Congresso USA: due proposte bipartisan mirano a impedire un nuovo 6 gennaio

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Fonte immagine: https://www.politico.com/story/2019/04/11/joe-manchin-endorses-susan-collins-1271151

Mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato, al Congresso si fanno strada due importanti disegni di legge bipartisan, volti a impedire nuovi tentativi di sovvertire l’esito delle elezioni presidenziali. La democrazia statunitense cerca di rafforzarsi, superando le arcaiche e farraginose disposizioni federali che definiscono il processo di convalida del voto per le più alte cariche dello Stato.

Le due proposte, fra loro piuttosto simili, sono votate alla riforma dell’Electoral Count Act (ECA) del 1887, che venne introdotto per assicurare un pacifico trasferimento di poteri anche in caso di contestazioni elettorali. Le caotiche elezioni del 1876 videro il democratico Samuel Tilden vincere il voto popolare ma perdere la presidenza, poiché tre Stati del Sud (Florida, Louisiana e South Carolina) non espressero un vincitore chiaro e la Commissione elettorale, convocata per dirimere la questione e dominata dai repubblicani, assegnò i 19 grandi elettori restanti allo sfidante Rutherford Hayes. 

Un decennio più tardi, il Congresso promulgò l’ECA, con il proposito di definire un processo più chiaro per la certificazione del Collegio elettorale nel caso in cui le due Camere si fossero espresse in maniera antitetica sulla risoluzione di eventuali controversie. 

In particolare, l’Electoral Count Act ridimensionò i poteri in materia elettorale del Vicepresidente degli Stati Uniti, a cui una parte della giurisprudenza assegnava la facoltà di definire, con un atto unilaterale, quale fosse il risultato legittimo delle elezioni negli Stati contestati, secondo un’interpretazione estensiva del XII emendamento della Costituzione

Nonostante i propositi iniziali, il testo di legge del 1887 è redatto in un linguaggio contorto, non delinea con sufficiente chiarezza come dirimere le controversie che attengono all’elezione del Presidente e del Vicepresidente e lascia ampio margine per il ricorso a pratiche ostruzionistiche.

In particolare, le leggi federali prevedono che i grandi elettori si riuniscano, ciascuno nei rispettivi Stati, il lunedì che segue il secondo mercoledì di dicembre. Se almeno sei giorni prima di questa data uno Stato ha provveduto a nominare la lista dei grandi elettori spettanti, essa è da considerarsi definitiva ed è teoricamente protetta da eventuali interferenze federali (safe harbor provision).

Tuttavia, in base a quanto stabilito dall’ECA, basta un solo membro di entrambe le Camere per sollevare un’obiezione formale alla lista di grandi elettori presentata da uno Stato, rendendo estremamente facile ingolfare senza motivazioni legittime il processo di convalida delle elezioni. Tale cavillo è stato sfruttato dopo le ultime elezioni presidenziali dal team di Donald Trump, nel tentativo di sovvertire i risultati delle urne.

Il 14 dicembre 2020, mentre i legittimi membri del Collegio elettorale si radunavano nelle capitali dei rispettivi Stati ufficializzando la vittoria di Joe Biden, alcuni sedicenti grandi elettori si riunirono, su indicazione del comitato elettorale repubblicano, nelle capitali di cinque Stati  nei quali i democratici avevano vinto con un margine relativamente ridotto (Arizona, Georgia, Michigan, Nevada e Wisconsin), allo scopo di firmare dei certificati di accertamento fraudolenti

Questi vennero successivamente spediti alla National Archives and Records Administration, che ha il compito di processare le liste dei grandi elettori prima del passaggio al Congresso. L’organo giudicò privi di valore legale i documenti presentati, poiché non convalidati dai pubblici ufficiali dei rispettivi Stati incaricati di certificare i risultati elettorali, quali il Governatore o il segretario di Stato.

L’auspicio degli ideatori era quello che Mike Pence, in qualità di Vicepresidente in carica, accogliesse le liste elettorali falsamente accreditate anziché quelle ufficialmente presentate dallo Stato. 

Dopo la pioggia di mandati di comparizione emessi dal Dipartimento di Giustizia verso i presunti perpetratori del piano, membri del Congresso di ambedue i partiti si sono mossi per chiudere i loophole, i cavilli e le scappatoie legali che offrono il fianco a simili macchinazioni.

La prima e più importante proposta di riforma dell’ECA, che prende il nome di Electoral Count Reform and Presidential Transition Improvement Act, è stata introdotta lo scorso 20 luglio da Joe Manchin, senatore democratico della West Virginia, e da Susan Collins, senatrice repubblicana dello stato del Maine. Essa è inoltre co-sponsorizzata da una coalizione di venti senatori, la metà dei quali eletti tra le fila del Partito Repubblicano. 

Il disegno di legge si compone di due parti. La prima sezione è l’Electoral Count Reform Act, che rende più semplice per il Congresso identificare la lista definitiva e corretta di grandi elettori per ciascuno Stato.

I nominativi potranno essere presentati esclusivamente dal Governatore, così da impedire l’invio di liste multiple da parte di organi statali diversi, ed è previsto un esame accelerato dei ricorsi da parte di un collegio di tre giudici con facoltà di appello diretto alla Corte Suprema. 

Il disegno di legge ribadisce che il ruolo del Vicepresidente nel processo di convalida delle elezioni è esclusivamente cerimoniale, e che questi non ha alcun potere decisionale in merito alle controversie che dovessero sorgere in merito ai grandi elettori. 

Per la presentazione di un’obiezione formale al Congresso sulle liste elettorali presentate da uno Stato, sarà richiesto che questa venga sottoscritta da almeno un quinto dei membri della Camera dei rappresentanti e del Senato, così da limitare il ricorso a pratiche ostruzionistiche.

La seconda parte della proposta di riforma è costituita dal Presidential Transition Improvement Act, volto a promuovere un passaggio di poteri pacifico e ordinato anche nel caso di un’elezione contestata, consentendo a tutti i candidati eleggibili di poter usufruire delle risorse federali necessarie alla transizione senza attendere l’autorizzazione della General Services Administration. L’organo avrà comunque la facoltà di limitare l’accesso a tali risorse a un solo candidato, qualora l’evidenza del risultato elettorale non lasciasse dubbi sul vincitore.

A fianco dell’Electoral Count Reform and Presidential Transition Improvement Act, i promotori hanno inoltre avanzato un’ulteriore proposta di legge, denominata Enhanced Election Security and Protection Act

Quest’ultima prevede pene raddoppiate per chi intimidisca o minacci elettori, candidati, scrutatori o altre figure coinvolte nel processo elettorale, ribadisce l’obbligo di conservare i registri elettorali elettronici dopo il voto e fornisce delle linee guida per migliorare e facilitare il voto per posta, negli Stati in cui questo sia previsto per legge.

Negli ultimi mesi, la proposta Manchin-Collins ha guadagnato un supporto crescente anche tra le file repubblicane, tanto che lo stesso leader della minoranza al Senato, Mitch McConnell, ha espresso il proprio endorsement per il disegno di legge. Il 27 settembre, il Comitato per le regole e l’amministrazione del Senato ha approvato il testo con una maggioranza di 14 a 1. 

L’unico voto contrario è giunto dal senatore del Texas Ted Cruz, tra coloro nel Partito Repubblicano che si sono opposti più ostinatamente alla certificazione della vittoria di Joe Biden.

La proposta, a detta della senatrice Collins, dovrebbe avere a questo punto un supporto sufficiente da superare la soglia di 60 voti al Senato necessaria a impedire il ricorso alla pratica dei filibuster, ovvero una forma di ostruzionismo atta a prevenire la mozione chiusura dei dibattiti parlamentari su un determinato disegno di legge. È inoltre improbabile che l’esito delle elezioni di medio termine ne ostacoli l’approvazione. 

I promotori tenteranno quindi di armonizzare l’Electoral Count Reform and Presidential Transition Improvement Act con la seconda proposta di modifica dell’ECA, il Presidential Election Reform Act (PERA).

Quest’ultimo disegno di legge è stato approvato il 21 settembre dalla Camera dei rappresentanti, con il voto favorevole della maggioranza democratica e di nove deputati repubblicani. Tuttavia, gode di un consenso meno solido al Senato rispetto al testo promosso da Manchin e Collins, che a questo punto ha maggiori possibilità di essere tradotto in legge. 

Il Presidential Election Reform Act porta le firme di Zoe Lofgren, deputata democratica della California, e da Liz Cheney, rappresentante repubblicana del Wyoming, entrambe membri della Commissione d’inchiesta della Camera sull’assalto del 6 gennaio 2021.

In particolare, rispetto alla proposta di legge promossa al Senato, il PERA prevede una soglia più alta per la presentazione di obiezioni formali nei riguardi delle liste elettorali (un terzo dei senatori anziché un quinto per ciascuna camera). 

La riforma consentirebbe inoltre ai candidati di richiedere l’ordinanza di una corte federale che imponga ai governatori l’invio di liste di grandi elettori conformi all’esito degli scrutini, oltre che un’eventuale ingiunzione per gli ufficiali elettorali che si rifiutino di certificare i risultati legittimi del voto.

Nonostante il Presidential Election Reform Act sia più rigoroso e potenzialmente più efficace rispetto all’analogo disegno di legge introdotto al Senato, è necessario che i fautori cerchino di stringere il più possibile i tempi per eventuali integrazioni tra le due proposte, secondo l’adagio per il quale “il meglio è nemico del bene”. 

Fintantoché l’orizzonte delle elezioni presidenziali è relativamente distante, la probabilità di preservare il supporto bipartisan costruito attorno al disegno di legge promosso dai senatori Manchin e Collins è più alta e maggiori sono le possibilità di approvare una simile riforma, sempre più cruciale per la tenuta democratica del paese.

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