I DEMOCRATICI CHE SPINGONO PER UNA SVOLTA RADICALE CON L’ARABIA SAUDITA

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Le tensioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita, dopo l’annuncio di alcune settimane fa dell’OPEC+ di un taglio alla produzione di petrolio, non sono ancora rientrate e sono ritornate a farsi sentire le voci di alcuni esponenti Dem per un’interruzione del commercio di armi con il Regno. 

Fonte immagine: Alarabiya News

In un precedente articolo si era già discusso delle reazioni che aveva suscitato l’annuncio dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC+) riguardo alla decisione dei suo membri, a partire dal mese di Novembre, di un taglio complessivo della produzione di 2 mb/d. Oltre a ciò si era anche visto come le relazioni tra Washington e Riyad siano di più lunga data e si fondino su pilastri cruciali per entrambi le parti: economia e proiezione nel Medio Oriente la prima; sostegno militare per la seconda.

A conclusione, tuttavia, si era voluto ribadire (un po’ tautologicamente si potrà criticare), che per quanto le cose siano andate per un certo verso e abbiamo funzionato in un certo modo fino ad un certo momento, non vuol dire che necessariamente continueranno a farlo. 

Successivamente all’annuncio del taglio, soprattutto tra le file dei Democrats si sono innalzate voci di dura critica verso l’Arabia Saudita. Le reazioni non si sono limitate ad una condanna passiva, ma talvolta radendo a vere e proprie proposte di “ritorsione” per il tradimento dei Sauditi.

In cosa consisterebbe la “ritorsione”? Sospendere l’invio di armi al Regno, innanzitutto. Nelle parole del democramtico Ro Khanna: “At the very least, the Patriot missiles will be suspended”. Ma non solo. C’è stato chi, come il senatore Chris Murphy, ha parlato di un reindirizzamento di quegli stessi armamenti: “For several years, the US military had deployed Patriot missile defense batteries to Saudi Arabia to help defend oil infrastructure against missile and drone attacks. These advanced air and missile defense systems should be redeployed to bolster the defenses of eastern flank Nato allies like Poland and Romania – or transferred to our Ukrainian partners”.

Tradimento, appunto, si era detto nel già citato precedente articolo dello IARI. Tradimento saudita perché il taglio alla produzione di barili di petrolio viene considerato apertamente un favoreggiamento, un assist, un aiuto a Putin per “dare aria” alla sua Russia afflitta dalle sanzioni occidentali. “The reality is that there is no economic case for what they [SA ndr] are doing. This was punitive for Americans and it is aiding Putin”, sempre Khanna. 

A testimoniare, dall’altro lato, il fallimento americano (l’altro elemento di cui si era parlato) sono state le parole del portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale, John Kirby: “The Saudi foreign ministry can try to spin or deflect, but the facts are simple […] We presented Saudi Arabia with analysis to show that there was no market basis to cut production targets, and that they could easily wait for the next Opec meeting to see how things developed. Other Opec nations communicated to us privately that they also disagreed with the Saudi decision but felt coerced to support Saudi’s direction”.

La posizione del NSC è indiscutibile: la decisione dell’OPEC+ rappresenta un allineamento di politica energetica alla guerra della Russia e contro l’America. 

L’ultimo aggiornamento dal Dipartimento di Stato, del 25 ottobre scorso, coglie con positività moderata il voto favorevole del Regno alla risoluzione delle Nazioni Unite di condanna all’annessione territoriale delle province del Donbass nella Federazione Russa. Moderata, come si è detto, perché questi sono considerati solo come “passi” e di strada verso la riconciliazione ne manca ancora. Nelle chiare parole del portavoce del Dipartimento di Stato, Edward Price: “These steps, of course, don’t compensate for the production cut that was announced, but they’re noteworthy, and we’ll be watching to see what Saudi Arabia does over the coming weeks, and that in turn will inform our consultations and ultimately the President’s decision”.

Ritornando, invece, alla possibilità di orientare l’invio di armi dall’Arabia Saudita all’Ucraina, quali sarebbero le conseguenze? 

Innanzitutto, bisogna specificare che la questione riguarda batterie dei missili di difesa Patriot—“merce” che da anni gli USA inviano ai Sauditi in quanto rivelatisi cruciali per la difesa dei loro preziosi oleodotti dagli attacchi degli yemeniti. Non serve sottolineare che era questo l’elemento di supporto strategico militare che il sultanismo della famiglia reale si fonda sul controllo e protezione di queste strutture, fonte di ricchezza (privata) immensa. 

Dall’inizio dell’invasione del 24 febbraio, gli USA hanno impiegato più di 16,8 miliardi di dollari (17,5 in totale se si considera anche gennaio) in assistenza militare all’Ucraina. Nell’arco che va dal 2014, l’anno della Crimea, al 2021, i Dipartimenti di Stato e Difesa si erano “limitati” a 2,7 miliardi per l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze di Kiev: ufficialmente “to help Ukraine preserve its territorial integrity, secure its borders, and improve interoperability with NATO”.

Finora la “merce” verso l’Ucraina era consistita, tra i principali, in sistemi terra-aria Stinger, anti-carro Javelin, i celeberrimi HIMARS della Lockheed.  Ma con i missili Patriot c’è chi si interroga le possibili conseguenze di una simile decisione.

William Hartung, Senior Research Fellow presso il Quincy Institute, ammonisce un serio rischio di escalation in quanto, da un lato, innalzerebbe il livello di armamento in campo e, dall’altro, ci sarebbe bisogno di personale americano on the ground per il loro utilizzo: “So far the United States has not transferred systems like combat aircraft, in part to avoid escalation of the conflict to the level of a U.S.–Russia confrontation, and in part due to concerns about how long it would take to train Ukrainian pilots and establish a capability to sustain the systems”.

Ma quanto è realmente fattibile che tutto ciò avvenga?

Nel 2019 c’era già stato un tentativo (bipartisan) del Congresso di interrompere l’invio di armi verso la penisola Saudita ma la proposta si era infranta contro il veto dell’allora Presidente Trump. Ora c’è da chiedersi come reagirebbe il Presidente Biden ad un eventuale nuovo tentativo da parte del Congresso? 

Finora la realtà s’è dimostrata ben diversa dall’idea “non più assegni in bianco” che l’allora ancora candidato democratico alla Casa Bianca sembrava preannunciare. Infatti, la Presidenza Biden si è dimostrata, nella sostanza, piuttosto in linea con quella dei suoi due predecessori con un export militare verso il Regno pari a 1,3 miliardi solo nel 2021. 

Ma è evidente che un’altra crepa si sia formata. “This is a second moment like Khashoggi’s murder. I believe it is a total miscalculation by the Saudis”, sempre Khanna—lasciando una porta aperta ai Sauditi. Ma comunque un’altra crepa. 

A volte anche un vecchio muro con tante crepe riesce a restare in piedi a lungo prima di crollare e soltanto allora si potrà sapere qual è stata l’ultima. Solo ex-post e, dunque, questa è una considerazione su quella che per il momento è una crepa. Un’altra in un certo contesto però.

Stati Uniti e Russia. Ucraina e Arabia Saudita. E tutto ciò che ci sta attorno. Per chiudere con la pungente analisi di Hartung, ciò che non bisogna dimenticare è il contesto: “It is not the arms sales by themselves that are problematic, but the policy context in which they are being supplied”.

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