L’annosa questione del disarmo delle milizie libiche

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Miliziani festeggiano la sconfitta degli islamisti. Fonte Immagine: nationalinterest.com

Gli scontri occorsi a Tripoli durante l’agosto del 2022 hanno riportato al centro del dibattito la questione del disarmo delle milizie. L’approccio multidimensionale al problema dei gruppi armati e del fallimento dello Stato libico non ha portato a risultati effettivi, a causa anche della miopia degli attori internazionali. Il riavvio del processo di smobilitazione, iniziato quest’anno, potrebbe portare grossi benefici per il popolo libico e per il nostro Paese, oltre che garantire la sicurezza europea.

Sul finire dell’agosto 2022 le milizie del governo di Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbeibeih, hanno respinto l’assalto portato avanti da Fathi Bashagha, ex ministro dell’interno di Tripoli e adesso a capo del governo di Tobruk. Bashagha denunciava l’illegittimità del governo Ddeibeh in quanto la sua autorità politica era seriamente compromessa, a causa del fallimento del processo di riconciliazione. Gli scontri hanno lasciato sul terreno, secondo alcune stime, circa 32 morti e 159 feriti. La rinnovata conflittualità libica ha portato altri attori locali ad esprimere il proprio dissenso contro l’esecutivo di Tripoli: la Brigata 777, situata nell’area di Sirte, ha minacciato il ricorso alla forza e di marciare sulla Tripolitania in armi.

Dbeibeh, tuttavia, è sostenuto direttamente dalla Turchia, con la quale ha sottoscritto degli accordi nel giugno 2022: in cambio di assistenza militare volta a garantire la difesa del governo di Tripoli, la Turchia ha ottenuto i diritti per esplorare le acque libiche e i territori sotto il controllo del Governo di Accordo Nazionale alla ricerca di idrocarburi; inoltre, Ankara si è assicurata il controllo delle rotte energetiche libiche e della trasformazione dei prodotti energetici, accordandosi sulla costruzione e gestione di impianti di raffinazione in loco e dei gasdotti/oleodotti. Con la messa in sicurezza dell’approvvigionamento energetico e il dispiegamento delle truppe sul terreno, la Turchia prova a rafforzare il suo presidio in Nord Africa, anche in vista di un eventuale espansione nel Sahel e dell’entropia politico-militare in corso nel Mediterraneo. 

Purtuttavia, la matassa libica, visto il frammentato e complesso contesto politico nel paese, è ben lungi dall’essere risolta.  Dopo circa undici anni dalla caduta del governo di Gheddafi e il tentativo di transizione politica, il paese rimane ancora spaccato in tre grandi aree, in cui nessuno dei due governi legittimi, instauratosi uno in Tripolitania e l’altro in Cirenaica, controlla effettivamente e capillarmente il territorio. Difatti, nel periodo successivo a Gheddafi, il vuoto politico sorto in Libia è stato occupato da altre entità, come le tribù e le milizie, le quali molto spesso sono interconnesse.

Per una società come quella libica, caratterizzata da una forte componente tribale[1], pare quasi lapalissiana l’emersione di interessi localistici, sempre più distanti dalla volontà di riunificare il paese. Questa condizione, tuttavia, si è esacerbata quando le milizie che combatterono contro il regime gheddafiano si sono trovate a dover occupare gli spazi lasciati dalla caduta dello Stato libico. L’ampia diffusione degli armamenti (secondo alcune stime almeno 20 milioni di armi circolano nel 2022), gli investimenti dei governi stranieri e il fallimento del processo di smobilitazione (di cui parleremo fra poco) ha fatto sì che il fenomeno delle bande armate si alimentasse ad un livello tale da rendere la situazione insostenibile.

La totale mancanza di un’entità statuale in grado di mantenere un controllo reale sul territorio ha portato le milizie a instaurare una sorta di “patto sociale” con le popolazioni locali, e in taluni casi le masnade si sono occupate non solo di provvedere alle esigenze di sicurezza della popolazione, ma anche di erogare altri servizi, sociali e primari. Questo processo non è stato tuttavia positivo: spesso le milizie si sono macchiate di crimini nei confronti della popolazione civile, compiendo ogni genere di soprusi; ciò ha avuto alcune conseguenze notevoli nel (mancato) processo di transizione politica. 

Innanzitutto, la violenza dei miliziani ha fatto sì che si riducessero i margini di manovra dei governi libici e dell’ONU per quanto riguarda i tentativi di “riconciliazione nazionale”, poiché le milizie non esitavano a ricorrere alle armi per difendere i propri interessi e cercavano di dettare i parametri con cui edificare il nuovo Stato. A questo si affiancano i fallimenti delle autorità di transizione politica avvenuti nel 2013, quando si cercò di inquadrare all’interno di una cornice legale circa 250.000 miliziani: il processo di regolarizzazione del mestiere bellico, definito Warrior Affairs Commission, andò incontro ad un vicolo cieco poiché a fronte di un gran numero di aspiranti militari non si disponeva degli equipaggiamenti adatti e non si era insistito su un approccio omnicomprensivo al problema delle bande armate.

A questo si aggiungeva inoltre il problema dei finanziamenti stranieri, poiché molti Stati preferivano tutelare i propri interessi senza doversi interfacciare con un governo che disponeva di una scarsa autorità politica. L’iniziativa su citata non fu isolata: nel 2011 si cercò di riunificare i comandi militari cittadini tramite il Comitato Superiore di Sicurezza e, qualche anno dopo, si istituirono le Forze di difesa libiche. Entrambi i progetti fallirono. La mancata re-integrazione dei miliziani ha persino portato ad un aumento degli scontri tra le bande, volti ad affermare la propria supremazia e i propri interessi. 

Il prosieguo del conflitto ha reso assai difficoltoso il processo di smobilitazione e disarmo, anche a causa dell’inasprimento delle ostilità, dovuto, in primo luogo, agli scontri tra Tripoli e Tobruk, ma anche all’insorgere dello Stato Islamico in Libia. 

Tuttavia, le milizie si sono rivelate fondamentali nella difesa del GAN durante l’offensiva di Haftar avvenuta nel 2019, in quanto sono riuscite a respingere l’attacco di Tobruk. Anche per questo motivo rimane difficile, per il governo di Tripoli, incidere con forza sulla smobilitazione delle milizie. 

Dopo vari anni di incertezze, con l’istituzione del cessate-il-fuoco concordato alla Conferenza di Berlino del 2020, si avvia un nuovo processo di pacificazionela Commissione 5+5 viene indicata come la migliore soluzione per contribuire all’abbassamento delle tensioni in Libia. Il nuovo dispositivo diplomatico, che ha ottenuto in questi due anni pochi successi, è composto da 5 alti ufficiali tripolini e 5 di Tobruk. La Commissione si è riunita recentemente a Toledo, nel marzo 2022, per avviare i lavori diplomatici sul reintegro dei miliziani in reparti regolari. Tuttavia, con i fatti avvenuti in questo agosto, i progressi della Commissione hanno subito una battuta di arresto. 

Questo pone le autorità libiche e, soprattutto, noi italiani (ed europei) di fronte a un grosso dilemma: come possiamo favorire un processo di riconciliazione in una società fortemente conflittuale come quella libica?

Vista l’elevata interconnessione tra le milizie, le tribù e il governo, sarebbe sciocco non re-integrare le bande armate, sulla scia della linea diplomatica tenuta fino ad ora. D’altronde, l’intrinseca conflittualità presente nella società libica a causa della sua natura prettamente tribale, già rendeva la Libia uno Stato con una struttura socio-politica assai fragile, la quale costringeva i governanti a dover ricorrere a sofisticate politiche di pesi e contrappesi per ora limitare, ora ampliare, l’influenza di talune tribù a scapito di altri, al fine di mantenere un sistema di potere quanto meno funzionante.

L’introduzione dell’elemento miliziano ha esacerbato la problematica, poiché ha contribuito a minare la debolissima edificazione politica sorta in seguito alla sconfitta di Gheddafi e ha fatto sprofondare il paese nel caos. La notevole instabilità presente in Libia non pone solo una minaccia per gli abitanti del paese, ma contribuisce, in primo luogo, alla destabilizzazione della regione africana, con tutti i rischi che ne conseguono (insicurezza energetica e immigrazione in primis).

La riconciliazione nazionale libica, tuttavia, sarà possibile solo nel momento in cui si cercherà di trattare con le milizie come soggetti politici autonomi e non come elementi da estirpare. Al di là di considerazioni umanitarie e politiche, non possiamo escludere i miliziani dal processo di pacificazione, pena il suo fallimento. La questione poi risulta contro-intuitiva: il governo di Tripoli, incapace di controllare il territorio e scarsamente legittimato, può davvero favorire la pace in Libia?

Le milizie, al contrario del GAN (e in una certa misura anche di Tobruk), controllano e amministrano ampi territori all’interno del paese; trattare con loro senza ritenerli soggetti dotati di autorità politica rischia seriamente di contribuire alla trasformazione della Libia in un paese controllato da cartelli criminali e un porto sicuro per terroristi. 

Il disarmo libico, quindi, dovrà poi passare non solo dalla riattivazione della Commissione 5+5, ma anche da maggiori sforzi da parte di attori esterni, in grado di influenzare le parti, per re-integrare politicamente i miliziani. Sarà fondamentale anche cercare di contenere le aspirazioni di Tobruk, il quale comportamento limita le possibilità di un accordo politico fra le due entità, poiché esso cerca di minare la credibilità di Tripoli. In seguito, dovrà essere necessario porre le autorità statuali sotto un controllo internazionale, al fine di contenere pulsioni che potrebbero riaccendere le ostilità.

È necessario non sottovalutare la componente economica: non si può disaccoppiare la ripresa economica dalla ricostruzione politica, poiché la già fragile situazione sociale rischia di alimentare nuovamente la fiamma della ribellione. In aggiunta, la popolazione che si troverà senza protezione sociale andrà ad aumentare le fila delle milizie, oppure cercherà protezione tramite esse. 

In conclusione, per risolvere la questione del disarmo libico sarà necessario adottare un approccio integrato che preveda la compartecipazione di più attori e un’azione omnicomprensiva su più tavoli (diplomatico-politico, militare ed economico) per raggiungere una vera soluzione. 


[1] La complessa struttura sociale libica meriterebbe una trattazione a parte. Per quanto riguarda il tema, si rimanda a cfr. Al-Hamzeh Al-Shadeedi & N. Ezzeddine, Libyan tribes in the shadows of war and peace, Clingendael, Netherlands Institute of International Relations (NIIR), 02/19.

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