Marocco e Algeria: la delicata posizione dei Paesi europei

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Algeria e Marocco continuano a rimanere diplomaticamente lontane. I Paesi dell’Europa Occidentale, che stanno progressivamente sostituendo il gas russo con quello algerino, devono muoversi in maniera coesa ed intelligente.

Fonte immagine: https://ecfr.eu/publication/north-african-standoff-how-the-western-sahara-conflict-is-fuelling-new-tensions-between-morocco-and-algeria/

Sin dalla loro indipendenza, Marocco e Algeria hanno sempre faticano a cooperare. Tra settembre e ottobre 1963 trecento persone persero la vita nel “Conflitto delle Sabbie”, in cui i due neonati Stati indipendenti si contesero il possesso delle zone di frontiera di Bechar e Tindouf, che ancora oggi a sessant’anni di distanza rappresentano territori geo-politicamente “caldi”.

In quei giorni d’autunno, grazie all’intervento diplomatico di potenze straniere e dell’Organizzazione dell’Unità Africana (l’antenata della vigente Unione Africana), si arrivò in meno di un mese ad un accordo di pace e fu deposta (almeno ufficialmente) l’ascia di guerra. Il Marocco, forte del supporto della Francia, era più vicino a Stati Uniti e Occidente, l’Algeria socialista ricevette invece l’aiuto di Cina e Cuba, oltre che dell’Egitto.

Non è obiettivo di questa analisi indagare su quanto successo in passato, ma lo è cercare di capire che cosa l’Europa dovrebbe fare oggi per evitare che si arrivi a un conflitto armato, in un momento in cui la via diplomatica tra le due nazioni sembra oltremodo complicata.

I due Paesi, al momento, sono tra le più grandi forze militari del proprio continente (Top 10 African countries with the largest military personnel | Business Insider Africa) e dispongono di aiuti importanti dai propri partner in fatto di armamenti, anche avanzati.

L’Algeria, nel 2020, aveva stanziato un budget per la difesa pari a 9,7 miliardi di dollari, il più consistente di tutto il continente e oggi importa dalla Russia hardware militari e aerei sofisticati. 

Gli eserciti di Mosca e Algeri hanno condotto esercitazioni militari congiunte e in piena guerra del Donbas il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov si è recato in Algeria per ringraziare il Paese del supporto con l’Ucraina, che passa anche attraverso la partnership energetica.

Le spese militari del Marocco sono più contenute ma comunque consistenti e nel 2021 si presume che il Paese abbia firmato un accordo per la difesa aerea con Israele, che dall’altra parte della scacchiera supporta da anni Rabat.

La posizione delle potenze mondiali sul Sahara Occidentale

Tra Marocco e Algeria una delle questioni culturalmente più radicate resta quella della rivendicazione delle zone di confine e del Sahara Occidentale. Sono terre che il Marocco reclama come proprie a discapito del Movimento Indipendentista del Polisario, supportato invece dall’Algeria e da altri ottantasette Paesi che riconoscono –totalmente o parzialmente– l’autorità della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.

Tra chi non ne riconosce l’indipendenza ci sono gli Stati Uniti: nel 2020 il presidente in carica Donald Trump ribadì la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale (Proclamation on Recognizing The Sovereignty Of The Kingdom Of Morocco Over The Western Sahara – The White House), in cambio della futura sottoscrizione di Rabat degli Accordi di Abramo. 

Anche le Nazioni Unite supportano questa posizione, etichettando quei 266 mila chilometri quadrati come un territorio non autonomo.

Ma ciò che deve importare di più è che le strade del Sahara Occidentale sono ogni giorno attraversate da forze armate di uno e dell’altro schieramento e a farne le spese maggiori, come nella maggior parte dei casi, è la popolazione civile, con il numero di campi profughi in costante aumento. 

Di ciò si è dibattuto anche alla 77esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York nel settembre 2022, dove i rappresentanti marocchini hanno descritto la situazione a Tindouf come una violazione del diritto umanitario internazionale e hanno accusato l’Algeria di fomentare le milizie separatiste armate e le organizzazioni terroristiche nel Sahel.

Anche il primo ministro israeliano Yair Lapid ha recentemente condannato l’Algeria, sostenendo che il Paese favorisca il passaggio di terroristi supportati dall’Iran e pronti ad operare in Nord Africa.

D’altronde il Paese governato da Tebboune promuove da anni la causa palestinese e denuncia come una minaccia critica l’avvicinamento politico di Israele e Marocco (qui le dichiarazioni del primo ministro algerino Abdelaziz Djerad in merito).

La posizione (anche geografica) dell’Europa

Ci sono tanti motivi per cui l’Europa non può sottrarsi da intervenire diplomaticamente per sedare una possibile escalation di violenze.

In primis ci sono diritti umani, l’aumento di migrazione verso l’Europa e l’apertura al terrorismo, con potenziali ricadute anche sui territori limitrofi, in particolare Mali, Niger e Mauritania, oltre alla delicatissima Tunisia e alla Libia, già indebolita da problemi politici interni.

In secondo luogo c’è l’attuale problema energetico. L’Algeria, che prima dello scoppio della guerra forniva all’Europa all’incirca il 10% del proprio gas, ha aumentato in maniera significativa la fornitura – compresa quella all’Italia – per compensare le carenze del mercato russo. 

Inoltre, i maggiori condotti che escono dall’Africa e si dirigono verso l’Europa attraversano per forze geografiche il gigantesco territorio. Su tutti il NIGAL, di cui abbiamo parlato dettagliatamente in un’analisi a maggio, e il Maghreb–Europe Gas Pipeline, chiuso nel novembre 2021.

Proprio questo condotto rappresenta un caso geopolitico che meriterebbe un’analisi a parte: la Spagna è stata accusata dall’Algeria di fornire il proprio gas naturale (legittimamente comprato da Madrid) al Marocco, a cui la Sonatrach aveva limitato la fornitura per le sopracitate questioni politiche. 

Se da un lato l’Algeria non sembra disposta ad interrompere il proprio storico rapporto con la Russia neppure a seguito della guerra, essa deve comunque rammentare che allo stato attuale l’UE rappresenta il proprio partner commerciale principale, visto che è la destinazione finale di oltre il 40% delle esportazioni algerine, principalmente idrocarburi. Motivo per cui il governo Tebboune non può fare a meno di presentarsi come un fornitore di gas affidabile e disposto a rifornire i partner a lungo, anche in caso di deterioramento della situazione.

In questo scenario instabile l’Europa, ideologicamente più vicina al Marocco, dovrà cercare di muoversi con intelligenza e proporre progetti di cooperazione a lungo termine con tutto il Maghreb, iniziando magari dal condannare l’uso della forza contro il Polisario. Ma la realtà dei fatti purtroppo sembra andare nella direzione opposta.

Nel 2021 la Spagna, dopo la crisi dei migranti di Ceuta e Melilla, aveva cambiato linea sul Sahara Occidentale, passando dal sostegno dell’indipendenza all’appoggio alla proposta di autonomia avanzata da Rabat e respinta dall’Algeria.

Difficile anche pensare che l’Europa possa cambiare posizione su Israele nel breve periodo.

In Algeria il governo non ha la piena fiducia nel popolo, sempre meno conservatore e più aperto verso il mondo. Ma nel Paese l’antipatia verso Israele e i suoi sostenitori non è un fattore trascurabile e resta una delle principali fonti di lontananza con l’Occidente.

Una speranza è che allo stato attuale né il Marocco né l’Algeria beneficerebbero di un’eventuale conflitto, soprattutto considerando i gravi problemi interni, sociali ed economici. 

L’UE, soprattutto gli Stati del Sud, dovranno per forza di cose rimanere partner dell’Algeria e la loro dipendenza sarà sempre più importante man mano che la transizione energetica prenderà piede. Ma l’unica soluzione sarà quella di trovare il modo di muoversi a braccetto per assicurarsi la reciproca prosperità futura.

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