LIBANO – ISRAELE: UN ACCORDO DI SPERANZA

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Fonte Immagine: ANSAMed.it

La notizia dell’accordo marittimo tra il Libano e Israele non ha forse ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato, trattandosi di un passo storico per la stabilità della regione. Laddove non possono le armi e la diplomazia, può il denaro. I reciproci interessi economici tuttavia, sebbene siano la base del compromesso, celano sviluppi di carattere politico non trascurabili.

Un accordo storico

L’accordo tra Israele e il Libano, seppur riguardante un tratto di mare di alcune centinaia di chilometri quadrati, marca un momento storico per le relazioni tra i due Paesi. I due Stati, formalmente in guerra dal 1948, hanno raggiunto un compromesso per la definizione dei confini marittimi al fine di delimitare le reciproche zone economiche esclusive e procedere con l’esplorazione di gas nei siti contesi di Qara e Karish. La precarietà delle relazioni tra Beirut e Tel Aviv è confermata dal permanere di un cessate il fuoco raggiunto dopo le ostilità del 2006.

L’accordo è stato possibile solo perché frutto di una lunga mediazione americana condotta da Amos Hochstein, già Senior Advisor al dipartimento sulla sicurezza energetica. Si tratta di un passo fondamentale nella perenne ricerca di sicurezza da parte di Israele nonché per lo stemperamento delle tensioni nell’area. L’auspicio è che l’accordo costituisca un fattore deterrente per le minacce provenienti dal gruppo di Hezbollah oltre che per ridimensionare l’influenza di Teheran. Il gruppo, guidato da Nasrallah è di fatto uno Stato nello Stato, la sua influenza è resa possibile dal supporto economico e militare proveniente dall’Iran.

La firma dell’accordo è conseguenza del placet di Nasrallah che non può più ignorare la crescente protesta di un popolo ormai allo strenuo e avverte i rischi di esacerbare il malcontento popolare perseguendo nella sua strada d’intransigenza. La retorica anti-israeliana e di difesa degli interessi libanesi sarebbe definitivamente morta se avesse impedito la sigla del compromesso. L’incertezza risiede nel capire se e fino a quando, questo appeasement durerà.

Israele intanto continua il processo di normalizzazione con i vicini arabi, iniziato nel 1978 con gli accordi di Camp David sottoscritti dall’egiziano Sadat e da Begin, proseguiti nel 1994 con la Giordania, sino ad arrivare al 2020 anno in cui sono sopraggiunti gli accordi con Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan. Certo, permane l’ostilità di Paesi più marcatamente filo-islamisti quali Turchia e Qatar oltre che ovviamente dell’Iran, ma è innegabile che l’accordo con il Libano costituisca un successo israeliano e della politica mediorientale di Washington. 

L’importanza economica

A Beirut è assegnato il giacimento di Qana, mentre lo sfruttamento di Karash ad Israele. L’area oggetto di disputa si estende su di una superficie di circa 900 km quadrati, compresa nella ZEE- zona economica esclusiva all’interno della quale vengono riconosciuti speciali diritti su ciò che vi si trova. L’accordo dovrebbe garantire ad Israele il 17% dei futuri profitti libanesi su Qana, essendo il sito parzialmente nella ZEE israeliana. Israele nell’immediato ottiene Karish, situato più a sud e vicino agli altri giacimenti di Tamar e Leviathan. 

In quest’ultimo, sono state stimate risorse per 535 miliardi di metri cubi di GNL, divenendo il secondo più grande sito dell’intero mediterraneo dopo Zohr, scoperto al largo dell’Egitto nel 2015. Sulla profittabilità del sito assegnato a Beirut pendono alcune incertezze: preliminarmente occorrerà verificare l’effettiva portata dei giacimenti. Non è stata ancora svolta attività di perforazione dal consorzio incaricato, che comprende tra le altre la francese Total e l’ENI.

Successivamente occorrerà valutare se l’endemica corruzione del sistema di potere libanese riuscirà ad essere limitata al fine di creare la struttura amministrativa necessaria per la proficua gestione e ripartizione dei proventi ottenuti e infine, l’accordo non specifica i meccanismi di distribuzione delle royalties spettanti ad Israele. E’ evidente però, che al netto delle incertezze, la disastrata economia libanese non possa permettersi di trascurare nulla. Qualche dato può aiutare a comprendere la gravità della situazione: a marzo 2020 è stato dichiarato default sul debito estero, sono in vigore misure di limitazione alla liberta di circolazione dei capitali, il PIL pro capite si è dimezzato nel corso di un decennio, dal 2019 il PIL si è ridotto del 58% e secondo le Nazioni Unite tre libanesi su quattro sono poveri.

Un panorama desolante per quella che era la Svizzera del Medio Oriente. Per Beirut si tratta della necessità di intraprendere un percorso di risanamento economico e di attrazione di investimenti diretti esteri, oltreché di veder finalmente giungere in patria le compagnie occidentali deputate alla ricerca ed estrazione del gas che sino ad ora, causa le dispute, si erano astenute dall’operare. Per Israele viceversa, si aprono grandi opportunità: dopo aver proficuamente intrapreso una grande politica di investimenti green, le risorse di GNL a sua disposizione in proporzione alla popolazione – circa dieci milioni di abitanti – le permetteranno di essere energeticamente autonoma e di affermarsi quale Paese esportatore, in un periodo storico nel quale l’Europa è alla ricerca di partner affidabili per eliminare la sua dipendenza dal gas russo.

Le reazioni 

Il plauso dell’amministrazione Biden è sintomo della necessità di conseguire – finalmente – un successo di politica estera. Vi è poi la soddisfazione di aver mediato su di un long standing problem, accendendo una pur flebile speranza di pacificazione tra i contendenti. Per il premier israeliano Lapid, in vista delle votazioni del primo novembre, l’accordo conseguito è una tappa fondamentale nel cammino della ricerca di sicurezza nella regione. La prevedibile de-escalationche ne conseguirà consentirà ai futuri governi di concentrare le risorse su altri fronti.

Da parte libanese, il presidente Michel Aoun che cesserà il suo mandato il 31 ottobre, ha dichiarato che il Libano è soddisfatto della versione finale dell’accordo che consente di preservare e vedere riconosciuti i diritti sulle risorse naturali. Viceversa, per le opposizioni israeliane e specialmente per Benjamin Netanyahu, Lapid ha concesso troppo al Libano e ne ha contestato il modus procedendi, che ha limitato l’intervento del Parlamento israeliano, la Knesset. A questo riguardo, l’Alta corte di giustizia dello Stato di Israele ha respinto alcune petizioni presentate al fine di  bloccare l’iter dell’accordo, dando di fatto il via libera per la firma da parte dell’esecutivo, avvenuta nella giornata di giovedì 27 ottobre, in una cerimonia tenutasi nella città di Naquora.

Da un punto di vista giuridico, il procuratore generale Gali Bahrav-Miara ha precisato che, seppur auspicabile, il governo non avesse bisogno dell’approvazione della Knesset per la conclusione dell’accordo. Nella zona contesa, le tensioni hanno conosciuto fasi diverse. Recentemente, una nuova escalation si era verificata quando Israele annunciava in estate che la compagnia ENERGEAN era pronta a lavorare al sito di Karish; in risposta il gruppo Hezbollah lanciava diversi droni, mentre Hassan Nasrallah aveva minacciato di scatenare una guerra contro Israele se avesse cominciato le operazioni di estrazione. Nel 2021 Beirut aveva modificato l’estensione della ZEE, portandola alla linea di demarcazione numero 29, invece della 23, posizionata più a sud contemplante il sito di Karish.

L’EastMed


Tra le conseguenze del conflitto russo-ucraino, è cosa nota, vi è la partita del gas. Israele, unitamente a Cipro e Grecia fa parte del cosiddetto Energy Triangle, piano di estrazione del gas concordato tra i tre Paesi che hanno concordato di sfruttare a tal fine i siti di Tamar, Leviathan e Aphrodite. Nel 2019, alla presenza dell’allora Segretario di Stato Mike Pompeo venne firmato un accordo intergovernativo per il gasdotto EastMed-Poseidon, in seguito parzialmente ridimensionato ma che potrebbe ora tornare di stretta attualità.

Il progetto definito nel 2013 strategico e di interesse comune dall’Unione europea, di recente è stato inserito nel piano Repower Eu Plan – finalizzato a svincolare il continente dalla dipendenza russa e accelerare nella conversione energetica –  ha un costo stimato di circa 6 miliardi di euro. Il gasdotto avrebbe un’estensione di 2000 chilometri, collegando il Bacino Levantino con la Grecia per poi proseguire verso l’Italia con una capacità di trasporto di 10 miliardi di metri cubi l’anno, potenzialmente raddoppiabili. L’italiana Edison è socia al 50% del consorzio IG Poseidon con la greca Depa. Nel gennaio 2022 il sostegno americano al progetto è venuto meno, con la giustificazione di essere economicamente sconveniente.

Alcuni hanno visto in questa decisione un sostegno diplomatico ad Ankara, da sempre contraria alla realizzazione dell’infrastruttura, transitante  per acque contese con la Grecia e Cipro. Certo, dopo il 24 febbraio nessuna opzione è però scartabile e la fluidità delle posizioni resta. Le tempistiche di EastMed prevedono una commercializzazione del prodotto che potrebbe avvenire nell’arco di 4-5 anni. Tra le variabili da considerare a riguardo vi sono però le stime sulla domanda europea di gas da qui al 2030, vista in calo.

Ciononostante, nella ricerca europea di fornitori alternativi il gas levantino contribuirebbe positivamente alla sicurezza energetica del continente, alla riduzione delle fluttuazioni speculative del prezzo e anche alla transizione verde, considerato che l’infrastruttura potrebbe trasportare idrogeno, risorsa chiave. L’obiezione delle difficoltà tecniche alla realizzazione sono contestate da Edison, che compara le specifiche con altri gasdotti oggi già presenti. 

Ovviamente la società non è parte terza della questione ma i dati riportati meritano di essere consultati. La realizzazione costituirebbe un’alternativa al procedimento oggi adoperato, tramite cui il gas israeliano è spedito in Egitto dove dopo un processo di liquefazione è spedito in Europa. L’attuale produzione totale dei due Paesi testé citati è di circa trenta miliardi di metri cubi ma, mentre l’Egitto con il suo enorme giacimento di Zohr scoperto nel 2015 dall’Eni destina quasi totalmente la materia prima al soddisfacimento della domanda interna, Israele potrebbe ben presto diventare esportatrice netta e contribuire almeno in parte alla sostituzione di quei 150 miliardi di metri cubi che la Russia ci forniva.

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