Artico: cresce l’allerta militare

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Fonte Immagine: Arctic Today

In un quadro di costante imprevidibilità e con una, quasi certa, espansione della Nato, la Norvegia alza il livello di allerta militare.

Per la somma di incertezze la Norvegia ha deciso di alzare il livello di allerta militare. Nessuna minaccia diretta, affermail Capo della Difesa norvegese, il Generale Eirik Kristoffersen, ma la forte percezione di costante instabilità hanno indotto la Norvegia ad alzare il livello di allerta militare. Oltre alla mobilitazione dei reparti operativi, la Norvegia cercherà di portare in servizio regolare la sua nuova flotta di velivoli da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon di fabbricazione statunitense per il monitoraggio di sottomarini.  

Questa nuova dichiarazione, che fa seguito all’allerta lanciata già a fine Settembre per la mobilitazione militare per il controllo delle piattaforme norvegesi offshore in seguito all’esplosione del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, rende chiaro come al momento la fiducia verso il vicino russo sia ai minimi storici. La Norvegia infatti condivide un confine con la Federazione Russa di circa duecento chilometri, oltre che una buona porzione del Mare di Barents.

Sembrano molto lontani i tempi e i presupposti che hanno permesso, nel 2010, la risoluzione dell’annosa disputa russo-norvegese per la spartizione del Mare di Barents. All’epoca gli interessi economici e di sicurezza giocarono un ruolo cardine nel raggiungimento dell’accordo. Oggi la priorità norvegese è quella di tenere pronti velivoli per il pattugliamento marittimo, perchè, ciò che più preoccupa, è la potenza della Northern Fleet russa dislocata nella vicina penisola di Kola. Un’ulteriore notizia a preoccupare le autorità norvegesi è l’arresto di una sospetta spia russa a Tromso.   

Nessuna minaccia diretta, ma la prossima adesione di Svezia e Finlandia alla Nato, al momento in standby per l’attesa del nulla osta turco e ungherese, estenderebbe il confine diretto tra la Nato e la Russia, che nei territori e nelle acque artiche dispone di una potenza di fuoco notevole, proprio grazie alla Northern Fleet e ai suoi sottomarini nucleari. 

Nonostante in artico non si registri un conflitto armato da diversi decenni, la zona è stata teatro di una dislocazione militare imponente, soprattutto durante gli anni della guerra fredda. La Russia non ha mai rinunciato totalmente all’arsenale artico, al contrario sta ora pianificando un ammodernamento e un potenziamento di diverse infrastrutture.

Con l’innalzamento delle percezione del rischio e della molto probabile estensione della Nato nella regione, una crescente militarizzazione non è difficile da prevedere. Oltre ad una funzione prettamente militare e deterrente, essa è giustificata dalle autorità anche per le funzioni civili a protezione di infrastrutture strategiche, come appunto le piattaforme offshore, essenziali per l’approvvigionamento energetico europeo. Tuttavia una crescente militarizzazione significa anche una crescente sfiducia che si traduce in una maggiore difficoltà di riaprire il dialogo e la collaborazione nella regione e all’interno del Consiglio Artico.  

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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