L’ombra del Cremlino sul Sahel

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Alla fine di settembre, il Burkina Faso ha vissuto il suo secondo colpo di stato dell’anno, all’esito del quale, il capitano Ibrahim Traoré, 34 anni, è divenuto il più giovane leader nazionale di tutta l’Africa. Il colpo di stato, in gran parte incruento, è stato denunciato dall’Unione Africana, da funzionari dell’UE e degli Stati Uniti mentre gli applausi provenivano sopratutto dal Cremlino.

In un messaggio pubblicato tramite l’app Telegram, Evgenij Prigožin, capo del gruppo Wagner e oligarca russo vicino alla cerchia ristretta del presidente Vladimir Putin, ha dichiarato che il colpo di Stato ad opera di Traorè era del tutto necessario.  “Il popolo del Burkina Faso era sotto il giogo dei colonialisti, che derubavano il popolo e giocavano ai loro vili giochi, addestravano e appoggiavano bande di banditi e causavano molto dolore alla popolazione locale“, ha detto Prigozhin.

Scene di giubilanti sostenitori del colpo di stato nella capitale Ouagadougou hanno mostrato alcune bandiere russe che sventolavano, simbolo ed esempio del riflesso dell’azione di Mosca in Africa occidentale che lì fornisce un’alternativa politica. Il golpe è stato uno degli ultimi eventi di un 2022 che era iniziato già con un evento geopoliticamente importante come la conclusione della decennale campagna antiterrorismo francese nelle nazioni del Sahel centrale.

Da anni il Burkina Faso è alle prese con una straziante crisi inerente la sicurezza del territorio; i militanti islamisti controllano varie zone del Paese. Migliaia di civili sono stati uccisi solo nel 2022 mentre circa 2 milioni di persone – un decimo della popolazione del Burkinabe – sono diventate sfollate a causa dei combattimenti che hanno distrutto numerosi piccoli centri abitati. Il tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, il precedente leader del colpo di stato che Traoré ha destituito, ha preso il potere a gennaio 2022 con la scusa che il governo stava deludendo i militari circa la condotta e le strategie utilizzate contro gli insorti.

In questo vuoto di potere lasciato prima dalla Francia e rafforzatosi poi con l’instabilità politica generata dai due colpi di Stato, la Russia potrebbe insinuarsi come nazione di riferimento. La presenza del Cremlino però non è del tutto nuova in Africa; l’influenza russa nella regione è stata costruita negli anni in virtù di una proiezione del proprio soft power che inizia almeno dal 2018. Il gruppo Wagner, alternativa meno diplomatica della politica estera russa nel mondo, è stato arruolato per aiutare i fragili regimi africani a reprimere le insurrezioni estremiste islamiste. 

Nella Repubblica Centrafricana, Mozambico, Libia e ora Mali, appaltatori militari russi hanno operato sul campo insieme alle forze locali.  Dal colpo di stato del 30 settembre in Burkina Faso emerge che la nuova giunta prenderà in considerazione la possibilità di forgiare un nuovo “partenariato strategico” con Mosca e di allontanarsi dalle precedenti intese con le potenze occidentali

Anche se non è chiaro quale sia la presenza effettiva della Russia in Burkina Faso, il colpo di stato pone le basi per un nuovo capitolo in un più ampio contesto geopolitico. Alcune nazioni africane, tra cui una manciata di stati dell’Africa occidentale, hanno appoggiato in modo evidente la Russia alle Nazioni Unite e in altri forum internazionali. In pratica l’Africa costituisce il bastione della difesa russa nei grandi forum di dibattito internazionale; motivo per cui Mosca, dopo la Guerra Fredda sta nuovamente ritornando ad investire – per lo più in armamenti – nei rapporti con i Paesi africani.

La regione del Sahel sta diventando un ulteriore campo di battaglia per la rivalità tra la Russia e l’Occidente, la lotta sta diventando molto cruenta e asimmetrica nella regione, ad esempio in  Burkina Faso e in Mali (Stati con notevoli riserve di oro e altri minerali preziosi) si sono verificati un totale di tre – ora quattro – colpi di stato dal 2020.

Il Mali, il più grande vicino del Burkina Faso, fornisce l’illustrazione più nitida della dinamica. Per quasi un decennio è stato il principale palcoscenico di una missione militare francese volta a respingere le avances di fazioni militanti estremiste, tra cui al-Qaeda, gruppi legati allo Stato Islamico e separatisti di etnia tuareg. Ma dopo i primi successi, l’operazione si impantanò e il sentimento antifrancese crebbe, sia per i fallimenti militari sul territorio, sia per l’ostilità ancora vigente figlia di un passato colonialista. Proprio in virtù di quanto appena descritto, negli anni anche il Mali si è prima avvicinato e poi rivolto più pubblicamente alla Russia. A settembre 2022 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo ministro maliano Abdoulaye Maiga ha celebrato la “cooperazione esemplare e fruttuosa tra Mali e Russia” e ha confermato che l’intera regione a lungo dominata dalla Francia, sarebbe transitata favorevolmente sotto l’egida di Mosca.

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