegno di Ankara a fronte di 6 miliardi di euro versati dall’Unione alle casse turche.

Oggi potremo essere di nuovo alla vigilia di una situazione simile dove ad essere utilizzato come mezzo di pressione, sarà il gas.

Un altro elemento da tenere sott’occhio dovrebbe essere la Cina, la quale non viene più vista come “partner”, ma come “competitor”. La scelta della Germania di cedere alla Cosco (Società statale cinese) una quota pari al 24.9% del terminal marittimo di Tollerort (Amburgo) dovrebbe porre una serie di domande agli Stati membri dell’UE. Anche perché, il gruppo chimico tedesco BASF ha annunciato di aver avviato, nello Zhanjiang (Cina), la sua produzione, e di voler investire 10 miliardi entro il 2030, riducendo allo stesso tempo la sua produzione in Europa. Poi, per concludere con la Germania, Berlino pare sia intenzionata di approvare la vendita della fabbrica di microchip tedesca Elmos a Silex, società svedese, ma controllata da Sai Microelectronics società cinese.

Alla luce di questi eventi l’Europa dovrebbe trovare unità e forse cercare di non guardare più ad est, ma all’Africa e porre le basi per un sistema Euro-Mediterraneo. Perché? 

Perché i Paesi del Nord-Africa, che sono tutti in via di sviluppo, piano piano ridurranno le loro quote di esportazione di gas per far fronte alla loro domanda interna. E se l’Europa non interverrà potremmo vedere altri Paesi terzi (come la Turchia, la Russia e la Cina, già presenti in Africa) giocare un ruolo dall’altra parte del Mediterraneo, considerando anche la delicata questione del grano nei porti ucraini. 

L’incontro non programmato tra la neo-eletta Premier italiana Giorgia Meloni e il Presidente francese Macron potrebbe dare continuità alla costruzione di un’asse italo-franco che guidi l’Unione per affrontare queste sfide. 

Latest from EUROPA

La crisi alle porte dell’UE

La crisi Serbia-Kosovo ha visto l’intervento diplomatico dell’Unione Europea e, recentemente, dell’Italia. Quale sarà il ruolo