L’evoluzione del concetto di deterrenza del Pentagono

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Fonte Immagine: nationaldefensemagazine.org

Il mutamento di paradigma strategico dell’informale impero americano da un modello di controllo egemonico ad uno di tipo imperiale sfuma l’aurea della sua forza deterrente, poiché erroneamente interpretato da rivali ed alleati come segno di debolezza della superpotenza stars and stripes. Fattore che incentiva le potenze revisioniste ad assumere maggiori rischi geopolitici nel tentativo di modificare o sovvertire l’architettura unipolare americanocentrica.

La deterrenza consiste nella minaccia o nell’inflizione di un male per prevenire un’azione considerata dannosa per i propri interessi ovvero per indurre un soggetto a tenere un comportamento che soddisfi i propri interessi. È un mix di intimidazione e rassicurazione. La deterrenza “parla a bassa voce ma porta con sé un grande bastone” per dirla con l’ex presidente statunitense Theodore Roosevelt. Per essere efficace la minaccia dev’essere credibile agli occhi dell’interlocutore. La deterrenza si basa infatti sull’istinto più profondo che alberga negli esseri umani e quindi nelle collettività: la paura di subire un dolore inaccettabile ed ineludibile.

La deterrenza può essere di due tipi:

  • deterrenza tramite negazione (deterrence by denial): mira a prevenire (ex ante) una determinata azione comunicando che i costi e i rischi della condotta supererebbero i benefici e rassicurando al contempo l’interlocutore che se non supererà le linee rosse tracciate dalla controparte non subirà il danno minacciato;
  • deterrenza tramite punizione (deterrence by punishment): si sostanzia nell’uso (ex post) della forza militare o economica per persuadere l’avversario a rinunciare ad un’azione già intrapresa, plasmandone le scelte politiche in senso a sé favorevole.

La deterrenza mira a manipolare il rapporto costi-benefici dell’interlocutore di cui si devono conoscere e comprendere imperativi strategici, opzioni tattiche, percezioni psicologiche e modo di ragionare per poter incidere efficacemente sulla sua traiettoria. La deterrenza richiede quindi attori razionali che parlano la stessa lingua, quella della potenza.

La deterrenza però non si basa sulla sola vis materiale. Presuppone anche una componente volitiva. Essa ha cioè due componenti. Una oggettiva, costituita dalle capacità e dai mezzi economici, finanziari e militari di uno Stato. L’altra soggettiva-antropologica, ovvero la volontà e la disponibilità del potere politico, rappresentativo degli umori dell’opinione pubblica, di ricorrere alla forza (o alla sua minaccia) in nome della difesa degli interessi nazionali. 

Squilibrio di deterrenza

Nell’attuale fase storica la superpotenza a stelle e strisce soddisfa il primo requisito, grazie alla sua preponderante superiorità economica, tecnologica e militare. Ma difetta in parte della seconda condizione. L’invasione russa dell’Ucraina ne è palese testimonianza. La deterrenza tramite negazione, improntata dall’amministrazione Biden durante il lungo negoziato con il Cremlino, finalizzata a prevenire l’invasione russa presentando ex ante a Vladimir Putin gli alti costi (sanzioni economiche, decoupling energetico dall’Europa, potenziamento della presenza militare Nato tra Baltico e Mar Nero) cui sarebbe andato incontro in caso di invasione, si è rivelata spuntata per impedire la più grave aggressione militare nel Vecchio Continente dai tempi della seconda guerra mondiale. In Europa e negli Statesnessuno era ed è disposto a morire per Kiev – nell’America profonda per stanchezza imperiale, nell’America liberal delle coste per visione minimalistica. 

D’altro canto, parafrasando Teddy Roosevelt, la Russia parla ad alta voce e porta con sé un grande bastone. I russi comprendono la lingua dello hard power, della politica di potenza in carenza di mezzi di persuasione (soft power). Concepiscono la guerra come “ultimo argomento della diplomazia”, per dirla con Alfred Thayer Mahan[1], continuazione della politica con altri mezzi. Abitanti un impero che possiede una sovradimensionata immagine di sé e un’atavica sindrome dell’accerchiamento che spinge i decisori politici ad accettare un caro prezzo economico per il perseguimento di interessi strategici vitali, per mantenere sotto controllo, diretto o indiretto, i territori collocati nell’estero vicino. 

Pratica consolidata dell’impero russo. Il celebre diplomatico statunitense George F. Kennan, architetto della tattica del contenimento dell’Urss nei decenni di Guerra Fredda, aveva individuato fra le caratteristiche del rivale sovietico, “impervio alla logica della ragione”, la sua sensibilità “alla logica della forza”, avvertendo che costringere i sovietici a ritirarsi fosse possibile solo “quando incontrano una forte resistenza”.

Deterrenza integrata

E tuttavia, la scelta statunitense di non intervenire boots on the ground a difesa di Kiev è stata erroneamente interpretata da Putin come atteggiamento remissivo di un Occidente debole e in declino. Fallacia percettiva aggravata dall’abbaglio strategico dell’intelligence russa sull’asserita equazione geopolitica tra russofonia e russofilia della popolazione ucraina. Effetto boomerang del revisionismo storiografico putiniano nel quale l’Ucraina è priva di sovranità, “interamente creata dalla Russia”, parte “inalienabile della storia, della cultura e dello spazio spirituale” russo, “anti-Russia” sfruttata dagli Usa “come strumento di confronto”. Tesi smentite dalla strenua resistenza in armi della nascente nazione ucraina, in lotta per una causa esistenziale.

Di più. I russi non hanno colto la maturazione imperiale degli Usa, frutto della sproporzione tra capacità e volontà di potenza e causa del nuovo concetto di “deterrenza integrata” elaborato Pentagono. Una forma di deterrenza che prevede l’uso della forza militare come extrema ratio cui ricorrere soltanto in una missione avviata con il “consenso informato” del popolo americano, quando “gli obiettivi sono chiari e realizzabili, coerenti con i nostri valori e con le nostre leggi” e non sono disponibili altri mezzi tattici. La deterrenza integrata nasce dalla diminuita disponibilità della classe media americana di farsi carico dei costi economici e sociali dell’uso della forza militare a fini ideologici (esportazione della democrazia) e geopolitici (regime change) e richiede di integrare la deterrenza militare con le altre leve del potere americano (economia, finanza, cultura, intelligence, diplomazia, alleanze) per dissuadere le grandi potenze e gli “attori canaglia” che si oppongono all’egemonia americana dall’usare la forza o altre forme di coercizione e dall’intraprendere azioni cinetiche o nella zona grigia contrarie agli interessi imperiali di Washington.

Nella definizione datane dal Segretario alla Difesa Lloyd Austin, “la deterrenza integrata consiste nell’usare il giusto mix di tecnologia, concetti operativi e capacità, il tutto intrecciato in rete in modo così credibile, flessibile e formidabile che non darà pausa a qualsiasi avversario”, operando in un’ottica multi-dominio che “abbraccia numerose aree geografiche di responsabilità, insieme ad alleati e partner, fortificati da tutti gli strumenti del potere nazionale”. 

Sul piano militare l’obiettivo è quello di disporre di forze armate in grado di combattere in ambienti contestati, sfruttando le capacità congiunte multi-dominio delle Joint Forces sul piano “convenzionale, nucleare, cibernetico, spaziale, informativo” e “attraverso l’intero spettro del conflitto dalla guerra ad alta intensità alla zona grigia”. La deterrenza integrata mira soprattutto a garantire una più efficace deterrenza contro le aggressioni nella zona grigia, al di sotto della soglia cinetica, praticate da attori revisionisti come Russia, Cina e Iran con il ricorso a metodi e a tattiche ibride e con l’utilizzo di strumenti politici, informativi, cibernetici, psicologici, diplomatici, economici e coercitivi che “aggirano e talvolta violano le linee rosse percepite dagli Stati Uniti evitando abilmente provocazioni”.

In altre parole, la deterrenza integrata teorizza l’integrazione in rete in più domini, teatri e fasi di conflitto delle capacità militari, economiche, diplomatiche e tecnologiche degli Usa con quelle di alleati e partner. L’idea è quella di unire tutte le leve del potere nazionale (hard power + soft power) e alleato per contrastare potenziali minacce lungo tutto il continuum della competizione (pace-zona grigia-conflitto armato) mettendo a sistema la superiorità tecnologica occidentale con l’interoperabilità delle forze alleate e con i nuovi concetti tattico-operativi sulle operazioni di combattimento congiunte multi-dominio, con forze distribuite e interconnesse tramite lo scambio e la condivisione in tempo reale di dati abilitati dall’IA per aumentare la letalità e la velocità degli attacchi e la resilienza delle difese. 

Deterrenza congiunta

Deterrenza integrata vuol dire quindi anche deterrenza congiunta. Gli Usa stanno incoraggiando gli alleati a stringere legami politici, economici e militari più forti per creare architetture di sicurezza reticolari nelle principali regioni geopolitiche che circondano l’Eurasia: Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico.

Nell’area euro-atlantica, per scoraggiare la Russia dall’intraprendere un conflitto contro la Nato, gli Usa stanno spingendo le principali potenze baltiche come Germania e Polonia a sviluppare adeguate capacità convenzionali terrestri, aeree e missilistiche per assumere la responsabilità strategica del contenimento (difesa e deterrenza collettiva) della Russia, sotto la tutela del deterrente nucleare a stelle e strisce, con la supervisione del pilastro anglo-americano (Usa, Regno Unito) dell’Alleanza Atlantica e in cooperazione con un EuroQuad occidentale (Germania, Francia, Italia, Spagna) focalizzato su Mediterraneo, Balcani e area Mena, dove bilanciare la Turchia e contenere la penetrazione economica e digitale del Dragone lungo le nuove vie della seta.

In Medio Oriente si stanno gettando le basi per la nascita di un’alleanza di difesa aerea e missilistica integrata e interconnessa a livello regionale che metterebbe a sistema le risorse di Israele, paesi arabi del Golfo, Giordania, Iraq ed Egitto, ai quali viene chiesto di sviluppare capacità di preallarme, rilevamento e autodifesa dalle minacce missilistiche (cruise e balistiche) e aeree senza pilota (droni) provenienti dall’Iran e dalle milizie filo-Teheran, con l’aiuto e la condivisione di informazioni e tecnologie israeliane e americane, come previsto nel disegno di legge Deterring Enemy Forces and Enabling National Defenses (DEFEND) in discussione al Congresso Usa. La nuova rete difensiva sarebbe infatti imperniata sullo scudo missilistico regionale israelo-americano al quale verrebbero agganciati i sistemi di allerta precoce e di difesa aerea e missilistica degli altri partner attraverso sincronizzazioni elettroniche e una rete di radar e sensori.

In Estremo Oriente alle partnership strategiche con Giappone, India e Australia (Quad), e con Regno Unito e aussie(Aukus), potenzialmente e rispettivamente estensibili a Seoul e a Tokyo, si aggiungono il rafforzamento del rapporto strategico degli Usa con Corea del Sud e Filippine e il tentativo della superpotenza di unificare i teatri geostrategici euro-atlantico e indo-pacifico anche nel sostegno politico, militare ed economico a Taiwan per rafforzarne le capacità di autodifesa, in preparazione dei piani di guerra economica e cinetica contro lo Cina in uno scenario di guerra su Formosa.

Il concetto di deterrenza integrata e le nuove alleanze e partnership che da esso deriveranno possono costituire uno degli strumenti con cui gestire la competizione tra grandi potenze, in quello che sia a Washington che a Pechino e a Mosca viene considerato il decennio più decisivo, pericoloso ed imprevedibile dalla fine della seconda guerra mondiale.


[1] Alfred Thayer Mahan, Retrospect and Prospect: Studies in International Relations, Naval and Political (Boston, MA: Little Brown and Company, 1902), 142.

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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